Sogno n. 3: “Il Soffio”- di Cinzia Pagliara

La sua capacità di sognare era insieme un’arma e uno scudo protettivo dietro cui rifugiarsi, fermarsi e tirare un lungo sospiro rigenerante o semplicemente stanco. Poteva capitarle ovunque: la gente intorno parlava e lei, sorpresa da un’ombra più flessuosa o da un colore più stravagante andava altrove, a trovare parole e immagini, percorrere strade, incontrare storie. Al suo ritorno i visi intorno a lei sembravano meno familiari di quelli lasciati in sogno e le voci meno amiche e gli occhi meno desiderosi di contatto. A volte, nelle foto, appariva quel suo sguardo altrove e lei rideva, quando le chiedevano “ma cosa guardi, così assorta?” e non spiegava, perché i sogni non si spiegano, si possono solo vivere, o al massimo condividere e per quello non c’è bisogno di spiegazioni. I sogni sono segni, graffiti, murales. Interpretarli è come leggere poesie: ci trovi dentro quello che sei. 
Quando si trovò davanti quella stradina in salita lungo una scogliera a strapiombo sul mare ebbe un moto di fastidio. Un altro incubo no. Perché non una strada di campagna, tra fiori azzurri o spighe di grano e papaveri? Questi colori avrebbero accarezzato i pensieri. Invece lei sceglieva sempre salite di roccia nera e porosa, tagliente e fragile. Era bella però, quella strada, con fiori rossi a mazzi che subito riconobbe essere gerani, i fiori che lei chiamava proletari, perché resistono senza lussi, e se li spezzi e li ripianti rinascono, forti, sfacciati, coraggiosi. A lei pareva sempre che sorridessero. Ogni tanto un cespuglio di ginestra, con il suo giallo solare, occhieggiava sporgendosi a guardare il mare. Lo guardò anche lei. Il mare rappresenta gli affetti, l’amore – le avevano detto –  e le piaceva credere che fosse così, perché nei suoi sogni non mancava mai. Eccolo, il mare. Immenso, azzurro di mille sfumature impercettibili e ininterrotte. Stranamente immobile. Inquietamente immobile. Le vennero in mente i versi di Samuel Coleridge “Immobile come una nave dipinta su un oceano dipinto”: era una immobilità paurosamente perfetta. Poi l’azzurro fu scosso da chiazze di blu e di grigio e perfino di nero brillante e spaventoso e un enorme animale apparve, immenso, spropositato per quel tratto di mare, feroce, illogico e incontrollabile come ogni violenza; e apparvero bambini che giocavano in mare, e lei si chiese dove erano stati fino a quel momento, non c’erano fino a un minuto prima, non avrebbero dovuto esserci, perché proprio adesso? L’animale si muoveva rapidamente verso di loro e le loro risate, che non ebbero neanche il tempo di trasformarsi in urlo, d’improvviso furono inghiottiti da un nero senza pietà. Lei cominciò a gridare, cosa altro poteva fare? Urlare, avvertire, dare l’allarme che un animale spaventoso e nero inghiottiva i bambini e scuoteva il mare immobile dei poeti. Urlava e correva, incurante del vuoto accanto a lei, dimenticando le sue vertigini che mai, mai le avrebbero permesso di percorrere quella strada nella realtà; ma non era la realtà, era un sogno, e lei poteva farcela. Correva e inciampava tra i gerani e le ginestre e la roccia si sgretolava sotto i suoi passi ma le faceva male attraverso i sandali troppo bassi, troppo aperti, troppo selvaggi. Si sentiva sudata e appiccicosa e soprattutto inutile: a che serviva urlare lungo quella strada bellissima e vuota? Ma i sogni possono tutto. Proprio dietro la curva apparve un edificio con un portone di legno scuro e tende pesanti di canapa alle finestre. Era aperto e si sentì fortunata. Quando entrò scoprì che era una caserma e che poteva chiedere aiuto. Visi di uomini si voltarono a guardarla, attenti, e lei pensò che era sudata e scompigliata e che forse il mascara le aveva macchiato gli occhi… e si stupì dei suoi pensieri. Cosa era adesso quell’illogico bisogno di sentirsi bella? C’era un animale nero che mangiava bambini e lei stava attenta agli sguardi che lanciava, a come muoveva le mani e a come, lenta, si accarezzava i capelli. Nessuno si mosse, la guardarono, la ascoltarono, seguirono il suo sguardo, le sue mani, si fermarono, lenti, sui suoi capelli, ma rimasero fermi. L’animale non sarebbe stato cacciato via. Gli animali neri che divorano gli sguardi e gli animi bambini non spariscono mai. Uscì dalla caserma e non c’era più la strada rocciosa, i gerani e le ginestre. Ora era una brughiera da “Cime Tempestose” e lei si lasciò abbracciare dai verdi imprevedibili e dai marroni bruciati e accoglienti. Nessuno neanche qui. Uno spazio dilatato in un lungo respiro di vento. Quasi al confine immaginario dell’orizzonte, una croce. Amleto doveva avere avuto lo stesso bisogno di capire che lei sentì, pensando a splendidi capelli neri carpiti da dita chemioterapiche e a occhi a cui la paura non toglieva il sorriso. Si avvicinò, temendo di leggere. Ma non c’erano date, né parole, né memorie e lei sorrise. Sentì un soffio chiaro, freddissimo, sul collo. Lo sentì così nettamente da svegliarsi, di colpo: il soffio le passò accanto, gelido con un sibilo percettibile che avrebbe voluto far paura. Lei invece spalancò la finestra e ancora sorrideva. “Ce l’ho fatta.. ce l’abbiamo fatta” si disse e innaffiò il vaso con il geranio rosso sul davanzale.

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