Sopravvivere al futuro – di Ignazio Gulotta

Come in un distopico film fantascientifico nel giro di pochi giorni e in una progressione che lascia interdetti l’allarme per il corona virus si è andato estendendo fino a stravolgere la vita quotidiana. Il recente decreto governativo ha chiuso le scuole, ha sospeso tutte le attività sociali e culturali, vietato la partecipazione del pubblico agli avvenimenti sportivi e già si parla di prolungare la durata del provvedimento, con nuove e più stringenti misure come l’allargamento delle “zone rosse”. Senza voler entrare nel merito della questione sanitaria, per la quale sono assolutamente incompetente, vorrei esprimere alcune considerazioni che vadano oltre gli aspetti contingenti. Una contingenza che ha visto prima il Nord del paese travolto dall’allarme epidemia, scuole chiuse, locali pubblici deserti, eventi pubblici annullati e un senso di paura e incertezza che ha svuotato i centri storici, i mezzi di trasporto e intasato farmacie, studi medici, ospedali. Ebbene, il decreto del 4 marzo ha allargato l’allarme in tutta Italia, decretando praticamente la fine della vita sociale così come la conosciamo e, come in un incubo, disumanizzato gli unici luoghi di almeno apparente socializzazione rimangono quelli che Marc Augé ha definito non “luoghi”: ipermercati, centri commerciali, che finiscono per identificare il cittadino esclusivamente nella sua qualità di consumatore. Ma c’è di più, sappiamo infatti, lo ha teorizzato fra gli altri Naomi Klein, come i momenti di crisi vengano utilizzati dalle élite che governano il mondo per realizzare esperimenti sociali e prefigurare il mondo futuro.
È uno scenario preoccupante quello che abbiamo davanti, intanto nell’immediato per i danni gravissimi che questo stop procurerà a chi lavora nell’ambito dell’offerta culturale, sia essa musica, cinemateatro, settore che rischia di essere messo in ginocchio da un provvedimento che per molti che vanno avanti con sacrificio e passione potrebbe rappresentare, se il blocco dovesse ancora prolungarsi, davvero la fine. Ma il timore maggiore è dato dal senso di paura e insicurezza che dilaga fra la gente e che causa mutamenti davvero pericolosi nei nostri comportamenti e nelle nostre reazioni. Aumentando così l’insicurezza che la nostra epoca, che ha visto tramontare le società del welfare nate dopo la fine della guerra e il sorgere di società dominate dalla forte competizione economica, dalla diminuzione dei diritti e delle garanzie sociali, ha contribuito ad accrescere, diffondendo così senso di precarietà e incertezza. Una società spaventata è una società malata e pericolosa, all’interno della quale possono diffondersi idee non dissimili da quelle che videro la luce nei vent’anni fra le due guerre mondiali. Non è un ritorno di regimi dittatoriali da temere (la pur significativa crescita di movimenti di estrema destra che si richiamano a ideologie razziste e fasciste è fenomeno inquietante ma minoritario), quanto invece le profonde mutazioni che potrebbero avvenire all’interno di regimi che pur nel formalismo democratico potrebbero accentuare le derive illiberali che già si intravedono, magari mascherate da provvedimenti per la nostra sicurezza.
L’epidemia è l’occasione per un gigantesco esperimento di ingegneria sociale che porta alle estreme conseguenze le mutazioni avvenute nell’ultimo ventennio, con il progressivo allontanamento dai luoghi che una volta erano di aggregazione sociale. La paura del contagio e le misure prese dai governi inducono a rinchiudersi in casa, a ridurre al minimo i contatti con gli altri: ci si isola, si diventa sempre più monadi e, l’uomo pian piano, quasi inavvertitamente, perde quella che è la sua natura sociale. Si accentua quella tendenza, promossa dalle grandi società nate in questi anni, Amazon, Facebook, Just Eat, ecc., ad abbandonare strade e piazze e a gestire tutto online. Ristorante? Banca? Alimentari? Abbigliamento? Fai tutto da casa con un click, rapido, sicuro e risparmi anche. Cresce anche il lavoro da casa e perfino, questa crisi, prefigura lo scenario terribile dell’insegnamento a distanza, non più solo per le università, ma per tutti gli ordini di scuola. Non è un caso che subito le società informatiche abbiano proposto alle scuole le loro piattaforme per l’insegnamento a distanza: il Covid 19 è per loro il cavallo di Troia per conquistare il controllo della scuola finora, per fortuna, recalcitrante. È la società ideale dei grandi potentati economici, l’umanità ridotta nella sua grande maggioranza a individui che dividono la loro vita fra un lavoro sempre più precarizzato e il consumo: la distruzione del tessuto sociale ne è un corollario assolutamente indispensabile.
L’atomizzazione sociale rende infatti docili, smarriti e fatalmente acquiescenti, venendo a mancare luoghi fisici nei quali confrontarsi, discutere, decidere, ribellarsi, il popolo perde ogni forza. Se con la rivoluzione industriale la fabbrica, luogo in cui si ritrovavano fianco a fianco migliaia di lavoratori, fu anche lo strumento attraverso il quale gli operai poterono discutere, coalizzarsi e organizzarsi per lottare per i loro diritti, oggi i lavoratori rischiano la dispersione, la stessa che ha impedito ai contadini, per secoli, di opporsi allo strapotere dei latifondisti. La comoda comunicazione via web, che ha sostituito circolari cartaceee, volantini, manifesti, ha anche tolto la possibilità di discutere, di dibattere sui luoghi di lavoro le direttive, le decisioni dei potenti e resta solo una possibilità: adeguarsi. In fondo è il classico divide et impera che nell’era di internet diventa isola et impera. Ecco, l’emergenza per il virus è da questo punto di vista l’occasione ideale per mettere a punto sempre più raffinati e spietati sistemi di controllo a carattere securitario, facendoci perfino credere che siano attuati per il nostro bene… mai catene appariranno così dorate
Questo senso di solitudine e di atomizzazione è ben visibile osservando in questi giorni i nostri centro città, che appaiono desolati e spettrali, poca gente in giro, bar e negozi vuoti, le strade fino a pochi giorni fa affollate di turisti adesso offrono l’immagine di una rassegnata sconfitta, la sconfitta di un modello urbano che si è imposto in questi decenni e che ha disumanizzato e rese irriconoscibili soprattutto le città meta del turismo di massa. L’espulsione dai centri storici dei suoi abitanti, sostituiti dal popolo dei trolley, con le abitazioni trasformate in B&B, le botteghe tradizionali trasformate in fast food e locali per happy hour, dove i marchi delle grandi catene hanno reso le strade delle città del mondo monotone e stereotipate, sta mostrando impietosamente il deserto umano e morale che abbiamo creato. Paradossalmente sono più vivi i quartieri periferici che sono rimasti almeno parzialmente immuni dal fenomeno e dove si sente pulsare ancora il ribollire della vita quotidiana. Meglio le urla di un venditore o di una rissa che quello dello stridore delle ruote dei trolley o del trillo del cellulare, meglio i panni stesi al balcone che l’ennesima insegna di Foot Locker o H&M. Potrebbe essere questa l’occasione per ripensare al modello di sviluppo che abbiamo sposato e per rimettere al centro dell’azione non più il privato e la sua rapacità, ma lo Stato e il benessere dei cittadini. Ne saremo capaci?

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