Skinshape: Don’t Call My Name (2017) – di Matilde Marcuzzo

Era sempre stata una ragazza indaffarata a pensare a cose che, per il resto delle persone, nemmeno lontanamente erano cose. Per gli altri, un istante in più davanti allo specchio era solo svista mattutina. Una smorfia veloce fatta ad un interlocutore, ad esempio, era solo dissenso o forse no… e forse anche guardare andar via il postino sarebbe stata solo banalità. Dres, no. Lei si guardava a lungo allo specchio cercando qualcosa che la potesse stupire. Allo specchio lei cercava dettagli e imprevisti. Le sue espressioni avevano sempre un messaggio minuzioso che la faceva da padrone. Chi l’ascoltava o la guardava poteva assistere a tagli precisi nella mente, come lame di un chirurgo che trema solo con la paura e l’anima ma ha perfettamente polso fermo. Le piaceva rimanere ad osservare chi portava novità chiuse in buste. Dres li fissava sempre mentre si allontanavano, chiedendosi cosa mai avessero da dire ad altra gente. Spreco di tempo? Dres non se lo era mai chiesto. Le sembrava che tutto l’universo fosse in ansia di comunicare solo a lei tutti i segnali alla peggio. Al meglio, ormai aveva solo flashback in bocca a tanti fidati piccioni viaggiatori che arrivavano dalla galassia della tristezza. I suoi estimatori, secondo le sue azzeccate previsioni, erano logorroici produttori di parole e vanità ma fabbricavano elogi di pura estasi spaccaabudella. L’industria degli amici, invece era un po’ a corto di personale. Tutti lavoravano come dei ghiaccioli in agosto. Buoni, ma nessuno sapeva mai quanto sarebbero potuti durare. Dres, no. Era diversa. Lei era nata col dettaglio negli occhi. Aveva guardato in faccia il medico per ore quella mattina, mentre lui sputava i suoi punti di vista di merda su cosa fare o cosa non fare. Lui parlava e Dres pensava solamente a come mai il naso del dottor Kohl fosse spento, magro e scheletrico, nonostante il viso fosse in carne. Il suo naso era solitario. Che soffrisse anche il suo naso? Che avesse magari, un qualche cosa che nessuno aveva mai saputo spiegargli? Lui aveva quel gran fastidio e stava lì, calmo, a parlare a lei di interiora doloranti e problem solving di stomaco. Ma, caro dottore, – avrebbe tanto voluto dirgli – Io so perfettamente cosa sia un cazzo di dolore non identificato allo stomaco. Io lo so che le ulcere sentimentali sono causa dei gas di “scarico” che io, dietro la scia, inalo. Aveva perso già tanto di quel tempo prima dello scontro con i suoi mostri che non le andava giù di restare ferma a sentire qualcuno che dava consigli sul passato, anziché sul futuro. La vita vera l’aveva già attraversata. Un tunnel buio dove non passava nessun treno. Tempo prima, uno strano caso era accaduto. Roba da “signora in giallo”. Qualcuno aveva ucciso le sue riflessioni aperte sui momenti e non c’era stato nemmeno un cane che fosse venuto ad indagare sul caso. Chi aveva ucciso i suoi perché? Dettagli? Nulla di che. Era andata così. Si era alzata stranamente vaga, una mattina. Un’ape ronzava sulle tende opache e Dres era incerta come l’animaletto. Erano settimane che si sentiva fiacca, come se avesse sempre la febbre. E non aveva poi così tanti pensieri sui quali soffermarsi o meglio, forse erano aumentati ma, lei ci rifletteva su velocemente e, velocemente aveva preso anche a parlare. Cosa fosse accaduto, nemmeno lei lo sapeva. Non aveva risposte ed era convinta che nemmeno il postino ormai potesse portargliele. Quelle maledette assassine, in ritardo dalle idi di marzo che le giravano le spalle, erano così crudeli che Dres decise di affogarle tutte in un mega super abbondante caffè alcolico, quella mattina stessa. Matt appariva anche lì, comunque. Giusto per precisare. E lei, quel giorno affogò anche lui. Stava lì, nel liquido bollente, eppure in silenzio la fissava. Giusta misura, esatta punizione. Nessun addio. Oh, non c’era bisogno. Matt moriva affogato in un caffè, non poteva mica lamentarsi di questo. Dres conosceva gente che moriva di cose serie, Dres aveva creduto, come una favola ai tempi d’oro e lungamente, di smettere di respirare e, “bye bye” sogni di gloria, anche lei. Quei momenti erano ormai lontani ma, lo squalo col camice bianco era sempre in agguato sotto le acque e le sottane agitate di Dres, pronto a sbranarle speranze. La stessa cosa era successa a quella farfalla bastarda che ormai le formava abusivamente un nodo in gola. Lasciato lo studio medico del dottor Kohl, prese, assieme all’uscita, la via per lo studio medico del “faidate”. Iniziò a camminare e infilò le cuffie per ascoltare l’unica cosa che era dettaglio in assoluto: Musica. Partite le prime note del brano, Dres disegnò con le labbra un ghigno felice. Era Don’t call my name di Skinshape. Quanto le piaceva quel motivo! Si rilassava in un misto di sound electrofunk e phychedelic rock. Se ci pensava bene, quella donnetta con le cosce kilometriche tuffate nel traffico, ci sentiva anche un po’ di soul e afrobeat negli arrangiamenti. Le primissime note, le sembravano vagamente simili ad una vecchia canzone western che, man mano, smagava in una dance elettronica di evoluzione, creata dal genio estroso di Will Dorey, un bassista inglese che aveva rivoluzionato il genere di quegli ultimi cinque anni. Dont’ call my name era raccolta nell’album “Life & love”, del 2017. Che fossero queste le parole più profonde dell’esistenza, i significati pieni di dettagli nei quali soffermarsi a riflettere in assoluto? Il ritmo incessante del brano, ascoltato e riascoltato da Dres che, a occhi spenti, nella nebbia delle undici, camminava verso parco del Bizanzio, era un misto di generi anni 60/70. Una canzone che chiedeva attenzione, che aveva il particular” sfacciato da trovare. “Non dire il mio nome”, non chiamarmi! Non ripeterlo se hai intenzione di logorarlo. Quanti dettagli in un nome. Non si ci pensa mai. Dres ascoltava e pensava, si soffermava di nuovo sui dettagli, adesso. Lui era tornato. In testa e nel quartiere isolato, stile cartolina logorata. Lei lo chiamava… Matt! Erano mesi che lo faceva e le parevano anni luce. Lo chiamava nella mente. Ripeteva quelle quattro lettere a filastrocca nel suo cervello. Eppure le note saltellavano ancora nelle sue orecchie e dicevano… “Dont’ call my name Don’t wait for me I’m always there…” Quando chiamiamo qualcuno emettiamo un afflato dettagliato. Stiamo chiamando lui, piuttosto che un altro. In particolare lui, sempre lui… ma quella musica diceva che non c’era bisogno di cercare qualcuno, perché se la fiducia è assoluta, non esiste mancanza nemmeno quando l’assenza è fisica. Dres abbassò gli occhi. Lei non poteva cercarlo. Che Matt non lo facesse invece, perché la pensava troppo? Che frase assurda. Dettaglio però, da non sottovalutare. Attraversato il parco, prese la via di casa. La canzone stava per finire. Le mancava, forse peggio della sua precedente e insofferente vita. Matt era diventato il suo must giornaliero ma, lui non lo aveva mai compreso il dettaglio essenziale della vita di Dres. Non poteva aspettare oltre… “Don’t wait for time…” Girò la chiave nella toppa. Persino una chiave trovava sempre la sua porta. Questo pensò entrando. Lanciò lontano la giacca a vento gonfia dei pensieri di tutti i passanti. Si sedette. Senza motivo iniziò a fissarsi dettagliatamente le scarpe blu oceano e lo vide. Nel mare di lenzuola di quell’ultimo giorno di marzo, quando fuori il temporale aveva commosso anche le stelle che, timide, erano uscite assieme a lei, via per sempre da lui… “Don’t pray for me  I’m set to go  But space I need…”

Dont’ call my name / don’t wait for me / I’m always there / for trust to see
don’t wait your time / if he calls you back… /Don’t call my name
Don’t pray for me / I’m sad to go / But space I need / Don’t wait for time
We can step to the side / Just be true to yourself / You’ve got nothing to hide
For the yarn that we’ve spin / And the loving we’ve been / You can take as long
Just as long as it takes / For the yarn that we’ve spin / And the loving we’ve been
You can take as long  / Just as long as it takes.

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