Sid Vicious: “Sid Sings” (1979) – di Gianluca Chiovelli

“Sid Sings”: neanche trenta minuti di musica, per così dire; undici canzoni undici (live) di cui nove rifacimenti; low fidelity davvero low: questo il meschino resoconto sonoro di uno dei più riconoscibili simboli del punk anglosassone. Abbiamo già affermato, a proposito di Sandy Denny, che un’esistenza borderline, vissuta sinceramente, influisce anche sulla considerazione estetica di un dato artista. Alcune radio ci campano sul maledettismo rock, sugli aneddoti rock: il vomito di Jim Hendrix, Jim Morrison freddo come una lastra di ghiaccio a Parigi, Keith Moon nudo davanti alla porta di Mick Jagger fresco sposo, Ozzy che si mangia un pipistrello, i Guns che spaccano alberghi, la signora Longari che cade sull’uccello … Le case discografiche sulle morti spettacolari, sui suicidi, sui ghiribizzi delle star ci campano ancora, e piuttosto bene. Ovviamente la maggior parte degli episodi sono completamente inventati. Sentite cosa affermava la mitica Louise Brooks a propositi degli aneddoti che giravano nel mondo delle star: “Quando arrivai a New York appresi decine di aneddoti, battute e scherzi che riguardavano le stelle, del cinema o del teatro. Negli anni successivi, nelle varie biografie che lessi, ritrovai quegli stessi aneddoti attribuiti arbitrariamente a questa o quella celebrità” Per poi citare, con molta pertinenza, Samuel Johnson: “Aforismi taglienti e risposte acute vagano liberamente nel mondo, e vengono successivamente attribuiti ai personaggi di moda in un dato momento. Chi sia Samuel Johnson forse lo sapete tutti; chi sia Louise Brooks ve lo spiegherò in altro momento. Ma torniamo a noi. Il pettegolezzo rock, la vita spericolata, le orge, i buchi, le groupie… tutto lo sciocchezzaio che accompagna la musica e che, una volta, era un dato folcloristico interessante è oggi non solo ridicolo, ma spesso diventa l’unico modo per tenere in vita o rilanciare una star dimenticata. Nel caso di Sid Vicious è proprio il sovrabbondante maledettismo a prevaricare sulla valutazione critica. Vogliamo essere esagerati e crudeli: Kurt Cobain sarebbe lo stesso Cobain senza lo spettacolare suicidio? Oggi sarebbe, quasi sicuramente, un cinquantenne imbolsito e sfiatato, che si trascina di palco in palco riproducendo gli accordi del tempo che fu … magari annegati nelle tracce del nuovo disco presentato fresco fresco su Virgin Radio e Rolling Stone … Meglio non pensarci, ho i brividi. A maggior ragione (o: a fortiori, come dicono i dotti): cosa sarebbe Vicious senza l’omicidio dell’amante groupie Nancy, le successive indagini, le intemperanze, l’overdose? Nulla. Per il semplice fatto che le sue doti musicali, interpretative, compositive semplicemente non esistono. Rotten, che genio lo fu davvero, testimonia in tal senso. Di Vicious possiamo congetturare (lo stesso può dirsi di Darby Crash, uno parecchie volte meglio di lui, però) ciò che scoprì l’indagatore Gottfried Benn: “Genio è follia, genio è degenerazione … La comunità culturale … cerca questa circolazione di psicopatia e anomalie negative; essa forma … la moderna mitologia fatta di ebbrezza e decadenza e tutto questo lo chiama genio“. Eppure, nonostante la plateale inconsistenza di Vicious, si è riusciti a farne il santino punk dell’Inghilterra ribelle e a strizzare da quella misera esperienza decine di album.

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