Silberbart: “4 Times Sound Razing” (1971) – di Piero Ranalli

4 Times Sound Razing” è una perla di rock psichedelico partorita da un power trio proveniente dalla Gemania come primo ed unico sforzo, pubblicata dalla Philips nel 1971. Quello che viene in mente quando si ascolta questo disco fin dalla sua prima traccia è quanto sia incredibile e stranamente originale e forse, prima di tutto, quanto suona davvero in modo differente questa band. Un chitarrista di grande talento, Hajo Teschner, con un uso schizofrenico della voce, supportato da una sessione ritmica robusta ed efficace, Werner Klug (basso) e Peter Bahrens (batteria, percussioni). È quasi inverosimile come possano creare, solo in tre, un suono così rumoroso ed autolesionista con una semplice chitarra distorta, perfettamente accentata da un pesante bombardamento percussivo e linee di basso indipendenti che accentuano il fascino unico della band per l’atonalità tra gli strumenti. Scorgo in questa loro bizzarra attitudine come una voglia inconscia di coniugare il tradizionale rock pesante, che era tanto in voga in quel periodo con una sperimentazione tipica della musica d’avanguardia, come per dare maggiore incisività a questa loro vena disperata e ribelle. I Silberbart hanno registrato questo loro unico album, “4 Times Sound Razing”, nell’aprile 1971, in diretta dal vivo in studio e chissà se era nelle loro intenzioni realizzare le quattro allucinanti tracce che lo compongono.
Questi demoni sperimentali si basavano sul blues e l’heavy rock dei primi anni 70, ma non trovarono alcun problema a impegnarsi in voli pindarici estremi che li portavano più lontano verso viaggi psichedelici e caos basato sul rumore e suoni atonali uniti dalla spinta ritmica della batteria. A modo loro sono stati anticipatori di una certa attitudine musicale che verso la fine degli anni 70 sarebbe stata la normalità. È un album che ci parla della cultura della terra da cui proviene, quella Germania del Kraut che ha sfornato così tante formazioni senza compromessi, senza mezze misure, anche se, in questo caso, manca qualsiasi tipo di influenza elettronica orientale che potrebbe definire molte delle band appartenenti a questo filone. Ciò che li caratterizza è proprio questo suono scarno, senza orpelli che viaggia su binari dal forte impatto sinistro e a tratti violento, di una attualità sconvolgente.
L’album inizia con Chub Chub Cherry, che fa pensare che si tratti di un tipico disco hard rock ispirato al blues, sebbene escano fuori, di tanto in tanto, degli innesti stravaganti che possano far presagire il delirio successivo, anche la voce stridula e sgraziata del chitarrista potrebbe dare qualche indizio. E così si arriva a Brain Brain, il secondo brano, che immediatamente distrugge e spazza via quella vaga idea che ci si era fatti precedentemente, quel senso di sicurezza e familiarità svanisce senza pietà, senza ripresentarsi più, fino alla fine del disco. Introdotto da un cantato flebile e desolato, esplode in urla raccapriccianti che conducono verso un approccio musicale convulso in cui la band riprende il controllo ed incanala le energie verso una struttura a dir poco nevrotica, un gioco pieno di atmosfere contrastanti che lasciano spiazzati e senza nessuno appiglio: non puoi far altro che lasciarti trasportare da questa corrente impetuosa ed attendere che si plachino le acque.
La voce del chitarrista è sconvolta, inzuppata di acido e si avvicina a quella di qualcuno che grida impotente da un cattivo sogno ed il lavoro che compie alla chitarra è eccellente. Il viaggio nell’oscurità continua con God, dove il chitarrista vaga per alcuni degli stessi territori di Tony Iommi, anche se suona in modo più sconcertante e infuriato. Accompagnato da un batterista infernale ed un bassista che padroneggia magnificamente il suo strumento. Un continuo evolversi di situazioni con la voce straziante del chitarrista sempre presente, uno zigzagare impulsivo, un modo di condurre la jam davvero singolare che si conclude con un assalto furioso della chitarra: sprazzi blues e riff atonali che si scatenano. Head Tear of the Drunken Sun, il brano di chiusura, sembra approcciare con toni pìù rassicuranti, mentre i riff di chitarra iniziano come qualcosa di affine a Blackmore. Alla fine tutto si scompone in un suono etereo e pulito di chitarra e la stranezza aumenta di intensità con i suoni che scivolano e sfrecciano come se il chitarrista fosse entrato in LSD, per tornare in chiusura ai toni più sobri, nello stile blues rock, con cui era iniziato. Sicuramente una corsa selvaggia e assolutamente unica per la sua intensità simultanea su due livelli completamente diversi. Troppo strani anche per gli appassionati di musica prog e psichedelica dell’epoca, questa band non durò a lungo e si sciolse subito dopo. Per tutti gli avventurosi che amano il rock vigoroso unito a divagazioni psichedeliche sull’orlo della follia.

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