Skiantos: “Skiantos in the Box” (2017) – di Gianluca Chiovelli

Gli Skiantos nascono a metà degli anni Settanta, macerati nel particolare ambiente del frontismo bolognese del periodo (i membri erano studenti del DAMS, Dipartimento dello Spettacolo interno alla Facoltà di Lettere e Filosofia della capitale emiliana). Nonostante vengano ascritti alla nascente corrente punk dell’area, essi non sono che la concrezione, molto precisa, di tutti gli umori del Movimento Politico del 1977, in cui convergevano l’empito ribellista e l’impegno extraparlamentare di sinistra: da Autonomia Operaia a Lotta Continua. Il Movimento, che si era temprato attraverso alcuni duri moti di piazza (in cui trovò la morte Francesco Lorusso, militante di Autonomia, per mano di un milite dei Carabinieri rimasto ignoto), osteggiava qualsiasi formazione o gruppo istituzionale, dalla destra (i fascisti, ovviamente, e la DC) al PCI sino ai sindacati ufficiali. Gli Skiantos coniugarono queste istanze, vissute in presa diretta, colla provocazione più crassa, una sorta di futurismo scatologico con tratti da avanspettacolo farsesco (in attinenza, peraltro, con le riviste che in quell’humus fermentarono: “Il Male”, “Re Nudo” et cetera). Celebri le prese per i fondelli del pubblico: ad un concerto, invece di esibirsi, si prepararono e gustarono con calma della pastasciutta; d’altra parte in Largo All’Avanguardia recitano: Largo all’avanguardia, pubblico di merda / Tu gli dai la stessa storia tanto non c’ha memoria / sono proprio tutti tonti vivono tutti sopra i monti… applaudite per inerzia. Oltre al consumatore-spettatore l’attacco è portato contro qualunque forma di rispettabilità istituzionale: musica (gli stravolgimenti I Kunt Get No Satisfuktion o Hey Hey Ma Che Piedi Che Ch’Hai), forze dell’ordine (Karabigniere Blues), vita di coppia (Non Ti Sopporto Più: “Non sopporto il tuo isterismo che sta rodendo il mio organismo”); il tutto filtrato da una insistita coprolalia, sentita come antiborghese (in linea con le suggestioni artistiche del tempo: basta guardare i due terribili film di Alberto Cavallone, “Blue Movie” e “Spell”) dove una ruvida e ostentata volgarità è vissuta come antisistema (e qui basta dare un’occhiata ai soprannomi della line-up, un’orgia di grossolani storpiamenti da teppisti: Bubba Loris, Come-Lini, Freak Antoni, Jimmy Bellafronte, Stefano Sbarbo, Andy Bellombrosa, Dandy Bestia, Gianni Lo Grezzo, Frankie Grossolani, Leo Tormento Pestoduro… con la convinzione che se avessimo detto agli Skiantos che costituivano una line-up quelli ci avrebbero rullato di kartoni: “Io ti rullo senza sosta, sei il primo della lista… ti rullo di kartoni… kartoni… ti rullo di kartoni… kartoni… quando ti incontro per la strada ti darei calci nei denti ma forse non li senti è meglio se ti rullo di kartoni… ti rullo di kartoni… kartoni… ti rullo di kartoni… kartoni…”). Tutto questo al netto del capolavoro Mi Piaccion le Sbarbine, dove in un italiano pericolante (con svenevoli ed esilaranti inflessioni inglesi) si recitano tali versi immortali: “Non posso farci niente / mi sento deficiente / lo so che non conviene / ma poi chi si trattiene / Quelle alte 1 metro e 80 / quelle basse 1 e 50 / non esiste divisione / quel che conta è il calore…”. Cosa rimane di tali focherelli, spontanei e, perciò, di rapida combustione? Una serie di canzonette che, nonostante la carica eversiva piuttosto lasca, ancora tengono con forza la scena; forse perché, per loro tramite, riusciamo ancora a scorgere una stagione d’opposizione reale e sanguigna, creduta e vissuta; oggi impensabile. Basta fare il raffronto con i nipoti ‘demenziali’ Elio e le Storie Tese che si formarono qualche anno dopo, quando il Movimento era già finito e l’ordine borghese restaurato. I milanesi sono bravi, molto bravi, ma celebrano il qualunquismo: le tracce sono tecnicamente impeccabili, mai sbrindellate o improvvisate; la loro goliardia nichilista e asettica piace a tutti, di destra o di sinistra. Un pubblico, adorante e politicamente asessuato, che si guardano bene dall’offendere, ovviamente. Non so perché, ma, soprattutto in questi ultimi anni, preferisco le cialtronate fescennine di Freak e compagni, i punk più punk dei punk.

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