Stanley Kubrick: “2001: A Space Odyssey” (1968) – di Ginevra Ianni

Siamo nell’era della multimedialità, del cyberspazio che si espande come un universo parallelo a quello reale e dove ognuno di noi è potenzialmente collegato a chiunque. Basta un clic e si è in Cina, ad Aleppo, sugli Urali o a Zanzibar. Ma siamo davvero meno soli? Siamo nell’era della ipercomunicazione ma forse mai come adesso le distanze tra le persone si sono fatte incolmabili, vicinissime eppur lontanissime. Perché?  Per un nuovo e più grave motivo. Chi prima scriveva una lettera aveva già un’idea da comunicare, un sogno o un piano già concepito, pensato in un tempo più lungo, fatto di ore, forse giorni impiegati per elaborarne il testo. Altrettanto accadeva per la risposta. Ora no. Se si starnuta da Dublino on line, il salute arriva in tempo reale a San Pietroburgo.
Tempo e spazio si sono contratti, azzerati ma qualcosa manca, qualcosa è cambiato. Nella foga di comunicare e trasmettere qualunque cosa, qualunque dato, se ne è perso il contenuto, lo si è banalizzato, svilito.
 Il pensiero si svuota di vero contenuto, uno “smile” che ride o piange sostituisce un’idea magari semplice ma propria. Però è più veloce, arriva prima. Gioia, spavento, giubilo o tristezza si identificano in uno schizzo fatto da altri per esprimere i sentimenti altrui, certo più facile e rapido ma non concepito o sentito in quel momento. Nulla lo è più: altro effetto della ipercomunicazione è quello di abbassare il livello dei contenuti e delle forme del linguaggio.
Convinti di poter sapere e avere tutte le competenze, in realtà non si è più in grado di articolare frasi complesse, diviene gradatamente più difficile sia formulare i concetti sia nel conoscere le parole per farlo. Con buona pace della grammatica, della ricchezza lessicale e della consecutio temporum. Ricorda un po’ le scimmie di Stanley Kubrick in “2001 Odissea nello spazio“, pochi eletti detengono verbo e tecnologia. Gli altri alzano al cielo una clava credendo di avere le competenze per gestirli. Questo è ciò che ci rende poi soli.

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