Sons of Kemet: “Your Queen Is A Reptile” (2018) – di Girolamo Tarwater

Sto viaggiando in treno e attraverso l’Italia. Dal finestrino intravedo colline, borghi, una capitale provinciale, cascine, boschi, prati, città in cui storia e arte significano ormai solo turismo (inteso come indotto economico). Trovo il tempo per riascoltare un disco scaricato il mese scorso e che a un primo ascolto avevo trovato discreto, niente più. Si tratta di “Your Queen is a Reptil” (Impulse 2018) dei Sons of Kemet che – forse non a torto – è stato disco dell’anno per The Wire, una rivista che dal Jazz era partita per poi perdersi un po’ ovunque, a volte nei posti giusti, molto più spesso nei posti sbagliati. Ora forse sono un po’ più disarmato e i Sons of Kemet hanno qualcosa da dirmi, qualcosa su cui riflettere. “Your Queen is a Reptile” è un disco compatto e coeso, enciclopedico e disperatamente aggregato/aggregante ma in realtà gioiosamente disgregato nel profondo, pregno e sfatto della disgregazione che vorrebbe combattere. Mi avvedo ora che è molto bello, ben suonato e pieno di suggestioni, ritmi e fiati straordinari. In un periodo marcato da Trump-Brexit-Salvini ha una sua urgenza. Sviluppa una musica tutta in orizzontale. Lavora sulla sintassi e la grammatica, creando un ibrido convincente (nel senso che convince ancor di più chi già è convinto) di tutti i linguaggi neri (dal Jazz – orizzonte di fondo – fino al Dub e al Rap, via Tropici) in una apoteosi avvincente del meticcio, del creolo, dell’immigrato. Eppure manca qualcosa: la profondità. Come in David Byrne – in tempi non sospetti – alla scoperta dei ritmi afrocaraibici, c’è tanta curiosità, intelligenza e abilità. Ma forse non tocca il cuore (questo organo umano così strano e imprevedibile) fino in fondo.  Descrive, canta, suona in modo mirabile la realtà come uno specchio o una cartina tornasole. Alla fine però ne resta troppo intricato. Manca un lavoro di autoriflessione, di lucido distanziamento che renda veramente radicale (nel senso etimologico) progetti del genere. Si finisce invece per abitare le contraddizioni col rischio di omologare le differenze, di non lasciar spazio per il non detto, dimenticandosi di lasciar aperte le porte per chi “non” vuole entrare. Insomma, alla fine non ci si espone più. Qui la rabbia è veicolata in termini non rabbiosi, ma la si sente tutta. Una musica sofferta più che rabbiosa è quella che ci vorrebbe oggi, come era per il Blues o le declinazioni del Jazz quando ancora era solo nero, una musica che permetta di ridere e di piangere insieme, di bere una birra insieme, di ballare e di scopare magari ma senza voler salvare il mondo o pretendere di aver già capito tutto di esso (soprattutto quando, come in questi casi, si sanno e si conoscono molte cose). Essere troppo attuali (in sintonia con l’attualità) non è mai un bene alla lunga. I veri artisti sono sempre un po’ sfasati (un po’ troppo avanti o un po’ troppo indietro) rispetto al tempo, vedono qualcosa che non c’è ancora o non c’è più. Io – che non sono enciclopedico ma caotico, e non ho poi tutte le competenze dovute per parlare di dischi come questo (ma ci provo lo stesso a scrivere qualcosa: ognuno ha la sua urgenza che altri giudicheranno) – trovo più attuali e urgenti Albert Ayler, l’ultimo Coltrane, il Davis di “In a silent way” (1969), il disperante allelujatico lirismo di Tom Cora o – più, ehm, attuali – gli amplessi di Brötzmann/Leigh. Certamente meglio della calligrafia ecumenica di Kamasi Washington.

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