Soft Machine: “Soft Machine Volume One” (1968) – di Pietro Previti

Record Plant Studio, New York City, Aprile 1968. In questi nuovissimi studi di registrazione, dove già sono passati Frank Zappa e Velvet Underground, fanno capolino tre capelloni inglesi, provenienti dalla contea di Kent ed in particolare dalla più nota Canterbury. Si apprestano a registrare il loro primo lavoro su richiesta della neonata Probe, etichetta affiliata alla più famosa ABC Records. I tre si fanno chiamare Soft Machine e sono in debito con William Burroghs per il nome; è il titolo di un romanzo pubblicato dallo scrittore americano pochi anni prima (“The Soft Machine”). Hanno quattro giorni di tempo appena per completare le registrazioni, sebbene siano sfiniti da una sfiancante, entusiasmante tournée con la Jimi Hendrix Experience per la quale hanno fatto da apripista in tutte le date americane. A produrli sono Chas Chandler, già bassista del gruppo blues degli Animals e manager dello stesso Hendrix, e Tom Wilson,  produttore di mostri sacri quali Bob Dylan e Simon & Garfunkel. Forse non ci speravano quasi più, Robert Wyatt, Kevin Ayers e Mike Ratledge. Una successione di eventi non sempre positivi erano avvenuti nell’arco degli ultimi 14 mesi. Nel  Febbraio 1967 erano ancora un quartetto, allargato al chitarrista australiano Daevid Allen. Il 22 di quel mese allo Speakeasy Club di Londra ci fu la presentazione alla stampa ed al pubblico del loro primo singolo, “Loves Makes Sweet Music / Feelin’ Reelin’ Squealin'”, prodotto proprio da Chandler. I ragazzi fanno amicizia con Hendrix, presente quella sera con gli Experience, il quale si propone per un’imprevista jam con la band suonando il basso. Il 45 giri dei Softs brucia i tempi, viene pubblicato prima di “Arnold Layne” dei Pink Floyd, che arriverà alle stampe soltanto il mese successivo. In quei giorni di luci stroboscopichesuoni psichedelici, le due band sono le più rappresentative in terra d’Albione in fatto di musica underground. Si esibiscono nei club giovanili di riferimento, l’Ufo Club ed il Middle Heart. Entrambe partecipano allo storico happening controculturale The 14 Hour Technicolor Dream, organizzato presso la Great Hall dell’Alexandra Palace della capitale inglese il  29 Aprile 1967, per raccogliere fondi da destinarsi alla rivista IT – International Times. Il successivo incontro con Giorgio Gomelsky, titolare della Marmalade Records, lasciava presagire che a breve i quattro sarebbero entrati in studio per la pubblicazione del primo 33 giri. Non andò così. Al termine di una serie di concerti estivi in Francia (in uno dei quali ebbero modo di sonorizzare la piéce “Desire Caught By The Tail” di Picasso), fu impedito il rientro in Inghilterra a Daevid Allen, in quanto il suo visto d’ingresso era scaduto. A quel punto la band, senza il suo chitarrista e cantante, rischiò di implodere. Similmente a quello che sarebbe potuto capitare ai Pink Floyd di lì a poco con la fuoriuscita di Syd Barrett se non fosse sopraggiunto David Gilmour. A tirarli fuori da questo momento critico sopraggiunse ancora Chandler, invitandoli ad aggregarsi alla Experience del “mancino di Seattle” per le tappe americane. Certo, non sapremo mai che esito avrebbe avuto il primo lavoro se allo stesso avesse potuto partecipare il folletto e beatnik australiano. Sta di fatto che “Volume One” resta nel cuore di tutti gli appassionati di rock classico come il primo tassello della Canterbury Scene, opera a tratti ingenua ed in diversi punti di non facile fruizione. A colori beat di fondo seguono inaspettate ventate free jazz ed aperture proto-prog che portano ad una caleidoscopica ed originalissima proposta musicale. A renderla tale contribuiscono da subito l’abilità tecnica dei musicisti coinvolti, oramai rodati da un interplay raggiunto in tantissime serate trascorse a suonare assieme, pochi anni dopo essere stati studenti alla Simon Langton di Canterbury; e poi, si rinvengono immediatamente gli elementi che renderanno distinguibili il sound dei Soft Machine rispetto ad altre band coeve. Il finissimo drumming di Wyatt ed il suo approccio vocale, unico e riconoscibilissimo, compare subito, dopo pochi secondi, nell’iniziale Hope for Happiness. Il lavoro incessante di Ratledge all’organo, tra distorsioni fuzz, accenni psichedelici e divagazioni sperimentali, affrontati con inaspettato rigore da musicista jazz. Tra i tre proprio Ayers appare quello più sacrificato. Assicura la riuscita del progetto sia come bassista che compositore, ma trova poco spazio come cantante e, specialmente, nessuno come chitarrista. Per lui l’esperienza con i Softs terminerà qui: venduto il basso a Noel Redding, intraprenderà un’avventura a proprio nome con The Whole World, band da sogno per la quale reclutò un giovanissimo Mike Oldfield, il compositore e polistrumentista David Bedford ed il sassofonista Lol Coxhill. La fuoriuscita di Kevin non portò alcuno scompenso al trio, anzi. La sostituzione naturale, effettuata in casa, avvenne con Hugh Hopper, amico di sempre, sodale nei Wilde Flowers e presente come loro roadie nel tour in USA. Alla penna di Hugh, peraltro, si devono alcune delle composizioni presenti nel disco quali A Certain Kind, l’ironica Why Am I So Short? (coautore Wyatt) e Box 25/4 Lid (coautore Ratledge) in cui fa una primissima apparizione come bassista. Non passa inosservata, infine, la innovativa soluzione adoperata per la copertina dell’album, inizialmente in versione gatefold. Chiari i riferimenti alla “macchina morbida” con una appena osé damigella ripresa nuda di schiena con tanto di chiave per fornirle corda. Ancora di più, però, la soluzione di inserire un disco colorato e ricco di immagini all’interno della front cover, chiaro omaggio alla patafisica  ed al suo ideatore Alfred Jarry.  

Lato A: 1. Hope for Happiness (Brian Hopper, arr. Wyatt/Ratledge/Ayers) – 4:21.
2. Joy of a Toy (Ayers/Ratledge) – 2:49.
3. Hope for Happiness (reprise) (Brian Hopper, arr. Wyatt/Ratledge/Ayers) – 1:38.
4. Why Am I So Short? (Hugh Hopper, Robert Wyatt) – 1:39.
5. So Boot if At All (Ratlege/Ayers/Wyatt) – 7:25. 6. A Certain Kind (Hugh Hopper) – 4:11.
Lato B: 1. Save Yourself (Wyatt) – 2:26. 2. Priscilla (Ayers/Ratledge/Wyatt) – 1:03.
3. Lullabye Letter (Ayers) – 4:32. 4. We Did It Again (Ayers) – 3:46.
5. Plus Belle Qu’une Poubelle (Ayers) – 1:03. 6. Why Are We Sleeping? (Ayers/Ratledge/Wyatt) – 5:30.
7. Box 25/4 Lid (Mike Ratledge, Hugh Hopper) – 0:49.
Formazione: Robert Wyatt – batteria, voce. 
Mike Ratledge – organo Lowrey Holiday De Luxe, pianoforte in Box 25/4 Lid.
Kevin Ayers – basso, voce in We Did It Again e Plus Belle Qu’une Poubelle, controcanto in Save Yourself e Lullabye Letter, pianoforte in So Boot if At All
Hugh Hopper – basso in Box 25/4 Lid
The Cake – controcanto in Why Are We Sleeping?

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