Slaughter And The Dogs: “Vicious” (2016) di Massimiliano Manocchia

Se Marc Bolan fosse ancora tra noi rimarrebbe con ogni probabilità estasiato dalla versione della sua Get It On (Bang A Gong) riproposta dagli Slaughter And The Dogs su questo nuovissimo “Vicious”. Registrato a Los Angeles tra febbraio e marzo, e rilasciato a settembre dall’indipendente Cleopatra Records, quello che a voler essere “puristi” ad ogni costo (cioè non tenendo conto della pochezza di “Shocking” del 1991 e di “Beware Of…” del 2001) è da considerarsi l’album del ritorno dopo quattro decadi; potrebbe essere quasi un “Do It Dog Style” parte seconda.
Mick Rossi e Wayne Barrett (gli unici due superstiti della formazione originale) infatti, se ne infischiano bellamente dell’acqua passata sotto i ponti negli ultimi quarant’anni – l’esordio risale al 1976 e in quello stesso anno, il 20 luglio, fecero da spalla ai Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall, nel leggendario concerto che fu il seme del concepimento di tutta la futura scena di Manchester – e ci ricordano che quando si tratta di fare dello street-punk con spigolature glam il marchio “Slaughter And The Dogs” non è secondo a nessuno. D’altro canto il nome stesso (omaggio al Bowie di “Diamond Dogs” e al Mick Ronson solista di “Slaughter On 10th Avenue”) è rivelatore dello spirito che da sempre guida la coppia Rossi/Barrett. Le note di accompagnamento della Cleopatra Records parlano di “album incendiario” pieno di “chitarre killer, grandi cori e inni da strada” ed è uno dei rari casi in cui marketing e verità coincidono. “Vicious” è esattamente questo: dall’iniziale Trust (All I Want From You) alla conclusiva (e già nota ai cultori del gruppo) Situations, è tutto un dilettevole delirio rock’n’roll; spassoso, caciarone e schietto quanto basta per farvi dimenticare i marchettari finto-alternativi stile Green Day, che appestano da almeno vent’anni la scena musicale del globo terracqueo. Niente di nuovo, insomma, sotto il sole, l’attitudine è ben radicata nell’annus mirabilis del punk, il 1976, e da lì provengono anche i suoni, appena mitigati dall’età (si viaggia sui sessanta) e con qualche leggera levigatura qua e là (le chitarre acustiche di Maybe If We Followed The Devil). Certo il furore primitivo delle gloriose Where Have All The Boot Boys Gone? e Cranked Up Really High non è per ovvi motivi replicabile, cionondimeno chi avrà l’opportunità di vederli dal vivo nel tour già programmato per la prima parte del 2017
(al momento sono state ufficializzate solo le date inglesi) sappia che si troverà davanti almeno due individui – Rossi e Barrett, affiancati da Dan Graziano al basso e Mark Reback alla batteria – che contribuirono a definire il punk primigenio ed erano già lì prima che scoppiasse la bomba. Anzi, furono tra coloro che diedero fuoco alla miccia.
The boot boys are back.

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