Sotto le stelle del Jazz… con un gelato al limon – di Rospa

Come facciamo a raccontarvi Asti, la nostra città? Di Lei se ne dicono tante.
Potremmo parlarvi delle sue antiche origini dovute ai popoli liguri che cercavano florida campagna, del suo trasformarsi inevitabilmente in castrum romanum buono per il bivacco delle temibili legioni, del suo affrancarsi dal giogo altrui e divenire finalmente  Comune libero di decidere la sua sorte e di battere moneta…
e anche di battere ritmi musicali viste le sue tradizioni che ormai da secoli si tramandano.
Questa città, con i suoi angoli millenari racchiusi dentro alle mura… da esplorare passeggiando tra le sue vie che ti accolgono, t’ispirano e ti fanno sentire i suoi ritmi appunto; e quelli del carattere della gente che ci vive, sempre disposta a raccontarsi attraverso i suoi molteplici volti e le maschere dell’inquietudine, delle espressioni creative fatte di piccole cose tutt’intorno, dell’ostinata forza di volontà, della voglia di fuggire via e rimanere al contempo…
per non perdere niente: né il conoscere il mondo e né quel recinto amico che la ha allevata.
Tutto questo e non solo, è racchiuso in versi di provincia poi diventati canzone universale…
Con quella faccia un po’ così / quell’espressione un po’ così / che abbiamo noi/prima di andare a Genova /
che ben sicuri mai non siamo / che quel posto dove andiamo/non c’inghiotte e non torniamo più. /
Eppur parenti siamo un po’ / di quella gente che c’è lì/che in fondo in fondo è come noi selvatica /
ma che paura che ci fa quel mare scuro / che si muove anche di notte/e non sta fermo mai. /
Genova per noi / che stiamo in fondo alla campagna / e abbiamo il sole in piazza rare volte /
il resto è pioggia che ci bagna. / Genova, dicevo, è un’idea come un’altra / Ah la la la la la la /
Ma quella faccia un po’ così / quell’espressione un po’ così / che abbiamo noi mentre guardiamo Genova /
ed ogni volta l’annusiamo / circospetti ci muoviamo/un po’ randagi ci sentiamo noi. /
Macaia, scimmia di luce e di follia, / foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. /
E intanto nell’ombra dei loro armadi / tengono lini e vecchie lavande / lasciaci tornare ai nostri temporali /
Genova ha i giorni tutti uguali. / In un’immobile campagna / con la pioggia che ci bagna /
i gamberoni rossi sono un sogno / e il sole è un lampo giallo al parabrise. /…
Poesia di sogno e Prosa di vita vera si mescolano magistralmente nel descriverci, per come siamo davvero, in questi versi di Paolo Conte, il musico astigiano per eccellenza, nutrito a pane e Jazz fin dall’infanzia. Quella musica indecente tanto amata… ascoltata in famiglia e con gli amici frequentatori di quei vecchi e famosi locali che coloravano i portici, cornice della piazza da cui un altro illustre concittadino, l’impaziente Vittorio Alfieri (per gli amici Toiu) osserva sornione. In quei bar nascevano idee, gruppi musicali innamorati degli anni Venti, dell’America, di quella musica proibita dal fascismo e dove la vita di provincia stimolava la voglia di cambiare.
Di lui molti hanno parlato, scritto e recensito… ma noi vorremmo raccontarvelo in modo diverso, come un incontro casuale avvenuto camminando per strada. Quella strada che dall’antica via Maestra ti porta al grande corso… là ti ritrovi a osservare quella casa ad angolo, piccolo castello in mezzo al centro cittadino, dove puoi notare un esteso giardino e le palme che probabilmente hanno ispirato quel “pomeriggio troppo azzurro e lungo… dove l’alternativa era un treno che all’incontrario va”.
Ti viene spontaneo soffermarti. Ti sembrerà di sentire le note del pianoforte di casa che parla di mondi lontani attirandoti come un emigrante in cerca di fortuna…

♪♫♪ da.. da.. da.. certi capivano il jazz, l’argenteria spariva / ladri di stelle e di jazz / così eravamo noi, così eravamo noi / pochi capivano il jazz / troppe cravatte sbagliate / ragazzi-scimmia del jazz / così eravamo noi / Sotto le stelle del jazz / ma quanta notte è passata / Marisa, svegliati, abbracciami, / è stato un sogno fortissimo / le donne odiavano il jazz / non si capisce il motivo … du-dad-du-dad ♪ ♫ ♪ …
Un pianoforte, un uomo e un cane… Nelson un bellissimo pastore francese, con un carattere difficile, ma con orecchie musicali… così lo ricorda l’Avvocato in un’intervista di alcuni anni fa dove racconta…
“Lui si accucciava lì con me mentre suonavo. Io avevo il vezzo di finire le mie sessioni sempre con una frasettina musicale di Fats Waller e lui aveva imparato a riconoscerla, quando la sentiva si alzava.”
Ma continuiamo la nostra passeggiata, perché lo potremmo incontrare Paolo, come per magia, con il suo frac, in una notte come tante, Sotto le stelle del Jazz e con quell’aria un po’ così che abbiamo noi… forse ci consiglierebbe di andar via di qui niente più ci lega a questi luoghi… neanche i fiori azzurri e questo tempo grigio pieno di musica e di uomini che ci son piaciuti… sì, ha ragione
it’s wonderful… good luck my babe… I dream of you!”
Hey Dr. Jive
, in questa notte stellata, calda e afosa ti immaginiamo sul palco… In linea d’aria meno di un chilometro ci separa. Ti immaginiamo nella folla di concittadini e non, che ti osannano, nell’ultimo, recentissimo concerto di Asti.

Da bambine, noi due, ascoltavamo Azzurro” a palla e ballavamo assatanate sul lungo balcone di casa.
Da giovanotte canticchiavamo Genova per noi” e come te, abbiamo sempre pensato di avere un’anima nera.
Ci siamo dissetate alla fonte di film come “Cotton Club” e “Mo’ better blues”. Abbiamo messo le ali ascoltando soul e funkyBlues e R&B.

Ci ritroviamo adesso qui con un velo di tristezza nel cuore, la sera del tuo concerto per non poter essere sotto il palco. Tre concittadini noi… uno illustre, le altre assolutamente anonime. Separati solo dalle antiche mura. Tu nella parte nobile della città, noi nell’infima periferia… che storia non ha.
Ci rincresce molto non poter mostrare i nostri piedi che si muovono irrefrenabili… al ritmo della tua musica. Siamo comunque qui… su un balcone di fronte a Parco Bicherach, a gustarci un gelato al limon… comprato giusto per l’occasione. Aurevoire!

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