“Solchi Sperimentali”: intervista con Antonello Cresti – di Gabriele Peritore

Da quando nel 2014 è uscito “Solchi Sperimentali”, che raccoglie le analisi di cinquanta anni di musica alternativa e seminale dagli anni sessanta ad oggi, i progetti ad esso correlati si sono moltiplicati, creando nuove situazioni che continuano ancora adesso, e continueranno anche in futuro. Siamo in attesa, infatti, dell’edizione dedicata alla musica tedesca intitolata molto ironicamente: “Solchi Sperimentali Kraut”Abbiamo incontrato Antonello Cresti per farci raccontare qualcosa dei suoi innumerevoli progetti.
Ciao Antonello, è difficile trovare il punto da cui partire, perché tu sei giornalista, scrittore, musicista, compositore e, forse, soprattutto saggista… Per iniziare mi viene da chiederti… quale di queste tue attività oggi ti rappresenta meglio?
Ho iniziato ad ascoltare musica in tenerissima età, ed all’età di 8 anni ho iniziato lo studio della batteria. Quando si è trattato di esprimersi creativamente la cosa più naturale mi è parsa rivolgermi alla musica attiva, e per diversi anni il mio orizzonte privilegiato è stato quello, attraverso il lavoro in due gruppi, le mie demotapes da solista ed altre cose. Non ho però mai abbandonato la scrittura (alla fine sono un reduce del Liceo Classico e non del Conservatorio) e ad un certo punto ho capito che avrei potuto incidere molto di più come “scrittore di musica”, piuttosto che come musicista. Ho accolto questa consapevolezza con molta serenità, ed ora mi sento perfettamente focalizzato in questa dimensione. Tra l’altro, organizzando anche eventi, sono tornato dopo un po’ di anni a respirare anche il clima del live dal di dentro.
La tua attività di ricerca è nata in Inghilterra… da cosa nasce l’esigenza di lasciare il proprio contesto, i propri luoghi natii? Si può parlare di una fuga in senso lato o di necessità di trovare altre tipologie di formazione?
Racconto tutto nel mio libro “Ho trovato l’Inghilterra” (Crac Edizioni)… quando nel 2003 ho iniziato i miei vagabondaggi in solitaria certamente ero alla ricerca di qualcosa di cui avevo bisogno. In sintesi, sapere che anche nel cuore dell’Europa globalizzata di oggi ci fosse spazio per comunità di villaggio che privilegiano relazioni umane pre-industriali. Negli ultimi anni, con gli eventi, per fortuna ho conosciuto tantissime persone che si muovono in questa ottica anche in Italia e mi sono riappacificato col mio paese. Detto questo che si tratti di Gran Bretagna o di Italia mi tengo lontano dalle città e metropoli e perseguo itinerari minori. Questi mi danno soddisfazione e senso di scoperta.
Ci sono stati anni, a partire dai sessanta, in cui la Capitale britannica (e tutta la Gran Bretagna) ha fatto da traino per la cultura europea… quando sei stato a Londra hai respirato la stessa aria? Evidentemente per te lo è ancora visto che ci hai dedicato i primi tuoi saggi e le opere successive…  cosa ci hai trovato di magico? ci vuoi parlare di questo amore?
Prima parlavo appunto di miei antichi amori: quello per l’Inghilterra è qualcosa di radicato in me pressoché da sempre. E’ nato anche esso attraverso la musica, quella dei Beatles nella fattispecie, ma ben presto ha assunto i suoi contorni definitivi e più ampi. Attraverso la cultura britannica ho conosciuto, oltre che tanti luoghi meravigliosi, tante possibili vie di fuga alla massificazione in atto. Tante passioni letterarie, musicali, artistiche, ma anche tante simpatiche manie, spesso legate al nostro rapporto con la Natura. Da questo punto di vista credo che nell’Europa di oggi non ci sia nessuno al passo dei britannici. E poi mi sono innamorato anche di certi aspetti del folklore e del lungo retaggio pagano, vagando anche per i meravigliosi siti megalitici sparsi in tutto il Regno Unito. Musicalmente parlando credo che la grande forza dei progetti britannici sia solo una: il sapere in ogni caso mantenere un punto di contatto col formato canzone, senza per questo compromettersi. Penso in particolare alla continua reinvenzione del patrimonio folk, molto attiva anche in questo primo scorcio di terzo millennio.
A proposito di retaggio pagano… ho spesso studiato anche io questi argomenti e chiaramente ne sono affascinato. Sai che i siti megalitici sono sparsi anche in tutto il nostro territorio nazionale… nel Lazio, in Sardegna, nella mia Sicilia… gli esperti riconducono tutto ad antichi culti precristiani interconnessi tra di loro anche se posti in diverse zone del Pianeta… tu che idea te ne sei fatta? 
Come te non sono che un appassionato, non certo un esperto. Quindi non posso basarmi su teorie – anche se alcune le ritengo piuttosto convincenti – ma solo su sensazioni… e quello che questi straordinari luoghi mi ispirano è un contatto continuo, fertile tra Uomo e Natura, una connessione che si è persa con la cosiddetta “civilizzazione” . Nei siti megalitici ricerco questo ruolo armonico, mi ricollego al grande flusso, e talvolta sperimento anche forme di geomanzia. Ho potuto appurare anche personalmente dell’enorme carica di energia presente in questi luoghi, proprio come i Megaliti fossero moderne antenne.
Energia che indirizzi tanto nei tuoi scritti… Tra le opere saggistiche e,  diciamo… narrative, ce n’è qualcuna a cui ti senti più legato?
Tra i miei lavori è inevitabile che tutta l’epopea dei “Solchi Sperimentali” abbia rappresentato una svolta importante… ma sono felice di essermi cimentato anche con la narrativa di viaggio, come dicevo prima, e di aver tentato uno studio più denso e culturologico in “Come to the Sabbat” (Tsunami Edizioni).
Inoltre sei tra i fondatori del progetto musicale Nihil Project, la cui proposta artistica si muove verso la psichedelia e la sperimentazione… risente in qualche modo delle influenze inglesi?
Direi di si. Il nostro primo cd “Paria”, in realtà era più legato ad una idea contro culturale e ribellistica a tutto tondo, ma “Samhain” prima e “Plough Plays” soprattutto sanciscono un debito tematico fortissimo con le tradizioni britanniche, e potremmo definirli come “concept album pagani”. Musicalmente parlando poi non c’era una direzione precisa, affrontavamo tanti generi, ma nell’ultimo ci siamo cimentati in maniera più organica proprio col folk, per quanto contaminato.
Poi però è arrivato il momento di rivolgere nuovamente lo sguardo verso il nostro Paese… come mai? Qualcosa di buono in Italia si è fatto allora…
La musica italiana di un certo tipo l’ho sempre frequentata, e per quanto riguarda le sperimentazioni direi che son partito da qui. E’ successo però che quando ho pubblicato il primo “Solchi Sperimentali” (Crac Edizioni), quello internazionale, ho notato che tutti mi chiedevano degli artisti italiani, come se ci fosse una identificazione più profonda. Per me è stata una illuminazione ed ho pensato che era giusto ripartire da noi, anche per conoscere ed apprezzare meglio l’altro. E’ un atto di militanza culturale che faccio con grande piacere.
Tra gli artisti che hai scoperto o riscoperto ce n’era qualcuno che era stato ingiustamente dimenticato?
Tanti protagonisti delle musiche altre in realtà devono ancora ricevere la giusta attenzione. Cercando di storicizzare, poiché oramai gli anni settanta fanno parte del “canone storico alternativo”, ci sono personaggi a mio avviso molto significativi, ma ancora relegati al culto di pochissimi appassionati. Penso ad esempio a Pepe Maina, oppure ai Gramigna, aggiungi anche il nome di Francesco Currà, ed altre formazioni della tarda parte di quel decennio. C’è ancora da scoprire e (ri)scoprire.
“Solchi Sperimentali” è un’opera fondamentale nella quale mi sembra che ti sei totalmente immerso e immedesimato. Ti coinvolge totalmente… da pochissimo tempo è uscito anche il film… ce ne vuoi parlare?
Il film è la follia più grande che finora mi sono concesso. Durante un incontro con Francesco Paolo Paladino, il regista, lui mi propose di far diventare il mio libro un film. Un film, non un documentario. Vista l’assurdità della richiesta in molti si sarebbero fatti una risata, ma io invece l’ho preso in parola ed ho cominciato a discutere su come farlo. Mi è piaciuta questa proposta per diverse ragioni: ci consentiva di sperimentare anche a noi coi formati, e quindi di non essere prevedibili, inoltre era l’ideale per uscire dall’accerchiamento autoreferenziale (col film si attira un tipo di curiosità diversa rispetto a quella del libro), e per giocare un po’ anche su noi stessi, sui tic dell’underground. Fare un po’ di autoironia. Io mi sono divertito molto e credo che – anche se con mezzi inesistenti – il risultato sia stato colto.
Ci sono anche altri progetti che si stanno muovendo intorno come il nuovo libro, di cui parlavamo prima… tu hai una caratteristica molto bella perché sei in continuo cambiamento e ti rinnovi costantemente,quindi è difficile capire quali saranno i tuoi movimenti futuri… i desideri da realizzare sono ancora tanti?
La mia ricerca delle musiche altre mi ha condotto in uno dei “luoghi” fondativi di tutta questa vicenda ed è stato bello cimentarmi con un alveo musicale di cui si è già discusso molto. Ho provato a dare la mia prospettiva – anche eretica – e a scovare qualche album sconosciuto. Tutto questo sarà nero su bianco su “solchi Sperimentali Kraut”, in uscita a marzo per Crac Edizioni. Il mondo della cultura e delle creatività non offre ricompense che non siano legate al nostro animo. Quindi se va a mancare la parte del sogno, del progetto intimo, si può anche smettere. Progetti e idee ne ho tantissime, tanto è vero che al momento coordiniamo più faccende in contemporanea. La cosa più bella è che talvolta una idea viene scavalcata da un’altra nuova, poiché in corso d’opera si creano nuove possibilità. E’ una bella sferzata di energia…
A noi non resta che augurarti che sia sempre così, ringraziarti per questo intenso scambio e rimanere a disposizione per raccontare il tuo prossimo lavoro.
Sono io che ringrazio te!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.