“Sottrazioni”: intervista con Bartolomeo Smaldone – di Gabriele Peritore

Nello scorso mese di Marzo è uscita la raccolta di poesie “Sottrazioni” (Alcesti Edizioni) di Bartolomeo Smaldone. L’autore altamurano, con un paziente e sapiente lavoro di ricerca alla radice del suono della parola, ha realizzato questa silloge in cui ogni poesia è costituita da pochi versi e pochi, pochissimi, lemmi pregiati. Ogni parola è restituita al suo suono originario e al suo riverbero nei pensieri di chi legge, nelle onde acustiche di chi ascolta, oltre il senso e la stratificazione. Abbiamo incontrato Bartolomeo per farci raccontare qualcosa in più su di lui e la sua arte.
Mi sembra di capire che per te in questo libro sottrarre non vuol dire togliere valore alla parola ma aumentarlo… ho capito bene?
Hai compreso alla perfezione il senso di questo mio nuovo lavoro nel quale è centrale il ruolo della parola nelle sue concise alchimie. “Sottrazioni” è una raccolta improntata all’essenzialità del suono dei sintagmi, che in questo caso considero complementare rispetto al senso e talune volte addirittura prevalente. Non è un caso che nell’elaborazione della struttura dei componimenti un ruolo fondamentale sia stato ricoperto dagli accenti.

Nella postfazione a questo libro c’è una bellissima similitudine con cui spieghi questo concetto… una ricerca paragonabile a quella di scavare nella pietra… ce ne daresti un approfondimento?
La similitudine cui ti riferisci, quella citata nella mia nota a “Sottrazioni”, riguarda la città di Petra, capitale del regno dei nabatei. Una città ricavata scavando la roccia d’arenaria. Nel momento in cui, in modo del tutto casuale, mi sono ritrovato tra le mani un volume d’arte nel quale si raccontava per parole e immagini la monumentale bellezza di Petra, ho capito che nessun altro accostamento iconografico avrebbe potuto descrivere meglio il senso di poesie così epigrammatiche, ottenute sottraendo artigianalmente e pazientemente tutte le sedimentazioni accumulatesi nel mio inconscio nel corso degli anni, fino a raggiungere un’armoniosa substanzialità. Un pieno ricavato da un altro pieno, lavorando la stessa materia: la parola.

“Quante stelle hai visto / arrendersi / alla carne del tuo desiderio?Questo è un tuo splendido esempio di come si può trovare un pieno ricavato da un altro pieno. Dalla tua biografia emerge il fatto che sei autore di numerosissime pubblicazioni… poesie, racconti, romanzi… mi sembra di capire che al centro della tua produzione così varia ci sia sempre la parola… o c’è un altro filo conduttore?
Ho scoperto nel corso degli anni che nella mia produzione era sempre stata centrale la parola e che avrebbe dovuto continuare a essere così. La parola è la forma d’arte più democratica in assoluto. E anche la più potente. In ogni parola esiste un suono e un movimento; esistono paesaggi insoliti. La possibilità di poter combinare tra loro le parole in schemi sempre nuovi è quanto di più entusiasmante possa concedersi a un poeta.

Secondo te questo concetto vale anche in questo periodo storico dominato dalla comunicazione globale?
Il potenziale della parola rimane sempre infinito e immutato, ed è ancora esprimibile in forme diverse; è ancora sondabile; può essere ancora rivoluzionato, anche partendo da un certo recupero della tradizione letteraria, poetica. A patto, però, che non si accettino compromessi rispetto alla solennità del verbo, che oggi appare sempre più maltratto e ridotto a semplificazioni offensive.

Non è certo il tuo caso. In ogni tuo lavoro si percepisce questa sacralità della parola… Nella tua vasta produzione ce n’è qualcuna a cui sei più legato?
Il libro cui sono più legato è quello che verrà pubblicato a novembre di quest’anno e si intitola “Disobbedienza”: una raccolta di poesie costruite attorno all’opera “Antigone” di Sofocle.
Un’opera dedicata ad un autore simbolo della tragedia… ci riporta all’arte sviluppatasi nella Antica Grecia e nelle sue colonie, sparse anche nel sud Italia. Adoro gli autori che si occupano principalmente del loro territorio… tu sei pugliese, che rapporti hai con i tuoi luoghi?
Un rapporto irrinunciabile, lo stesso che lega un figlio a una madre. Il mio territorio, il mio Sud, in tal senso non fa sconti: è spietato. Non accetta di essere amato parzialmente. È così invadente da risultare infine indispensabile in tutte le sue espressioni, soprattutto in quelle più arcaiche, che ancora dominano taluni volti e moltissimi paesaggi.

La tua Madre geografica ti ha voluto poeta, narratore e inoltre diffusore di cultura a tutto tondo… sei infatti tra gli organizzatori del Movimento Culturale Spiragli… ci vuoi raccontare qualcosa in più della vostra attività? 
Il Movimento Culturale Spiragli è un progetto culturale appassionato che coinvolge molte persone in tutta Italia e anche all’estero. È un luogo confortevole nel quale coltiviamo ostinatamente la nostra utopia: riportare la cultura, le arti, l’umanesimo, al centro di tutti i dibattiti, per poter riedificare finalmente la società su fondamenta virtuose: quelle dell’inclusione, della collaborazione, dell’apertura all’alterità, dell’accoglienza senza eccezioni e pregiudiziali.
Con il vostro Movimento Spiragli organizzate un premio di poesia intitolato a Beppe Salvia… ci diresti qualcosa di più?
Beppe Salvia è prematuramente scomparso nel 1985 e purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscerlo… è stato un grandissimo poeta del 900, del quale si sa e si dice pochissimo. È stato un grande innovatore, perché, tra la fine degli anni 70 e la prima metà degli anni 80, ha restituito a tutti gli amanti della grande poesia una consapevolezza che sembrava essere stata irrimediabilmente perduta, ovvero il potenziale ancora esprimibile di una lingua che può a ragione vantare di avere una musicalità unica. ‹‹Me ne vado vagando e v’assicuro›› è il verso di Beppe che, almeno a parer mio, esprime in maniera più compiuta il nuovo slancio che egli seppe dare al nostro italiano. Un verso di abbacinante bellezza e potenza.

Sono d’accordo sulla grandezza di Beppe Salvia e in effetti sono felice che abbiamo avuto modo di citarlo in questa intervista… Un’ultima domanda per salutarci. Quando si pubblica una poesia l’autore non ne è più padrone, diventa di chi la legge… cosa speri che trovi in queste poesie chi ti legge?
Spero che trovi qualcosa di diverso da ciò che vi ho trovato io, perché questo darebbe pienezza al processo creativo.

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