Sopwith Camel: “Sopwith Camel” (1967) – di Maurizio Garatti

Nella seconda metà degli anni 10, la celebre azienda britannica Sopwith Aviation Company avviò la produzione di quello che divenne il più celebre aereo da combattimento della prima Guerra Mondiale: il Sopwith F-1 Camel, che venne utilizzato da diverse aviazioni europee durante il delirio bellico che sconvolse il mondo in quel periodo. Era un aereo scorbutico, difficile da pilotare, ma affascinante e tremendamente efficace; montava mitragliatrici Vickers che erano sincronizzate in modo da poter sparare attraverso le pale dell’elica. Era uno splendido esempio di genialità associata alla voglia di combattere tipica dell’uomo, una creazione affascinante e distruttiva che, in qualche modo, arrivò a colpire Peter Kreamer, cantante e paroliere di un gruppo ancora in fase embrionale e senza nome. In quel periodo, a metà degli anni 60, Peter viveva al 1090 di Page Street, nel quartiere di Haigh-Ashbury (a San Francisco ovviamente…) nella famigerata casa in stile vittoriano dove tra l’altro avevano abitato e suonato The Big Brother and The Holding Company, che ancora non avevano Janis. A quei tempi, nella città che avrebbe di lì a poco incendiato il mondo con la Summer of Love, tutti volevano una band, e Kreamer non era certo da meno. L’incontro che cambiò la sua esistenza avvenne in un libreria, alla fine del 1965: uno di quei posti dove potevi trovare di tutto, dove ti poteva capitare di incontrare Ginsberg e Kerouak, o magari Lawrence Ferlinghetti. Lui invece incontrò Terry McNeil, chitarrista di poche speranze che bighellonava nella città degli Hippies. Fu sicuramente amore a prima vista (musicalmente parlando) e i due scrissero di getto otto brani destinati poi a dar vita a un album a dir poco affascinante. Ma proseguiamo con ordine… Ai due si aggiungono a breve il secondo chitarrista William Sievers, il bassista Martin Beard e il batterista Norman Mayell… a formare una band che, come sognato da Kreamer, ha anche un nome incredibilmente coinvolgente: Sopwith Camel. San Francisco in quei giorni è una città affamata di musica e di cultura (anzi di controcultura) e l’occasione giusta la offre a tutti. La band inizia ad esibirsi al Matrix, leggendario locale che fu tra i primi a proporre musica psichedelica (sono famosi i concerti di gruppi come Quicksilver Messenger Service e Jefferson Airplane), riscontrando un notevole successo e facendo immediatamente presa sul trasognato pubblico che animava una Frisco dedita alla sperimentazione della libertà intesa come dogma di vita. L’Acido Lisergico ancora non era fuorilegge, e la coscienza individuale lasciava spazio a una forma più ampia di conoscenza, più collettiva e coinvolgente. In questo tripudio di follia e genialità i Sopwith Camel si trovano a loro agio. La loro è una psichedelia rilassante e con chiare tinte pop, perfetta contrapposizione agli acidi suoni che si levano da ogni dove ad incendiare menti e sensi già altamente sollecitati. Kreamer (che suona anche il sax) e soci presentano un suono leggero che, seppur intriso di lisergiche visioni, ha la necessaria e catartica pacatezza. Tra i primi a comprenderlo c’è Erik Jacobsen, ventiseienne produttore con all’attivo ben sette hit assieme ai Loovin’ Spoonful, che si trova in città nelle vesti di talent scout… intuisce subito il potenziale del gruppo e, sopratutto, capisce che quei brani possono diventare canzoni di successo. Il contratto con la Kama Sutra Records, una label di livello nazionale, e la conseguente realizzazione di un album, cosa ancora molto rara, sono la logica conseguenza di una storia che sembra partire da subito con il piede giusto. Il disco, “Sopwith Camel” esce all’inizio del 1967 e, il singolo, Hello Hello, entra in classifica raggiungendo la ventiseiesima posizione a livello nazionale, confermando la lungimiranza di Jacobsen. Le canzoni sono piacevoli, molto orecchiabili e tipiche del primo periodo psichedelico, ancora lontane dal furore politico e rivoluzionario che sarebbe arrivato in seguito. Postcard from Jamaica, Frantic Desolation, la già citata Hello Hello, sono il manifesto di una psichedelia lieve, che mutua il beat attraverso l’inserimento di lievi spunti folk e brandelli di Jazz semplice. I Sopwith Camel piacciono, sono la quintessenza della pacatezza che caratterizza i primi vagiti di un 67 ancora giovane e inesperto… e al tour con i Rascals fanno seguito quelli decisamente più significativi con i Doors e con i Rolling Stones. Tutto questo però innesca liti e ripicche di ogni genere. Sievers in seguito dirà: “Non avevamo l’esperienza necessaria per gestire la situazione, non eravamo quel tipo di musicisti, e così finimmo per mandare tutto all’aria”. La band si scioglie alla fine dell’anno, finendo “preda delle varie tentazioni degli anni ’60” ribadisce Sievers. La storia però non termina qui, visto che Kraemer e MacNeilnel 1970, iniziarono a scrivere canzoni insieme, decidendo infine di riformare la band. L’album del loro ritorno , “The Miraculous Hump Returns from the Moon”del 1973è un sofisticato e raro esempio di psichedelia in chiave progressiva, che, a differenza del debutto, risulta meno immediata, ma che resta incredibilmente addosso a tutti coloro che la ascoltano. Il flauto e il sax tratteggiano note efficaci e perfette, con percussioni e chitarre avvolte da un manto sonoro imprevedibile: siamo in ambito Prog, ma molto lontani dal classicismo a volte barocco e stucchevole che imperversa in Europa. Qui è ancora il tratto psichedelico a tracciare la rotta, e il disco è davvero di alto livello. Potrebbe essere l’occasione giusta alla quale aggrapparsi per far ripartire il tutto, ma un incendio distrugge il camion che trasportava tutto l’equipaggiamento della band, mandando letteralmente in fumo illusioni sogni e speranze di un gruppo di musicisti ancora giovani e con molto da dire. Di loro restano questi due dischi, molto distanti tra loro, non solo come anno di pubblicazione… a testimonianza di un combo efficace e tecnicamente valido, la cui opera è arrivata a noi attraverso le pagine di storia della musica, un po’ sbiadite e spiegazzate, che più di qualsiasi altra cosa, amiamo frequentare.

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