Simon & Garfunkel: “The Sound of silence” (1964) – di Valeria La Rocca

“FB, oggi ho avuto un crollo, lo ammetto! Ho appena poggiato le spalle sul letto. Sono sveglia dalle 5 e non ho avuto il tempo di annoiarmi. Eppure sento di non aver concluso niente tutto il giorno. Ah, non lo so perché, ma sono stremata, irascibile, insofferente, maldisposta verso tutto e tutti. Non è vero, lo so perché, a te non riesco a mentire. Sei l’unico a cui posso dirlo. Magari domani ti cancello, ma stasera bisogna che te lo dica perché mi sale il nervoso ogni volta che dimentico una procedura: come si converte un file, come si allega un video o come diavolo devo farcela a spiegare a una mamma come usare la bacheca del registro quando quella poverina non sa neanche come si compila un bollettino alla posta e quando io per prima mi scordo la procedura. Me la segno su un foglio e poi lo perdo perché io perdo tutto. Perdo la pazienza, perdo tempo, perdo di vista l’obiettivo e mi stanco, come stasera, ma non cavo un ragno dal buco.
E vuoi sapere perché mi perdo? Perché quando devo fare cose di cui non comprendo il motivo, io le faccio lo stesso perché sono un mulo e vado avanti, ma per la strada “mi” perdo. Spingo come un ariete sul portone del castello, ma è inespugnabile e ci affondo le corna, ma non viene giù e mi stanco. Mi stanco, non mi piace, mi disgusta fare ciò che faccio, non ha senso, ma lo faccio ugualmente e poi mi rode dentro, come una carogna che marcisce. Mi stanco di rispondere al telefono, ai messaggi, agli inviti ai flash mob, ai commenti, alle chat. Mi stanco da morire e mi perdo dentro un tempo liquido che non è il mio, che non è di nessuno e che mi ostino a rincorrere quando dovrei stare ferma a ricordare. Non riesco a ricordare le procedure, come l’ordine delle lettere nelle parole straniere. Perché io un ordine non ce l’ho mai avuto, ho preso per buono quello che mi hanno dato e che tutti si aspettavano che avessi.
Sono stanca amico mio! Di questa pandemia della volontà che mi inchioda alle notifiche e mi costringe a restare sempre sul pezzo mentre io vado a pezzi. Io che ho tre libri fissi a fissarmi sul comodino e che non riesco ad aprire perché ho sempre il telefono in mano. Sono stanca perché il mio bicchiere mezzo pieno di questa mezza sciagura umana doveva essere il silenzio e il restare a casa ad aprire i libri e perdermi nella contemplazione di lettere scritte nel giusto ordine da chi sa farlo meglio di me. 
E invece ho la testa zeppa di pensieri e angosce non mie e scadenze e calcoli sui tempi e le notifiche e le spunte sul registro.
E invece io vorrei fermarmi sulbalcone a sentire il rumore che fa la primavera quando arriva e invece sento l’inno di Mameli a mezzogiorno e i concerti delle 18 la sera, quando vorrei sentire che rumore fa l’umido quando si posa sulle foglie all’imbrunire. Sono stanca di inseguire un tempoche non c’è perché non c’è più tempo per perdere tempo e si dovrebbe stare fermi sul balcone ad aspettare che ritorni il tempo in cui ricorderò come si mettono in ordine le lettere e i ricordi. Voglio solo potermi fermare a ricordare che rumore fa il silenzio. Shhhhh”
.
La prima versione acustica registrata di The sound of silence risale al 1964. Paul Simon raccontò in un’intervista che era solito scrivere le sue canzoni al buio, rinchiuso nel bagno della sua casa e chissà perché il bagno è sempre il luogo privilegiato da molti per mettere in ordine le idee. Sì, ho immaginato che anche lui come me in questi giorni si chiudesse in bagno, perché in questa nostra convivenza forzata, in questo atto nobile e supremo di coscienza civile, è l’unica stanza della casa in cui nessuno può disturbarti mentre cerchi di rimettere in ordine quei pensieri che fuori dal bagno diventano chiacchiera mentale. In questo pausa della memoria collettiva in cui tutti ci affanniamo a cercare l’origine di ciò che ci ha costretti a restare separati, abbiamo cominciato a cercare fuori e negli altri l’origine del problema. Le responsabilità, le decisioni intempestive, le news e le fake news, i tagli di bilancio, le speculazioni finanziarie, l’avvento di una nuova dittatura, si affollano davanti ai nostri occhi e nelle nostre menti portandoci ancora più lontano dall’origine.
Ci rivolgiamo in preghiera a quello che per Simon era il dio Neon delle insegne dei bar, oggi dei fast food, dei centri commerciali e, quella che per lui era l’obbedienza cieca al sovrano dell’illusione, oggi per noi è la sottomissione al rumore e alla distanza. Siamo connessi eppure distanti. Quel filo invisibile fatto di Giga e minuti illimitati, quell’apparato illusorio di “condivisioni del nulla”, la ricerca spasmodica di esempi e dedizione che ricerchiamo affannosamente nel sacrificio che pochi stanno compiendo per tutti noi, ci allontana progressivamente dal focus… e non c’è una cura per questo nuovo male. Non c’è un vaccino e non basteranno le terapie intensive. Non bastano i decreti per “comprendere” profondamente qual è la medicina giusta per curare un’umanità che deve chiudersi in bagno senza il telefono per decidere che non deve uscire dalla porta di casa. Chissà, forse può essere sufficiente uscire fuori sul balcone e specchiarsi nella primavera… che non fiorisce mai se prima non muore l’inverno

Hello darkness, my old friend / Because a vision softly creeping
I’ve come to talk with you again / Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain / Still remains
Within the sound of silence / In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone / ‘Neath the halo of a street lamp
I turned my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed by the flash of a neon light
That split the night / And touched the sound of silence
And in the naked light I saw / Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking / People hearing without listening
People writing songs
that voices never share / And no one dared
Disturb the sound of silence /
“Fools”, said I, “You do not know
Silence like a cancer grows / Hear my words that I might teach you
Take my arms that I might reach you” / But my words, like silent raindrops fell
And echoed / In the wells of silence / And the people bowed and prayed
To the neon god they made / And the sign flashed out its warning
In the words that it was forming / And the sign said,
”The words of the prophets are written on the subway walls
And tenement halls” / And whispered in the sound of silence

Ciao oscurità, mia vecchia amica / Sono tornato a parlare con te
Perché una visione sta dolcemente strisciando
Ha depositato i suoi semi mentre stavo dormendo
E la visione che è stata piantata nel mio cervello
Ancora rimane  / Dentro il suono del silenzio
In sogni inquieti camminavo da solo / In strette strade di ciottoli
Sotto l’alone di un lampione stradale
Ho alzato il bavero per il freddo e l’umidità
Quando i miei occhi vennero accecati dal bagliore di una luce al neon
Che ha squarciato la notte / E ha toccato il suono del silenzio
E nella nuda luce vedevo / Diecimila persone, forse più
Persone che dicevano senza parlare / Persone che sentivano senza ascoltare
Persone che scrivevano canzoni che le voci non condivisero mai
E nessuno osava / Disturbare il suono del silenzio
“Pazzi”, dissi, “Voi non sapete / Il silenzio, come un cancro, cresce
Ascoltate le mie parole, che potrebbero insegnarvi
Prendete le mie braccia, cosicché io possa raggiungervi”
Ma le mie parole caddero come fossero silenziose gocce di pioggia
E riecheggiarono / Nei pozzi del silenzio
E la gente si inginocchiava e pregava / Al Dio neon che avevano creato
E l’insegna lampeggiò il suo avvertimento / Nelle parole che stava formando
E l’insegna diceva, / “Le parole dei profeti sono scritte nei muri della metropolitana
E nei caseggiati “ / E sussurrò nel suono del silenzio…

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