Sidney Lumet: “Daniel” (1983) – di Dario Lopez

Il caso che vide coinvolti Ethel e Julius Rosenberg è uno fra i tanti rimasti celebri nella storia del sistema giudiziario americano, spesso imperfetto, fazioso e frettoloso; in particolar modo la cronaca di questo episodio terribile è una delle tessere che vanno a comporre il clima di sospetto e terrore che, nei primi anni 50, viaggiava in parallelo alle tensioni della guerra fredda e che vide tra i suoi massimi ispiratori il deprecabile Senatore McCarthy, fautore della fantomatica caccia alle streghe e al pericolo rosso
I due ragazzi, universitari e sposi nel 1939, furono simpatizzanti e attivisti della Lega dei giovani comunisti statunitensi. Nel 1951 i coniugi Rosenberg furono accusati di spionaggio e tradimento dal Governo Americano, additati per aver fornito ai sovietici documenti top secret in ambito nucleare. L’inchiesta e i suoi risultati che portarono all’esecuzione dei coniugi Rosenberg mediante sedia elettrica in seguito a un verdetto di condanna a morte, furono contestati e confutati da successivi approfondimenti che, se non assolvevano in toto i due imputati, ne ridimensionavano parecchio l’effettivo coinvolgimento nelle accuse a loro mosse, le quali, riguardando l’ambito dei segreti nucleari, vennero considerate particolarmente gravi. Il film di Sidney Lumet, rifacendosi al libro di E. L. Doctorow, ripercorre la vicenda dei protagonisti (qui ribattezzati Isaacson) vista con gli occhi dei due figli, Daniel (Timothy Hutton) e Susan (Amanda Plummer) ancora piccoli all’epoca dei fatti e che nel presente del film, ormai adulti, con approcci e coinvolgimento differenti, tenteranno di ricostruire la vicenda giudiziaria dei propri genitori.
Sidney Lumet non è interessato a stabilire o meno la colpevolezza degli Isaacson, quello su cui si focalizza l’attenzione del regista è l’abuso di potere delle istituzioni, la crudeltà di un sistema che riconosce la pena di morte, sempre contestabile ma tanto più in casi dove non sussistono prove certe di colpevolezza e, infine, sul clima pesante dell’epoca maccartista. Proprio la vicenda di cronaca in sé è l’aspetto interessante del film, una vicenda da approfondire all’interno di una pellicola peraltro non tra le più riuscite del regista, autore di titoli ben più significativi quali il suo esordio del ’57 “La parola ai giurati” o il suo commiato del 2007, il bellissimo “Onora il padre e la madre”.
Nel mezzo film indimenticabili come “Serpico” o “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, entrambi con protagonista un immenso Al Pacino. La ricostruzione risulta calligrafica, mossa indubbiamente da interesse sincero, romanzata anche per mezzo di una figura inventata (la figlia Susan: nella realtà i Rosenberg avevano due maschi) che risulta qui il vero input che spinge Daniel a muoversi per ricostruire la storia dei suoi genitori, una vicenda che manca di quei passaggi emotivi utili alla partecipazione dello spettatore; il taglio che ne viene fuori è documentaristico, assolutamente rispettabile ma poco coinvolgente. Non aiuta la scelta di adottare per tutte le sequenze in flashback (e sono molte) una fotografia virata al seppiato, dai toni ocra che risultano terribilmente datati e donano al film una patina incancellabile da serie B. “Daniel” è uno di quei film più necessari che belli, buoni per non dimenticare mai tutte le brutture di cui gli uomini sono stati, sono, e ahimè, ancora saranno capaci. Una vicenda qui da noi forse poco nota che vale la pena di conoscere, perché alla fine il bello del Cinema, di tanta cultura pop, è anche contenuto, conoscenza, anche nelle occasioni in cui la confezione non è perfettamente riuscita.

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