“SongBag”: intervista con Jimmy Ragazzon – di Capitan Delirio

Sono passati quasi due anni dall’uscita di “Songbag”, il primo album solista di Jimmy Ragazzon, per la Ultra Sound Record, dopo più di trentanove anni di carriera. Un progetto con tempi di cottura lunghissimi ma che poi ha dato i suoi ottimi risultati. La giusta presentazione visiva, fornita da arrangiamenti in acustico. I giusti profumi, forniti da sonorità Blues, Bluegrass, Country. I giusti sapori, forniti da contenuti autoriali con tematiche autobiografiche e sociali. Abbiamo avuto già modo di recensirlo sulla nostra rivista, poco dopo l’uscita, ma abbiamo voluto incontrare Jimmy Ragazzon per approfondire meglio la conoscenza delle ricette che hanno portato alla realizzazione di questo disco e per viaggiare tra risvolti poco noti della sua carriera e arte.
Ciao Jimmy, la prima cosa che mi viene in mente da chiedere è… come è nato il nome Jimmy, visto che tu ti chiami Alessandro?
“Il soprannome mi è stato dato dai musicisti di Voghera, le prime rock band che frequentavo da piccolo nei primissimi anni 70, coi i quali condividevo la passione per il Rock & Roll. Credo di essere stato il primo, nella mia cittadina, a possedere “Smash Hits” di Jimi Hendrix, che gli feci ascoltare spesso e da li il nomignolo, ma con una M e la Y in più, per evitare assurdi paragoni. Ho poi mantenuto questo nome d’arte, sia come DJ in varie radio e discoteche, sia come pubblicista che come musicista”.
C’è un legame doppio con la musica americana, quindi. Tutti conoscono il tuo amore per Bob Dylan, in particolare, presente anche in questo disco… mi aspettavo che mi dicessi che fosse legato a lui o a una sua canzone…
“Nulla in particolare con Dylan anche se, insieme al Blues, è da sempre il mio imprescindibile Maestro ed ispiratore. Credo che nessuno come Lui abbia coniugato in maniera perfetta musica, poesia ed impegno sociale. I testi delle sue canzoni sono una continua sorpresa, ogni volta che li canto, li rileggo o mi capitano sotto gli occhi, anche dopo tutti questi anni. Attuali e profetici in modo quasi inquietante, continuano a stupirmi”.
Come Lui suoni armonica e chitarra. Nei vari video e immagini che si trovano in rete ti si vede suonare parecchi strumenti… qual è quello che ti ha lanciato nel mondo della musica e quello che ami di più, con cui ti senti te stesso?
Credo che l’armonica sia il mio strumento preferito. Ho comunque iniziato con la chitarra acustica, che uso per scrivere e comporre, ma anche come ritmica live, pur avendo una tecnica strumentale limitata.
Il tuo percorso artistico è segnato dal lavoro fatto sin dal 1979 con i Mandolin Brothers, tra dischi e concerti in tutto il mondo e poi come è nata l’esigenza di un disco da solista?
“Da tempo pensavo ad un album completamente acustico di mie canzoni. Quando si è presentata l’occasione ho raccolto amici-musicisti che prediligono il sound naturale degli strumenti, il caldo suono dei legni ed abbiamo cominciato, nel massimo relax, ad elaborare l’album. Il tutto è filato liscio, in una atmosfera di amicizia e collaborazione che ha dato buoni frutti… ma ora è tempo di nuovi progetti e, con i Mandolin Brothers, stiamo lavorando al nostro sesto album, che pensiamo di pubblicare nell’’autunno del prossimo anno, anche per celebrare degnamente i 40 anni di storia della band: un traguardo non cosi consueto per un gruppo come il nostro, del quale siamo molto orgogliosi”.
Noi non vediamo l’ora di ascoltare anche il nuovo album ma abbiamo ancora qualche curiosità sull’ultimo. I testi dei brani di “SongBag” affrontano contenuti autobiografici e tematiche sociali, sempre importanti in questo periodo storico in cui la socialità sta prendendo altre direzioni tu che ne pensi?
“Credo ancora che la musica, l’arte in generale, possano contribuire a migliorare questo mondo. Tira una brutta aria, vecchi fantasmi che pensavamo scomparsi si ripresentano e bisogna tornare a combatterli, anche scrivendo testi che non lascino adito a dubbi e che dicano le cose come stanno. Penso si debba anche stimolare chi ascolta a pensare e a riflettere, oltre che a godere di una bella canzone. Poi c’è anche l’importante sfera personale, i miei sentimenti, le esperienze vissute, i miei problemi e le mie gioie, che affiorano sempre in quello che scrivo. Non potrebbe essere diversamente”.
Dieci brani registrati come se suonati dal vivo in acustico e senza batteria. Come è nata la scelta degli arrangiamenti?
“In modo spontaneo e naturale. Tutti i musicisti presenti nell’album hanno contribuito alla riuscita del progetto, con preziosi suggerimenti, stimolando ed arricchendo la creatività di ognuno di noi. Anche l’idea di poter suonare tutto il disco in qualsiasi situazione, senza l’ausilio di amplificatori, service audio, corrente elettrica ecc. è stata una degli obiettivi”.
Mi sembra di capire che hai avuto compagni di viaggio di tutto rispetto che hanno dato un contributo notevole.
“Questo è certo: senza di loro “SongBag” non sarebbe mai nato. Io ho registrato le mie canzoni e le due cover in modo rudimentale, passandole poi al resto dei Rebels. A questo punto tutti hanno dato il loro contributo, le loro idee ed il loro feeling per gli arrangiamenti, le stesure e la realizzazione dell’album. In particolare Marco Rovino, Paolo Ercoli, Luca Bartolini e Rino Garzia, che mi accompagnano nei concerti, sono stati fonte di ispirazione per tutto l’album, con la preziosa ed indispensabile collaborazione di Stefano Bertolotti, della Ultra Sound Records. Infine l’amico Jono Manson ha mixato il tutto, con la solita grande professionalità che lo contraddistingue, aggiungendo anche un suo cameo vocale e strumentale ad uno dei brani.
Tu hai molte esperienze dal vivo in tanti anni di carriera ma in questi due anni dall’’uscita del disco che impatto ha avuto sul pubblico?
“Direi piuttosto buono. Le numerose recensioni, italiane ed estere, sono state tutte molto positive e ne sono contento. Ogni volta che suoniamo dal vivo il pubblico apprezza ed abbiamo sempre raccolto consensi sia per i brani originali, sia per le cover scelte, che mi piace pensare possano integrare e nobilitare il materiale dell’album, seguendo un percorso storico-musicale con il quale sono cresciuto e che continuo ad esplorare”.
C’è un aneddoto che ricordi in particolare?
“Beh, in una delle prime serate di presentazione di “SongBag” un addetto ai lavori ci ha chiesto chi avesse scritto alcuni dei brani, suggerendo e citando nomi altisonanti: quando ho risposto che erano quasi tutti i nostri, ne è rimasto davvero stupito e sorpreso. Poi, forse un poco imbarazzato, ci ha fatto i suoi più sinceri complimenti”.
Noi ci uniamo ai complimenti perché l’album è davvero di una bellezza rara. Per salutarti vorrei chiederti… che direzione sta prendendo la musica in Italia secondo te?
“In realtà non saprei esattamente, ci sono tanti ottimi musicisti indipendenti che da molti anni propongono grande musica, fuori dai circuiti commerciali, ma che faticano, come noi, a trovare ingaggi per i concerti. Purtroppo, per motivi di cassetta, spesso viene data la precedenza ad artisti anglo-americani, penalizzando le band nostrane, di pari se non superiore livello. Qualcosa lentamente si sta muovendo, grazie anche ad alcune agenzie di booking, che lavorano seriamente per la promozione degli artisti. In generale, comunque, sono da tempo sconfortato e deluso dalla pochezza e dalla insulsaggine di quasi tutto quello che si ascolta in radio, TV, ecc. Il livello culturale dei media si è abbassato molto ed è una cosa veramente triste, che contribuisce alla scarsa curiosità, alla superficialità e al disinteresse verso l’arte di molti giovani, che non hanno fonti serie a cui attingere facilmente”.

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