Son Volt: “Notes Of Blue” (2017) – di Nicola Chinellato

Quando più di vent’anni fa, nel 1994, si sciolsero gli Uncle TupeloJeff Tweedy andò a fondare i Wilco, credendo fermamente nell’idea che fosse possibile rileggere le radici attraverso le lenti colorate di un rock sghembo, progressista e ammiccante al pop. Jay Farrar, invece, si fece baluardo di una visione ortodossa, attraverso la quale i suoi Son Volt, a partire dal bellissimo “Trace” del 1995, si impegnavano a tener fede ai dogmi dell’alt country, con scarti stilistici, come si vedrà nel corso del tempo, solo estemporanei. Una musica ingenuamente (ed epicamente) legata alla terra del Midwest, alle distese di grano, alle small town e a una narrazione in qualche modo stereotipata, eppure mai priva di un certo fascino romanzesco. Dopo ventidue anni di onorata carriera, intervallati però da uno iato di cinque all’inizio del nuovo millennio, Jay Farrar torna con un nuovo disco che, pur non discostandosi troppo dal marchio di fabbrica, sembra voler imboccare strade diverse da quelle, ad esempio, percorse nel country di stretta osservanza del precedente “Honky Tonk” (2013). Il risultato è un disco che fa la sponda fra i territori abbondantemente esplorati e quelli, invece, meno frequentati del blues in quota North Mississippi e del rock. Un piccolo cambio di rotta, dunque, rispetto al consueto, con cui però Farrar riesce comunque a centrare il bersaglio, sia nei brani più ovvi, sia in quelle canzoni in cui diventa preponderante la dimensione elettrica. L’iniziale Promise The World, ad esempio, è un country soul che rientra nelle classiche corde della Band, ma è talmente riuscito nella sua cristallina melodia, illanguidita dalla lap steeel di Jason Kardong, da lasciare senza fiato. Un pezzo stratosferico, nella miglior tradizione Son Volt, che testimonia uno stato di salute eccellente. Non è da meno la successiva Back Against The Wall, ballatone elettroacustico, fremente di distorsioni e di Epica. Piace, però, anche l’elettricità ipnotica della cadenzata Cherokee St., il raspare perentorio della chitarra nell’hard blues di Lost Souls (vengono in mente i North Mississippi Allstars) e i vortici slide che risucchiano la ruvida Sinking Down.
Un disco, dunque, che si tiene in bilico su due diverse dimensioni e che trova il proprio equilibrio in una scrittura solida e collaudata; ma capace ancora di guizzi verso l’alto e di scarti laterali che sorprendono.
Un ottimo ritorno per una Band che si conferma ancora all’altezza del proprio passato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *