Sky of Birds: “Matte Eyes / Matte Moon” (2020) – di Ignazio Gulotta

Ritorna a distanza di quattro anni dal loro esordio “Blank Love” (2016) la band frusinate Sky of Birds, ora ridotta a un quintetto avendo perso per strada il chitarrista Alberto Capoccitti. Avevo recensito più che positivamente il loro esordio, pertanto mi sono avvicinato con molte speranze a questo “Matte Eyes / Matte Moon” (MiaCameretta Records 2020), pur sapendo dei rischi che si corrono con il secondo album, ebbene le mie speranze sono state ben riposte e la band per prima cosa conferma la maturità e la consapevolezza già mostrata. La sicura capacità di scrittura, gli arrangiamenti sempre funzionali all’emozione che si vuol trasmettere, l’abilità tecnica mai fine a se stessa dei musicisti e del cantante Mario Martufi, bravo nel padroneggiare l’inglese, lingua in cui sono cantati tutti i brani, ci confermano che ci troviamo davanti a una delle realtà più vitali del (indie?) rock italiano. Vero, vengono dalla provincia, ma il respiro della loro musica è decisamente altro, si potrebbe definirlo internazionale, ma mi piace sottolineare come il loro disco dialoghi in modo maturo e consapevole con quanto avvenuto nella musica indie in questi ultimi anni.
L’iniziale Flaws In Color ci introduce ad atmosfere tendenti al cupo, fra tamburi dal suono sordo, schitarrate taglienti e un andamento a tratti epico che sembra darci un po’ di respiro. Il brano ben ci introduce alle atmosfere grigie e desolate che dominano buona parte dell’album. Grigio come la copertina e l’artwork, molto bello, dell’album opera di Irene Scarchilli. Anche i testi sono ambigui, inquieti, ci mostrano personaggi tormentati da incubi e insicurezza, siamo immersi o, meglio, sprofondati in una notte opaca: sono opachi i nostri occhi, è opaca perfino la luna, come recita il titolo di questo bel lavoro degli Sky of Birds. Ma la cupezza è attenuata dalla padronanza mostrata nello scrivere belle e convincenti melodie: è il caso di Small Eyed Moon o dell’inaspettato synth pop di Haze Daze Dazzle o della ballata bella e trascinante People Have Nothing, sorretta da un gran giro di basso, dimostrazione che ci troviamo di fronte a una band che sa davvero il fatto suo.
Days Fall Down Like è indolente, sexy, stonata, un suono che sembra uscire da un fumoso locale sotterraneo dove si consumano amarezze e amori illusori e fragili e come l’altrettanto notturna Still Birds ricorda i Cigarettes After Sex. Fra echi e riverberi e suoni e voci cantilenanti The Child You’ve Been chiude splendidamente il disco, come una ninna nanna malinconica che ci riporta indietro nel tempo. Gli Sky of Birds ci ricordano che il mondo è un posto dove la luce sembra essere un’utopia lontana, ed è francamente difficile dar loro torto, ma per fortuna ci sono album come questo che ci danno speranza e ci fanno perfino gioire, perché finché c’è musica, arte, allora possiamo salvare la nostra umanità, o quanto meno passare qualche ora piacevole e pazienza se gli uccelli del cielo hanno perso i colori.

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