Sonic Youth: “Bad Moon Rising” (1985) – di Abraxas M.

“Sta sorgendo una luna maligna”. Mutuando una locuzione del gergo blues, nel 1969 lo cantavano già i Creedence Clearwater Revival (“I see bad times today…”), sbeffeggiando lo zuccheroso “flower power” e puntando il dito contro le contraddizioni dell’american wife of life e il rifiuto di affrontare la realtà, la dura realtà. A distanza di tre lustri, i Sonic Youth riprendono quello spirito e si tuffano nel cuore di tenebra a stelle e strisce confezionando l’album che, anche grazie al singolo che lo precede, Death Valley ‘69, è destinato a far uscire il loro nome dai confini dall’art rock newyorkese. L’endiadi arte-musica per esprimere lo stesso concetto: la necessità di destrutturare per poi ri-strutturare. Siamo agli inizi degli anni Ottanta, molti artisti gravitano intorno al mondo musicale e, mentre alcuni compositori d’avanguardia lavorano su struttura armonica e ritmi, i graffiti di Jean-Michel Basquiat e Keith Hearing si intrecciano con le ricerche musicali di Glenn Branca e Philip Glass, creando fra l’East Village e SoHo quel climax ideale per sperimentare idee da declinare in nuove forme espressive. I Sonic Youth si nutrono dell’atmosfera e si affacciano sulla scena musicale proponendosi come un’eccentrica realtà artistica. Nei Sessanta sono stati i Velvet… ora tocca a Thurston e soci catalizzare l’attenzione della comunità underground facendosi carico dell’eredità dei Mc5, degli Stooges, dei Suicide e dei New York Dolls, per trascinare il rock degli anni Ottanta un pochino più in là, decostruendo, manipolando, per poi reinventare attraverso un sound distorto e dissonante, capace di declinare il post punk con l’avanguardia artistica e il rock’n’roll. Tutto rigorosamente “out of the loop”, naturalmente. Perché il sistema coopta e uniforma, come è capitato al punk, ripulito dall’industria musicale e reso presentabile con le vesti del “new wave”… e allora la risposta è: “no wave”. Protestare. Mettersi in gioco e non seguire le regole. Ma ci vogliono le giuste influenze, da sublimare in un prodotto musicale innovativo; e poi, certo, ci vuole il talento, perché se tutto quello che fai è colorare gli spazi, non pensi di poter finire un giorno al Museo di Arte Moderna… ma non si limitano, come dire, a colorare gli spazi, i Sonic Youth. No. Come moderni rabdomanti, captano le vibrazioni che pulsano all’interno di una società inquieta, le vivono nei loro corpi e nelle loro anime, e poi le trasmettono ai loro strumenti. Fans della pop art, creano forme, strutturano armonie; diventano artisti popolari, indipendenti, creano una propria fanzine, “Killer”, e sono fonte d’inesauribile ispirazione. Dopo l’heavy rock minimalista e claustrofobico degli esordi, tutto teso a un deragliamento sonoro che riflette una disconnessione che è sia psichica che sociale, un sound influenzato dallo sperimentalismo del compositore d’avanguardia Glenn Branca (che per primo ha creduto nelle potenzialità della Band, dopo averla vista all’opera durante il Noise Festival al White Columns di New York, uno spazio alternativo per artisti emergenti non affiliati al circuito delle gallerie d’arte, in quel Lower East Side già culla della rivoluzione punk nata al CBGB), Thurston Moore, la sua compagna Kim Gordon, l’ex studente d’arte Lee Ranaldo (il suo primo gruppo si chiama Flucts, chiaro riferimento al movimento artistico Fluxus) e Bob Bert registrano il loro secondo album in studio alla fine del 1984. Il risultato è“Bad Moon Rising” (1985), un concept album alla rovescia che trasuda una sorta di ontologia negativa, nel quale le percussività ossessive evocano atmosfere psicotiche da uomini del sottosuolo, a cominciare dalla foto di copertina dell’album, scattata da James Welling, fotografo e artista postmoderno, che raffigura uno spaventapasseri con una zucca di Halloween come testa, una sorta di anatema blasfemo lanciato alla tradizione popolare americana. Da Brave Men Run (In My Family) a Ghost Bitch (una sorta di danza allucinata in cui si racconta il primo incontro dei pellegrini inglesi con i nativi), da I’m Insane a Justice Is Might… più che la classica sequenza di canzoni, quello che si ascolta è una sorta di distopia musicale su cui aleggia un climax di ossessione paranoica, con accordature ruvide e dissonanti a creare riff distorsivi, clangori e vibrazioni senza soluzione di continuità. Poi arriva Death Valley ’69. Scritta da Moore insieme alla “dark lady” Lydia Lunch (poetessa e attrice che partecipa come vocalist al brano), già vicina ai Martin Rev e ad Alan Vega, la canzone è ispirata a “The Family”, un saggio di Ed Sanders sulla setta di Charles Manson. Mutando e manipolando alcune frasi pronunciate da Susan Atkins, (ribattezzata da Manson Sexi Sadie, una delle girl che partecipò all’eccidio di Cielo Drive), i Sonic Youth sembrano gli aedi riottosi del passato nero del loro Paese. C’è il crimine, c’è un’epoca della società, insomma, c’è la storia americana. Smascherando l’ottimismo ipocrita e le false promesse, i Sonic Youth mettono a nudo il peccato originale di una nazione fondata sulla morte. Una volta di più, Manson simboleggia il cuore di tenebra della cultura a stelle e strisce. I circa cinque deliranti minuti della canzone sembrano il viaggio allucinato di una mente psicopatica: chitarra, basso e batteria che accompagnano la voce roca di Lydia Lunch in un crescendo di tensione, con note che suonano strane, un po’ come una bomba a orologeria, con un ticchettare inquietante, fino all’esplosione improvvisa: “hit it; hit it; hit it”, intimano le voci affannose di Thurston Moore e Lydia Lunch”… e sembra quasi di vederla, laggiù, nella Death Valley, Sadie, allontanarsi dal Barcker’s Ranch a bordo della Dune Buggy insieme alle altre ragazze, Quisch, Snake, Squeaky, per andare a colpire quelli che contano, i ricchi, nelle loro ville lussuose sulle colline di Beverly Hills: “Colpisci, colpisci, colpisci”. “Bad Moon Rising” esce nel marzo del 1985 fra l’indifferenza della critica musicale, che ha già bollato il gruppo, etichettandolo artistoide e troppo intellettuale. “Rolling Stone” lo ignora. Manca l’impatto commerciale; non c’è quasi evidenza, per i Sonic Youth… ma da questo momento inizia la loro influenza. Perché poi sono le cose che non accadono quelle che durano più a lungo.

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