Sick Tamburo: “Paura e l’amore” (2019) – di Lorenzo Scala

Percepisco i Sick Tamburo come un laboratorio permanente grazie alla costanza con cui sfornano dischi. Nessuna pausa di riflessione all’orizzonte per loro, solo una strada da percorrere con uno stile collaudato e con pochi ingredienti, semplice ma in grado di rinnovarsi cambiando pelle e infondendo ad ogni album un’identità precisa e sfumature diverse. Gian Maria Accusani, cofondatore nel 2007 insieme a Elisabetta Imelio, riflette inarrestabile il suo immaginario popolato da un’umanità variopinta, a volte grottesca e sempre ai margini, mescolandolo con gli eventi concreti e gli stati d’animo del suo presente. L’intera discografia della band – arrivata con quest’ultimo lavoro, “Paura e l’amore” (La tempesta dischi 2019) – al quinto capitolo, è permeata da una sorta di frenesia, un’urgenza terapeutica incentrata sul raccontare e sul raccontarsi in un continuo rimbalzo di suggestioni. I testi sono luminosi e disperati, scarni come a voler eliminare ogni forma di sofisma estetico, mettendo in risalto i vari personaggi e i conflitti che li attraversano, conflitti sia interiori ma anche rivolti all’esterno, al  contesto in cui si muovono (questi personaggi appaiono, già dopo pochi ascolti, quasi tridimensionali, perché sembra di scorgerli e di poterli toccare allungando una mano). Forse è proprio questo approccio alla musica fatto di un continuo working in progress” a consentire una sincerità di fondo innegabile… ed è proprio questa sincerità sbattuta in faccia all’ascoltatore, con disincanto e malinconia, il loro punto di forza. L’album è veloce, diretto, con un suono che vira maggiormente sul punk rispetto ai lavori precedenti: sembra quasi una corsa liberatoria anche se non sempre le storie raccontate sono catartiche. Il lieto fine a volte c’è, a volte no, l’importante è trovare comunque qualche spiraglio di luce anche e sopratutto dalla prospettiva più buia. L’album si apre con una delle canzoni più suggestive, Lisa ha 16 anni, un primo passo elettrico ma non aggressivo, una nenia disarmante con un ritornello che odora di riscatto sociale,  riesce a creare subito un legame empatico con l’ascoltatore. L’album procede dritto senza mai inciampare e giusto in un paio di occasioni sembra esserci un calo d’intensità… ma la qualità rimane alta. Qua e là troviamo qualche piccola furbizia da manuale, tipo i violini messi nel punto giusto a vincere facile (Puoi ancora) ma successivamente ritroviamo subito il sapore ludico nell’introduzione tinta d’elettronica di una irresistibile Anche Tim Burton la sceglieràNelle due canzoni conclusive i Sick Tamburo premono sull’acceleratore del ritmo e della melodia: in Mio padre non perdona si nota una certa maturità d’intenti, la ricerca di una quiete senza il bisogno impellente di sentirsi diversi. Il più ricco del cimitero è puro punk melodico e un vaffanculo divertito al capitalismo, al bisogno di accumulare oggetti e ricchezza per sentirsi affermati… perché in fondo lo spazio è quel che è ed ogni cosa è un di più.  L’intero lavoro, come affermato da Gian Maria e come si evince dal titolo, si basa sulla paura che paralizza e sull’amore che sblocca ma, anche sulla capacità di abbracciare consapevolmente sia la paura che l’amore, senza vergognarsi mai. In sintesi un bel lavoro che entra sottopelle, necessario per chi cerca un approccio autentico, uno sbattimento nel ritmo e un ricerca mai forzata.

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