“Slava’s Snowshow” al Teatro Biondo di Palermo – di Cettina Riolo e Maurizio Fierro

Palermo 30 marzo 2019. Forse è arrivato dalla regista Irina Efteeva il miglior omaggio a Slava Polunin. Il corto d’animazione “Clown”, vincitore del Leone d’Argento al Festival di Venezia nel 2002, riesce più di qualsiasi retorica a raccontare la magia dello spettacolo “Snowshow”, e a glorificare il suo ideatore, colui che ha condotto il clown oltre il confine circense per donargli dignità artistica e teatrale. Quindi: gloria a te, Slava… ché poi, guarda un po’, in russo, proprio questo significa, Slava: gloria. Terza tappa del tour italiano (dopo quella al Piccolo Teatro di Milano e al Petruzzelli di Bari, mentre l’ultima è andata in scena al Teatro Comunale di Bolzano) di quello che è ormai un classico del teatro del XX secolo, lo spettacolo andato in scena al Teatro Biondo di Palermo si è rivelato l’ennesimo successo. Nato nel 1993 e da allora replicato migliaia di volte in tutto il mondo, lo “Slava’s Snowshow” conferma la sua magica capacità nel catturare i sogni dell’infanzia per poi proiettarli sul palcoscenico, con quella tenerezza e quella gioia che solo chi ha conservato “il fanciullino” dentro di sé può trasmettere. D’altra parte, Slava ha sempre amato esibirsi in Italia, che ritiene “sensibile ed emozionale, quasi inafferrabile”, molto simile, in questo, alla sua Patria russa (“C’è un detto che afferma: in Russia ci si capisce con la mente. Penso si possa dire la stessa cosa in Italia, dove mi sento come a casa, come fossi in famiglia”, ha affermato in un’intervista). Indossando la classica tuta gialla da lavoro con pantofole rosse, il clown Asisyai esprime la sua stravaganza naïve evocando la tristezza poetica di Leonid Yengibarov, “il pagliaccio dagli occhi tristi”, colui che, gettando uno sguardo dolce e stralunato sul mondo e muovendosi al confine fra vita e arte, ha per primo declinato la clownerie dando una risposta alla perdita di significato dei valori dell’esistenza. Grazie alla sua “idiozia espressiva” (come l’ha definita il suo creatore). l’Asisyai-revue strizza l’occhio a Grock, il clown tenero con l’espressione del bambino innocente e, ancor di più, a Bip il clown, la maschera ideata da Marcel Marceau, per esprimere attraverso una comunicazione non verbale la poesia della vita, al tempo stesso tragica e comica. Il naso rosso di Slava Polunin simboleggia l’eccesso, la contestazione perché non c’è arte senza trasgressione e, qui emerge l’esperienza dei Licedei, il gruppo teatrale fondato da Polunin nel 1968 che, attraverso una pantomima graffiante, affrontava tematiche come il nucleare, la pace e la famiglia). l’Asisyai-revue riproduce anche la lucidità e l’intelligenza del clown bianco. Pensieroso, gentile e poetico, Asisyai lavora per giustapposizioni e, la sua comica amarezza è l’ideale ossimoro che distingue un personaggio lunare, commovente, fuori da questo mondo, che prende gli adulti per mano per accompagnarli in una sorta di viaggio nel tempo, consentendogli di tornare bambini e regalandogli un pezzetto della sua anima. È quasi una fuga, la sua, un po’ come quella dell’Hans Schnier di “Opinioni di un clown”, di Heinrich Boll; una ribellione allo status quo, una risata falstaffiana all’ordine costituito, il buffone shakespeariano che è l’unico che può dire la verità al Re, che è in grado di percepire la realtà in modo corretto, quale essa è, facendo appello al senso di follia, una maschera che vive secondo propri percorsi di libertà: conosce le regole, ma solo per non seguirle, è consapevole degli schemi che lo costringono e li sovverte, va oltre le convenzioni, ha una logica tutta sua, e viene in mente il “princeps” dei Saturnali, le festività romane che cadevano durante il solstizio d’inverno, dove il mondo si rovesciava, l’ordine sociale era stravolto e lo schiavo diventava padrone“Oggi le cose più popolari sono crudeli, perché si è alla ricerca di emozioni forti. Non c’è spazio per la dolcezza, e la clownerie è, in primo luogo, tenerezza. Io sono stato più testardo di altri, perché credo fermamente che la tenerezza sia necessaria”, ha affermato Slava Polunin. Sembra una sorta di manifesto del pensiero divergente il suo, una specie di avanguardia rivoluzionaria rispetto agli insulti beceri, ai litigi da condominio e ai giudizi un tanto al chilo della nostra società dello spettacolo, quella dell’appeal e della costituency aggiornate al photoshop. Già: la tenerezza. Un nuovo modo di pensare a ciò che siamo, di vedere le cose da un’angolazione privilegiata, in un certo senso. Quasi un bene rifugio dell’anima, un pattern comportamentale che anela a qualcosa di vasto per riempire il vuoto valoriale che ci circonda. Allora Slava Polunin è l’attore che diventa l’autore del suo spettacolo e della drammaturgia, se per drammaturgia si intende la capacità di mostrare al pubblico nuovi punti di vista, nuove prospettive, cogliendo ciò che la vita smarrisce. È stato un viaggio attraverso il tempo e i ricordi, quello andato in scena al Teatro Biondo, in un’atmosfera onirica di desideri e paure. Dopo un primo atto di tipica e giocosa clownerie, fra scherzi e tranelli tra i protagonisti, nella seconda parte, lasciato il “pagliaccio allegro” al suo destino, Slava e il suo gruppo stupiscono grazie a colpi di scena che immergono lo spettatore in un’atmosfera sognante, dove anche un piccolo gesto regala momenti di intensa commozione. È lo spettacolo della neve, il suo canto silenzioso, la sua purezza che è una sorta di catarsi, attese e addii in un tempo che sembra sospeso, fino al gran finale, che è pura magia… e allora: gloria a te, Slava! Assistere allo “Slava’s Snowshow” significa anche godere, alla fine dello spettacolo, degli sguardi di adulti e bambini che esprimono quella felicità che magari è il riflesso della vostra: provate a fermarvi, chiudere gli occhi e assaporare l’attimo. Lo diceva già Kurt Vonnegut: “quando siete felici, fateci caso”.

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