Sogno n. 2: “La stanza bianca” – di Cinzia Pagliara

Quando era piccola le piaceva molto la canzone che Cenerentola canta al mattino, quella dei sogni che son desideri, per intenderci, desideri di felicità. Aveva presto imparato che non era così, quelle son cose che funzionano nelle fiabe, la vita poi racconta altro. Però non aveva mai smesso di sognare, anzi si era perfezionata nei sogni ad occhi aperti, mentre aspettava il verde al semaforo o in attesa del suo turno alla posta, o incrociando uno sguardo, un colore, un profumo e in pochi attimi la sua mente era già dentro un sogno così vivo da lasciarla confusa. La sera appendeva dentro l’armadio  giacche con tasche gonfie di sogni, cappelli che nascondevano storie, pantaloni stropicciati per il troppo camminare reale e immaginato, borse sempre pronte alle partenze, foulard che come quelli dei maghi erano nascondigli di personaggi fantastici; ma non era tutto: era diventata domatrice dei suoi sogni, dai quali poteva entrare e uscire e fuggire e tornare e staccarsi ed osservarsi, consapevole del loro essere sogni. Anche se sapevano comunque far paura. Cosa era quella stanza? Non la sua. Un bianco asettico colorava le pareti vuote: non un quadro, non un tratto di matita o colore, nemmeno un calendario di ricette e consigli per la casa, non un segno di mani bambine, non un chiodo in attesa di una foto a fissare un ricordo. Nemmeno un tavolo su cui poggiare le chiavi di casa, il sacchetto del pane, la giacca da prendere al volo prima di uscire, gli occhiali da vista e quelli da sole. Nemmeno una sedia da offrire ad un ospite: nessuna possibilità di incontro. Una luce al neon la rendeva spettrale e incuteva timore. Luce bianca e fredda, da sala operatoria. Si ricordava di una luce così, mentre attendeva senza pazienza di partorire. Poi notò l’altoparlante, in un angolo, bianco anch’esso ma distinguibile per via delle leggere striature metalliche e delle piccolissime viti argentate. Una voce stava parlando, parlava di qualcuno che aveva scritto qualcosa, ne leggeva alcuni brevi brani e lei si riconobbe: erano sue quelle parole, erano le parole che lei scriveva nel suo quaderno con la copertina a grandi fiori acquerellati che non trovava più in quella spaventosa e algida stanza bianca. Fissò la luce come quando, sul lettino in ospedale, aveva guardato il dottore che da dietro la mascherina le sorrideva. Anche allora aveva provato timore ma era bastato spostare lo sguardo sulla sua pancia tirata come un pallone troppo gonfio per lasciare spazio alla voglia di sorrisi. Non poteva rimanere algida una luce che osservava una vita che si affaccia, non poteva restare asettico un colore che respirava emozioni. Non c’era spazio, allora, per il timore. Così aveva sorriso al dottore e aveva respirato senza paura quell’aria appiccicosa che l’avrebbe fatta addormentare. La luce di quella stanza non accennava a sorrisi, e l’altoparlante continuava a parlare e le parole che le erano state rubate continuavano a volteggiare in aria, piccoli vortici di sue emozioni non più sue.
Poteva vedersi chiaramente, come se fosse spettatrice di un film in cui lei era la protagonista. Accovacciata in un angolo della stanza, come una lupa cacciata dal branco, gli occhi sbarrati, pieni di rabbia e di abbandoni. Provò un brivido lungo la sua schiena da lupo: stava diventando pazza, sì, ecco cosa cercava di fare quella voce. Stava rubandole la mente, insieme alle parole. Non lo avrebbe permesso. Lei era la creatrice del sogno e lo avrebbe domato, si sarebbe salvata. Cercò, muovendosi come un animale, il quaderno che le era stato rubato e la sua mente lo creò, anche senza un posto che avesse mai potuto nasconderlo. Eccolo il suo quaderno con la copertina a fiori, di un lilla leggero, su un mare di azzurri sfocati. Lo apri, sfogliandolo con fretta gioiosa da bambina, controllò le pagine gonfie della sua calligrafia tonda e quasi morbida: era tutto ancora lì. Era tutta ancora lì. “Sono io, sono io, sono io…” cantava con una voce non sua. Doveva fare in fretta, doveva proibire che la rendessero altra.
Sorrise, con occhi da animale braccato e quasi feroce, poi cominciò a strappare il quaderno con minuzia attenta, la copertina e ogni pagina divennero minuscoli coriandoli che ricadevano sul pavimento troppo bianco, sotto la luce troppo bianca di quella inutile stanza vuota e spaventosamente fredda. Li guardò soddisfatta, facendoli scorrere tra le dita: ancora si leggeva qualche parola: freddo, attesa, sole, mare, mare, mare… quanto mare dentro i suoi pensieri. Chissà se era vero come le avevano detto che il mare nei sogni rappresenta l’amore. Nei suoi non mancava quasi mai. Per questo le era apparso in parole in quella stanza che non era sua. Non poteva lasciare i suoi coriandoli in quel luogo. Doveva nasconderli, doveva nascondersi. Sorrise di nuovo, questa volta era la lei che conosceva bene.
“Voglio essere una scatola” decise; e così fu, perché nei sogni niente è impossibile. Fu trasformata in una bellissima scatola  di un magnifico colore blu Cina. Si aprì, si riempì dei frammenti del suo quaderno e si chiuse felice. L’altoparlante aveva perso le parole e la voce. Solo un fastidioso e stupido fischio rimaneva nella stanza fredda e bianca. Prima di uscire dal sogno, con la chiusura della scatola, graffiò il muro, lasciandogli addosso una macchia che si trasformò in una specie di sorriso.

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