“Sonata a Kreutzer”: l’arte della gelosia – di Nicola Chinellato

E’ il 1888, quando il grande romanziere russo, Lev Tolstòj, ascolta per la prima volta la “Sonata per violino e pianoforte n. 9 in La maggiore, Op. 47″ di Ludwig Van Beethoven, dedicata al musicista e compositore francese, Rudolphe KreutzerDurante l’esecuzione della sonata, siedono al suo fianco il pittore Il’ja Efimovič Repin e l’attore Andreev Burlak.
Tutti e tre gli artisti rimangono così ammaliati dal potere evocativo di quel brano tanto seducente e carnale, che decidono di trasformare l’impressione suscitata dalla musica attraverso gli strumenti della loro arte. Una sorta di scommessa quindi, per vedere chi dei tre fosse in grado di suscitare più emozioni, partendo dalla sonata e sviluppandola in modo diverso, ciascuno con il talento della personale espressione artistica. Una boutade del momento, che per due dei tre protagonisti non ebbe alcun seguito: Repin, troppo oberato di commissioni, si ritirò dal proposito quasi subito; mentre Burlak morì nel maggio del 1888, senza avere il tempo di realizzare alcunché. Solo Tolstòj rispettò l’impegno preso e scrisse di getto la prima stesura di un romanzo breve, che vedrà la pubblicazione qualche anno più tardi, nel 1891, con lo stesso titolo della dedica di Beethoven per il componimento: “Sonata a Kreutzer”. La storia raccontata è (soffermandoci su un primo piano di lettura) un “dramma della gelosia”, tanto che (se non fosse che la partitura nasce prima del romanzo e non il contrario) potremmo definire quest’opera melodramma buono per un libretto destinato alla Lirica. Il protagonista, Vasja Pozdnyšev, presenta a sua moglie, appassionata di pianoforte, un avvenente musicista, che in poco tempo inizia a frequentare con assiduità la casa della coppia. Lentamente, ma inesorabilmente, si fa largo nell’immaginazione del marito il dubbio che fra la moglie e l’uomo stia nascendo una liaison. All’inizio sono solo sospetti, che però prendono le sembianze della consapevolezza, quando Pozdnyšev ascolta i due, lei al pianoforte e lui al violino, eseguire la “Sonata a Kreutzer” di Beethoven. Convinto erroneamente che il musicista stia per partire per un lungo viaggio, Pozdnyšev si assenta di casa alcuni giorni per curare i propri affari in provincia. Una lettera della moglie, ricevuta due giorni dopo la partenza, riaccende, però, la gelosia dell’uomo: il violinista non è partito e anzi ha già fatto visita alla donna, nonostante l’assenza del marito. Pozdnyšev ritorna precipitosamente a casa, dove arriva in piena notte. Trovandola a  tavola con il musicista, in preda a un accesso di rabbia, l’uomo pugnala fatalmente la moglie. Questa, in breve, la trama del romanzo.
Se il tradimento si sia consumato non è dato sapere e, francamente, a Tolstoj poco importa, dal momento che a tal riguardo nulla dice. Lo scopo del grande romanziere russo, se si passa a un piano di lettura più profondo, è semmai quello di raccontare, attraverso il potere evocativo della musica, l’ingannevole deriva imboccata dalle suggestioni della carne e della gelosia; ma anche, e soprattutto, la vita di due persone all’interno del matrimonio, luogo di rancori, prepotenze, ipocrisie e prevaricazioni (tema già affrontato nel sublime “La Morte di Ivan I’lic”) in cui la donna è fattivamente sottomessa all’uomo da un vincolo molto simile a quello della prigionia. La gelosia narrata da Tolstòj non ha nulla a che vedere con l’amore, ma è semmai una delle tante espressioni del possesso, l’esercizio di una legittima prerogativa connessa al diritto di proprietà sulla donna. Quella del matrimonio come contesto di sottomissione della donna all’uomo non è per Tolstòj un’idea nuova
(il brogliaccio originario sul quale “Sonata a Kreutzer” ha preso vita è databile tra il 1860 e il 1865) ma qui, finalmente, viene sviluppata in modo compiuto, mettendo in risalto, senza filtri, le squallide dinamiche e le esiziali conseguenze che ne possono derivare (il romanzo, all’epoca, fu aspramente criticato proprio perché metteva sul piatto argomenti scabrosi e normalmente taciuti dalla società del tempo). Tuttavia, a prescindere da ogni altra considerazione sui contenuti dell’opera e sulla straordinaria prosa di Tolstòj, ciò che è decisivo per la nostra narrazione è la musica di Beethoven, molla emotiva che spinge il protagonista all’assassinio della moglie. Cos’ha, dunque, di tanto ammaliante questa sonata di Beethoven? Perché queste note travolgono di sensualità, accendono di passione, bruciano letteralmente la carne? Quale potere nasconde e qual è la forza che consente a questa musica di trasformare un fastidioso dubbio in accecante e violenta gelosia? Provate ad ascoltarla e mentre lo fate vestite i panni dell’uxoricida Pozdnyšev che, già disturbato dal sospetto, assiste all’esecuzione della sonata da parte dei due presunti fedifraghi. Il pianoforte è la donna, e il violino è l’uomo: da un lato, le forme arrotondate del piano e una distesa di tasti da sfiorare, dall’altro la forma allungata del violino e il movimento inequivocabile delle mani che si muovono rapide sulla tastiera e tengono in mano l’archetto. Sono gli strumenti a richiamare la sensualità prima ancora che l’esecuzione inizi. Violino e pianoforte sono due corpi che si cercano e le cui forme sembrano fatte apposta per congiungersi. Il delirio di Pozdnyšev inizia da qui, la sua fantasia malata e il dubbio che lo divora lo spingono a trasfigurare gli amanti, proiettandoli in un immaginario in cui lo strumento musicale è propaggine sessuale di un corpo. Eppure non basta questa malsana fantasia a rendere folli e ad accecare con l’odio della vendetta. Pozdnyšev acquisisce la consapevolezza del tradimento e rimugina dentro sé violenti propositi solo quando le note iniziano a liberarsi nell’aria. Questa musica, che suona meravigliosa per chiunque, per Pozdnyšev è la prova ineludibile del tradimento, perché racchiude in sé fraseggi che ricalcano perfettamente il rituale del corteggiamento amoroso. Ascoltate: entra subito il violino, e si presenta con baldanzosa gentilezza, col portamento raffinato del gentiluomo che si accosta alla donna con discrezione e sicurezza, accampando una scusa forse banale ma efficace.
Lei, la donna (e il pianoforte) risponde con ritrosia, si schermisce e arrossisce di timidezza.
Superato il primo momento, nel quale si intrecciano imbarazzo e una certa malcelata eccitazione, ecco che l’uomo si fa più spavaldo e si lascia andare a una battuta di spirito.
Lei, ancora irresoluta tra desiderio e convenzione sociale, sorride appena e si fa un po’ più ciarliera, rilasciando i primi freni inibitori e dimostrando di apprezzare le brillanti attenzioni del corteggiatore. Inizia così un crescendo di violino e pianoforte, uomo e donna, contegno e attrazione, colti da Beethoven in un dialogo che si fa sempre più brioso e serrato, tra ammiccamenti, sfioramenti, ilarità, doppi sensi, frivolezze, languori, sguardi che d’improvviso avvampano di passione e presagi di una voluttà che bussa alle porte del futuro, ma che le note invece rendono già inequivocabilmente presente. C’è da perderci la testa, quel tanto che basta a spianare la strada al folle disegno della gelosia. Proprio come accade nel romanzo all’uxoricida Pozdnyšev o come sarebbe potuto accadere allo stesso Tolstòj quando, molti anni più tardi, per un’incredibile intreccio fra letteratura e realtà, la moglie Sofia, depressa per la morte del figlioletto Vanja, si invaghì del musicista Sergej Ivanovič Taneev, che per qualche tempo frequentò la casa del romanziere.

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