Sixto Dìaz Rodriguez: “l’uomo che visse due volte” – di Giulia Giannoni

Nel panorama dagli orizzonti infiniti del mondo della musica capita ogni tanto di scovare artisti semisconosciuti alla “cultura ufficiale” con storie incredibili alle spalle, un talento mostruoso e composizioni così belle da farti chiedere come sia possibile che siano rimasti nelle tenebre. Un caso sconvolgente in questo senso, e anzi più unico che raro, è quello di Sixto Dìaz Rodriguez, cantautore statunitense, nato a Detroit nel 1942 e ancora in vita. La sua storia, infatti, pur partendo dall’assunto iniziale, ribalta completamente le leggi della probabilità e arriva all’inverosimile: rimasto pressoché ignoto per interi decenni, Sixto Dìaz Rodriguez è oggi un artista acclamato a livello mondiale, con date previste ancora per il 2018… ma non finisce qui: è anche l’unico cantautore divenuto una rockstar senza saperlo, per di più non nel suo Paese d’origine, né in Europa, bensì nel Sudafrica all’apice dell’apartheid. La sua vicenda è uscita allo scoperto in modo definitivo e quasi miracoloso nel 2012, grazie al regista svedese Malik Bendjelloul, il quale gli ha dedicato “Searching for Sugar Man”, film che ha vinto non pochi premi, tra cui un modestissimo Oscar 2013 al miglior documentario. Tanti altri sono in realtà i colpi di scena (e chissà che non ne escano di ulteriori, vista la piega ai limiti del surreale che ha preso la sua vita), ma partiamo con ordine, dal punto in cui prende avvio lo stesso film. Siamo a Detroit nel 1968. Vicino al Detroit River, in un locale fatiscente e avvolto dal fumo, specchio fedele di una città pericolosa, desolata e immersa nella nebbia, un uomo strimpella una chitarra in un angolo e canta una canzone dando le spalle al pubblico. I produttori Mike Theodore e Dennis Coffey si accorgono subito che il ragazzo non è affatto male, la sua voce ha un modo speciale di comunicare e insomma, non sembra trattarsi dell’ennesima copia più o meno riuscita di Bob Dylan. Secondo Coffey, è proprio dai tempi di Bob Dylan che non si sentiva qualcuno scrivere così bene (“Pensavamo che fosse il poeta dell’animo della città. Sai…trasformava in musica le sue poesie su ciò che vedeva ed era decisamente uno sguardo risoluto”). In questa notte fosca avviene il primo incontro di Rodriguez con i produttori di quello che sarà il suo album d’esordio, “Cold Fact”, pubblicato nel 1970. Sixto potrebbe essere un personaggio perfetto per un romanzo noir metropolitano: è solito dare appuntamento ai due coproduttori in qualche angolo nascosto della città, viene raffigurato come una specie di vagabondo che tira avanti facendo lavoretti di manutenzione e riparazione e che ogni sera dorme in un posto diverso. Peccato però che la sua personalità defilata si rifletta anche nella sua carriera rimasta per troppo tempo nell’ombra: l’album non riesce minimamente a sfondare, e non si capisce con chiarezza il motivo, visto che il momento storico e il luogo sono giusti e gli strumenti e le possibilità non mancano. Gettando uno sguardo più in profondità, tuttavia, si possono intravedere un paio di ostacoli che probabilmente hanno contribuito al mancato successo: tanto per cominciare, un nome che non cattura l’attenzione. Dove si è mai visto, nel cantautorato americano di protesta degli anni 70, un artista con un nome di origine ispanica? A nessuno poteva interessare il fatto che quel nome derivasse dalla provenienza messicana di suo padre. La questione principale è però senza dubbio un’altra, già accennata, e ben esposta nella descrizione al libro a cura di Marco Denti, “L’uomo che visse due volte”, uscito in Italia insieme al DVD del film: “venne confuso nell’abbaglio del ‘nuovo Dylan’, scomoda etichetta che condivise con dozzine di songwriter americani. Tutti destinati a restare piccoli, misconosciuti eroi del rock’n’roll, con l’eccezione di Bruce Springsteen, l’unico riuscito ad affrancarsi da quel fantasma”. Steve Rowland, il produttore del secondo album di Rodriguez del 1971, “Coming from Reality”, nel film offre una testimonianza sentita e commovente del suo “artista più memorabile”. Lo dipinge come un saggio o un profeta, oltre che un grande musicista, e fa partire un brano splendido e triste, l’ultimo che hanno registrato insieme, e anche l’ultimo che Sixto incide: si chiama Cause, e i primi due versi recitano “Cause I lost my job two weeks before Christmas”. Sono parole oracolari, perché accade che l’album, diversamente da quanto pronosticato da Rowland, viene praticamente ignorato e la Sussex Records, l’etichetta di Rodriguez, lo caccia proprio due settimane prima di Natale. C’è una canzone, per la precisione una bonus track di “Coming from Reality”, intitolata Can’t Get Away, che ricorda espressamente lo stile e le sonorità di Bill Withers, il cui primo album “Just as I Am” viene pubblicato guarda caso dalla label di Los Angeles proprio nel 1971. Viene allora naturale supporre che l’allontanamento di Sixto dalla Sussex abbia a che fare con questa circostanza, unita al fatto che il singolo di Bill Withers, Ain’t No Sunshine, che esce in settembre, vende oltre un milione di copie. In ogni caso, Rodriguez sa bene che nel mondo della musica non esistono garanzie e, riprendendo in mano il suo bagaglio vuoto di denaro ma colmo di entusiasmo per la vita e spirito di sacrificio, accantona il suo sogno e continua a condurre un’esistenza ammirabile dal punto di vista umano e non solo. Gli anni si srotolano tra lavoro ferratissimo, continui cambi di case, attivismo politico nella difesa di quella working class a cui lui stesso appartiene (negli anni 80 si candida come sindaco, ma non viene eletto e il suo nome viene anche scritto male nella lista dei candidati), una laurea in filosofia all’università, la passione mai venuta meno per la musica e la lettura, l’educazione delle sue tre figlie all’arte, al rispetto e all’umiltà. Nel frattempo, tuttavia, dall’altra parte del mondo sta avvenendo qualcosa di straordinario a sua insaputa: precisamente a Città del Capo, in Sudafrica, giunge nei primi anni Settanta e in modi non accertati una copia di “Cold Fact”, che in poco tempo viene riprodotta in quantità sempre maggiori fino a diventare un pezzo da collezione immancabile, al pari di “Abbey Road” dei Beatles, tanto che ancora oggi per i sudafricani rimane uno degli album più importanti della storia. Questo successo clamoroso è in strettissima relazione con lo stato di apartheid in cui il Sudafrica si trova sprofondato: Rodriguez è visto come una sorta di icona ribelle in un Paese in cui la tv non esiste perché ritenuta troppo vicina al comunismo, la segregazione razziale imperversa, la popolazione è tagliata fuori dal resto del mondo, dato che il Paese è messo sotto sanzione da una quantità enorme di Stati (i quali non permettono ai propri artisti di esibirsi in Sudafrica, così come gli artisti sudafricani non possono farlo in quelli), le persone vengono controllate da una imponente rete di spie e i giornali vengono censurati se provano a condannare la situazione. Coi suoi testi, Rodriguez insegna che è possibile e, anzi, bisogna protestare contro una società che non difende i diritti dei suoi cittadini (“ogni rivoluzione ha bisogno del suo inno, e in Sud Africa “Cold Fact” fu l’album che diede alla gente l’impulso di liberare le proprie menti ed iniziare a pensare diversamente”). I Wonder, coi suoi versi sovversivi “I wonder how many times you had sex and I wonder, do you know who’ll be next”, diviene una vera e propria hit, ma è sicuramente Anti-Establishment Blues il brano più significativo per il suo messaggio di lotta contro il sistema
The mayor hides the crime rate / Council woman hesitates / Public gets irate but forget the vote date / Weatherman complaining, predicted sun, it’s raining / Everyone’s protesting, boyfriend keeps suggesting / You’re not like all of the rest / Garbage ain’t collected, women ain’t protected / Politicians using, people they’re abusing / The mafia’s getting bigger, like pollution in the river / And you tell me that this is where it’s at / Woke up this morning with an ache in my head / I splashed on my clothes as I spilled out of bed / I opened the window to listen to the news / But all I heard was the Establishment’s Blues / Gun sales are soaring, housewives find life boring / Divorce the only answer, smoking causes cancer / This system’s gonna fall soon, to an angry young tune / And that’s a concrete cold fact /The pope digs population, freedom from taxation / Teeny Bops are uptight, drinking at a stoplight / Miniskirt is flirting, I can’t stop so I’m hurting / Spinster sells her hopeless chest / Adultery plays the kitchen, bigot cops non-fiction /The little man gets shafted, sons and monies drafted / Living by a time piece, new war in the Far East / Can you pass the Rorschach test? /  It’s a hassle, it’s an educated guess / Well, frankly I couldn’t care less. 
Molte canzoni di Rodriguez entrano nella lista nera del SABC, la radio nazionale che controlla il circuito radiofonico e televisivo indipendente, mentre Sugar Man, una sorta di dichiarazione d’amore di un tossico al suo pusher, è addirittura impossibile da trasmettere, perché il vinile, come mostra nel film un’ex archivista sudafricana, viene rigato con un oggetto appuntito proprio sopra al punto in cui la canzone è stata registrata. Il cantautore diviene una stella del firmamento musicale, sebbene intorno a lui aleggi il più totale mistero, fatta eccezione per l’immagine nella copertina di “Cold Fact”, che lo ritrae a mo’ di guru in perfetto stile hippy, seduto a terra a gambe incrociate e con gli occhiali da sole neri. Cominciano a diffondersi leggende sul suo conto, da chi crede sia morto di overdose, a chi ritiene si sia suicidato sul palco dandosi fuoco o puntandosi una pistola alla tempia dopo un live disastroso e conclusosi con il brano Forget It (“But thanks for your time/Then you can thank me for mine/And after that’s said/Forget it”). L’album “Coming from Reality” viene rilasciato in Sudafrica nel 1996 e nelle note di copertina si legge: “Non ci sono concreti fatti assodati riguardo all’artista conosciuto come Rodriguez. C’è qualche musicologo-detective in ascolto?”. Craig Bartholomeow, un giornalista alla ricerca di un soggetto su cui scrivere un articolo, si appassiona così tanto alla vicenda da mettersi alla ricerca di informazioni sull’oscura rockstar, ma l’unico dato degno di rilievo che scopre, riguarda il giro di soldi sporchi che si è creato intorno al fruttuoso mercato targato Rodriguez: tutte e tre le etichette discografiche sudafricane che hanno pubblicato i suoi due album mandavano infatti i soldi dei diritti alla Sussex Records ma, quando Craig cerca di contattare il suo proprietario Clarence Avant, non ci riesce in alcun modo. Nel documentario lo stesso Clarence viene intervistato, e quando gli viene chiesto che fine avesse fatto tutto il denaro proveniente dal Sudafrica, il top-manager, talvolta chiamato “the Godfather of Black Music”, si innervosisce e svia la domanda, rispondendo in sintesi che non gliene può fregare nulla di un contratto firmato nel 1970… ed è proprio a partire dal film che la vicenda arriva in tribunale: a quanto pare, infatti, se in “Cold Fact” sei tracce sono firmate Jesus Rodriguez e altre sei Sixto Prince, è perché Clarence avrebbe cercato uno stratagemma per bypassare il contratto con l’artista, eludendo così il pagamento dei diritti. Il lavoro di ricerca intrapreso da Craig arriva quasi a un vicolo cieco finché, ascoltando un verso di Inner City Blues che recita “Met a girl from Dearborn, early six o’clock this morn”, non riesce a unire i vari pezzi del puzzle e intuisce che se c’è un luogo in cui può tentare di svelare il mistero, quel luogo è Detroit. È qui che viene in contatto con il produttore di “Cold Fact” Mike Theodore: si raccontano l’un l’altro la rispettiva versione dell’incredibile storia di Rodriguez, ed è difficile immaginare la loro emozione nel venire a sapere, da una parte, che l’artista è ancora vivo e, dall’altra, che è una rockstar in Sudafrica. Ad ogni modo, Craig scrive finalmente il suo articolo, “Looking for Jesus”, ma l’avventura, invece che concludersi qui, si apre a un nuovo capitolo, che vede Sixto Rodriguez, ormai quasi sessantenne (siamo nel 1998), partire insieme alle sue figlie alla volta del Sudafrica per una serie di concerti, tutti sold out (tornerà poi altre volte, per un totale di trenta concerti). Guardare le immagini di questi live è impressionante: il pubblico è in delirio, Rodriguez è agli occhi dei suoi fan una specie di divinità scesa in terra, ma ciò che appare ancor più sconcertante è la sua estrema tranquillità sul palco, quasi come se sapesse che quello è il posto in cui, prima o poi, sarebbe dovuto arrivare. La sua essenza modesta e schiva, comunque, non viene per nulla intaccata dal tardivo successo raggiunto: in Sudafrica decide di sua spontanea volontà di non usufruire di tutti i comfort da superstar che gli vengono riservati e negli Stati Uniti continua a vivere la sua vita in modo pressoché immutato. Nell’intervista che compare nel film si presenta ancora una volta immerso nell’ombra, completamente vestito di nero, compresi i suoi immancabili occhiali da sole e il cappello, ed è di poche parole. Ci pensano però i suoi magnifici testi a parlare per lui, e c’è una frase perfetta, contenuta nel brano I’ll slip away, per concludere questo viaggio allo scoperta dell’uomo che visse due (o forse tre) volte: “And you can keep your symbols of success / Then I’ll pursue my own happiness / And you can keep your clocks and routines / Then I’ll go mend all my shattered dreams”. Come ha detto il suo produttore Steve Rowland, “questo ragazzo merita considerazione” e, anche se negli ultimi anni è uscito un numero sterminato di articoli su di lui, non sembra ancora abbastanza, visto l’oblio e i falsi aneddoti in cui è rimasto relegato per così tanti anni. Un ultimissimo occhio di riguardo è dedicato a colui che ha avuto forse il ruolo di maggior spicco nella divulgazione del nome di Sixto Rodriguez a livello mondiale, ovvero il regista svedese-algerino Malik Bendjelloul, purtroppo morto suicida (a seguito di una lotta ventennale contro la depressione) un anno dopo l’Oscar al documentario. Dopo essersi licenziato dal suo lavoro come reporter per la tv svedese, Malik inizia a viaggiare per il mondo, ed è proprio a Città del Capo che, sentendo parlare di Rodriguez, decide di girare un film su di lui (altri ne aveva diretti per la tv su Björk, i Kraftwerk, Elton John). La lavorazione dura più di quattro anni e, a causa della mancanza di budget, a un certo punto Malik decide di continuare le riprese con il suo iPhone e l’applicazione 8mm Vintage Camera: è un altro splendido esempio di una passione che travalica i confini abietti imposti dalla bestia nera del denaro, per farsi strada nella memoria collettiva del magico mondo dell’arte.

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3 pensieri riguardo “Sixto Dìaz Rodriguez: “l’uomo che visse due volte” – di Giulia Giannoni

  • novembre 26, 2017 in 8:17 am
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    Bel post si racconta bene la vicenda di Sixto. Magari i testi citati sarebbe meglio averli tradotti.

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    • novembre 29, 2017 in 4:50 pm
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      Grazie dell’apprezzamento e del consiglio, ne terrò conto 😉

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    • novembre 29, 2017 in 8:23 pm
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      dalla redazione… ci teniamo… è un articolo non un post… siamo una testata giornalistica e non un blog
      grazie per l’attenzione

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