Soft Machine: “Hidden Details” (2018) – di Mr. Hyde

Molte scene della tragica realtà degli odierni margini metropolitani sono state a suo tempo descritte in largo anticipo nel romanzo di William S. Burroughs, pubblicato nel 1961, che ispira il nome del gruppo di Canterbury, i Soft Machine e il loro primo album, “The Soft Machine”, pubblicato dalla Probe nel 1968. Scene di miseria e violenza che girano attorno ad un mondo allucinato dentro una realtà assolutamente distorta, percepita in maniera alterata e annebbiata dai suoi protagonisti. A pensarci bene, la copertina dell’ultimo album “targato” Soft Machine pubblicato 50 anni dopo, nel 2018, con i suoi colori accesi, raffigurante il ritratto di una creatura dell’era tecnologica, con il busto in giacca e cravatta e al posto della testa una coltura di funghi, non si discosta molto dalle atmosfere pop e acide della “Swinging London” durante i sixties“Hidden Details” pubblicato dalla  MoonJune Music,  è il proseguimento ai giorni d’oggi di un discorso iniziato in quegli anni. Il gruppo inglese, infatti, dalle sue origini si muoveva dentro quella dimensione, navigando sospinto da una musica che è una miscela di rock progressivo, free jazz e fusion e, nel corso del tempo, ha cambiato pelle in continuazione, come un ingranaggio sonoro in perenne mutazione, che nel suo incedere perde pezzi, prontamente rimpiazzati e riassorbiti in un insieme sempre armonicamente funzionante. Grazie a questa fluidità, pur essendo scomparso il nucleo iniziale dei Soft Machine ne è sopravvissuto il discorso musicale. Oggi vi fanno parte John Etheridge (chitarra elettrica e acustica), Theo Travis (sax tenore e soprano, flauto, Fender Rhodes piano),  Roy  Babbington (basso), John Marshall (batteria). La line-up ripropone il volto nuovo insieme a quello noto dei Soft, per cui, in quest’album, si riascolta una splendida versione di Out Bloody Rageous – Part 1,  preceduta da Out Bloody Intro… brani animati da un vento di  rabbiosa libertà che fanno parte dello storico “Third” album del 1970 (Columbia Records), che vede fra i protagonisti il nucleo formato da Hug Hopper, Robert Wyatt e Mike Ratledge, con Elton Dean. Risale invece a “Bundles”, con Allan Holdsworth, (Harvest 1975), The Man Who Waved At TrainsIn questo filone prog-jazz si inserisce  anche la recente  Fourteen Hour DreamL’album contiene ben tredici tracce, alla cui creazione o arrangiamento partecipano singolarmente o insieme, tutti i componenti del gruppo, con modalità esecutive che, pur essendo rivolte in direzioni diverse, rendono più vario e interessante il risultato che conserva anche una sua coerenza formale. Così si alternano ballads acustiche o semiacustiche struggenti ed intense come Broken Hilluno dei più belli per la malinconia decadente e il lirismo espressi dalla chitarra di Etheridgeinsieme aHeart Off Guarddove il sax soprano suonato da Travis parla di solitudine… ed ancora Drifting White, in cui la chitarra va da sola verso un deriva biancauno schizzo musicale, semplice e breve che però lascia traccia  immediata nell’ascolto. Accanto a queste,  Hidden Details e One glovetipiche di una fusion caratterizzata da un groove potente e incisivo, ricordano le avventure di Mike Stern e Bob Berg della seconda  metà anni 80. Si aggiungono la disperata Life On Bridgesagitata da pulsioni free,come succede anche in Ground Lift, dall’espressionismo vicino ad un jazz d’avanguardiaFlight Of The Jett è un abbozzo sonoro e percussivo e, infine, Breathetipicamente ambientin cui si apprezzano le avvolgenti evoluzioni del flauto di Travis. Non ci resta che assistere all’ ennesima rinascita di un’Araba Fenice chiamata Soft Machine, che risorge dalle sue ceneri psichedeliche.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.