“Shining”: Stephen King vs. Stanley Kubrick – Warden

“Danny, vieni a giocare con noi. Per sempre” (…) “Wendy, sono il lupo cattivo” (…) “All work and no play makes Jack a dull boy”, ripetuto all’infinito su una malcapitata macchina da scrivere. Non è difficile intuire il film da cui sono tratte queste frasi: “Shining” (1980), undicesimo lungometraggio dell’acclamato genio della cinematografia Stanley Kubrick. Considerato uno dei migliori film horror mai girati, forte del perfezionismo maniacale di Kubrick per ogni inquadratura, gioco di luce, dettaglio, per la simmetria e l’illuminazione. Raccontarne la trama di “Shining” sarebbe superfluo, così come descriverlo. Si sprecano gli omaggi al film, divenuto un’icona dell’horror cinematografico: un evento a tema horror che non presenti citazioni da “Shining” risulta non degno di essere chiamato tale, tanto che la pellicola è stata omaggiata più volte anche da videogiochi musicisti, oltre che da altri film. La fama dell’opera cinematografica tuttavia non sarebbe nemmeno esistita, se prima questa allucinante storia non fosse stata partorita dalla mente geniale di Stephen King.
Definito il “Re dell’Horror” non certo per caso, l’autore americano pubblica “The Shining” nel 1977. Suo terzo romanzo, dopo due libri di un certo rilievo (“Carrie” del 1974 e “Le Notti di Salem” del 1975), destinato ad essere seguito da “L’Ombra dello Scorpione” (1978) e “La Zona Morta” (1979), a riprova di come già nei primi anni della sua scintillante carriera King abbia centrato una serie di capolavori. “Shining” spicca in qualche modo sugli altri, anche perché, sebbene parecchi lavori di King siano stati adattati a film, qui c’è la mano dell’irraggiungibile Stanley Kubrick. Nell’inevitabile confronto tra le due versioni, ancora una volta è il cartaceo a spuntarla e, pur riconoscendo gli enormi meriti del capolavoro di Kubrick, ricordiamo a noi stessi la semplice regola della trasposizione dalla Letteratura al Cinema: nessun film potrà mai restituire completamente la costruzione letteraria di un romanzo.
“Shining” in versione cinematografica è un horror che riesce a spaventare lo spettatore senza ricorrere a telefonati jumpscares, a effetti speciali esagerati e che sfrutta colonne sonore quasi minimali. Bastano le sinistre inquadrature dell’Overlook Hotel, per costringere i più deboli di cuore ad installare un pacemaker, senza bisogno che il mostro di turno salti fuori urlando “Buuuh”. Il libro invece, che non può ricorrere a colonne sonore né all’espressività degli attori, si concentra sul lato psicologico dell’atmosfera. King è magistrale nel creare scene che generano ansia nel lettore, tessendo immagini davanti ai suoi occhi. Importanti differenze separano libro e film: nella pellicola di Kubrick, il piccolo Danny Torrance, figlio di Jack Torrance – uno stupefacente Jack Nicholson intriso di follia – e di Wendy Torrance – una Shelley Duvall dalla lacrima facile – se ne va in giro per l’Overlook Hotel a cavallo di un triciclo e vede le famosissime sorelline gemelle.
“Danny, vieni a giocare con noi”
. Una delle scene più famose di tutto il cinema horror, senza dubbio. Una trovata di Kubrick e Diane Johnson, sua collaboratrice in fase di sceneggiatura del film. Una valida aggiunta, bilanciata però da una scelta sciagurata, quella di escludere le siepi a forma di animali dal: una delle parti più riuscite dello “Shining” cartaceo viene trasformata, nel film, nel famoso inseguimento nel labirinto di siepi. Cambiano altri particolari di poco conto, che non influiscono sul risultato generale, come il colore dei capelli di Wendy, il numero della camera della donna nella vasca, trasformata da 217 a 237, il fatto che Danny parli con il suo amico immaginario Tony tramite il dito indice (particolare inesistente nel romanzo), o il fatto che Jack insegua la sua famiglia con un’accetta anziché con una mazza da roque. Altri dettagli sono però più evidenti, come la scena delle gemelle (assente nel libro), o il proverbio inglese che Jack Torrance ripete all’infinito sulla sua macchina da scrivere – “All work and no play makes Jack a dull boy” – anch’esso una trovata (molto riuscita, bisogna dirlo) di Kubrick e Diane Johnson.
Nel film, per ragioni di tempo, sono escluse scene riguardanti il passato anche recente dei Torrance, scelta comprensibile, considerata la già notevole durata della pellicola integrale. A decidere il verdetto finale – che vede il libro, per chi scrive, prevalere sul film – è però proprio la caratterizzazione dei protagonisti. Passi tagliare parti del loro passato, passi glissare sugli scoppi d’ira di Jack antecedenti all’Overlook, dei quali viene menzionato solo il braccio rotto di Danny. La gradualità inesistente nella discesa nella follia di Jack… ecco il problema. Dal primo momento in cui si incontra Jack sullo schermo, complice anche l’interpretazione di Nicholson, si capisce che qualcosa non va in lui, che quest’uomo sotto sotto detesta la sua famiglia, e che l’Overlook, con i suoi fantasmi e la sua influenza negativa, sarà solo l’occasione giusta perché la sua rabbia esploda del tutto.
Un personaggio molto più sfaccettato, invece, il Jack Torrance di Stephen King: un padre di famiglia che vuole bene a sua moglie e suo figlio ma, allo stesso tempo, un alcolista senza speranza con problemi di aggressività, cosa che lo porterà a perdere la sua sfida con l’Overlook e a finirne controllato. A Wendy va ancora peggio: la donna del libro, madre amorevole ma combattiva, capace di affrontare da sola la follia di Jack e gli inquietanti poteri del figlio, viene trasformata in una frignona che sa solo gridare, disperarsi e piangere. Un finale radicalmente diverso… da una conclusione infuocata (cartacea) ad una ghiacciata (cinematografica), con destini opposti per il personaggio secondario ma non troppo di Dick Hallorann, il cuoco afroamericano dell’Overlook. Lo stesso King non ha apprezzato fino in fondo il film, per i motivi sopra elencati. Noi ci limiteremo a dire che il “Maestro dell’Horror” è stato un po’ troppo severo: “Shining”, benché non esente da difetti, è un film che ha fatto scuola: un monumento stagliato nella Storia della Cinematografia mondiale.

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