Sheryl Crow: “Be Myself” (2017) di Capitan Delirio

“Be Myself”, l’album fresco di stampa di Sheryl Crow, scorre come un fiume placido,  lineare, sincero, denso di contenuti, ti culla tra sonorità Folk, Blues, Pop, Rock, senza grandi scossoni, ma incontrando qualche rapida lungo il corso, come quando il ritmo si fa ben sostenuto e ballabile tra le note della title track o anche in Roller Skate, o s’ingrossa e alimenta la piena grinzosa, grintosa come in Heartbeat Away. Sheryl Crow ha ancora qualcosa da dire e lo dimostra ampiamente in questo nuovo album in studio in cui è bello vederla sfoderare tutta la sua rabbia vocale, lanciata in urli calibrati, a seguire l’energia che cavalca l’onda Rock’n’Roll, come quando sfornava i suoi brani di successo. Dopo anni di progetti proiettati a rivalutare le sonorità roots del Country e qualche vicissitudine riguardante la salute, ricostruisce la squadra che la portò alla ribalta negli anni novanta, con Jeff Trott in cabina di regia, e non si tira indietro di fronte alla sfida di conquistare le frequenze radio senza seguire le tendenze del momento. I testi nascono dall’urgenza di tornare a scrivere per quello che sta succedendo adesso nel suo Paese e nel mondo. I versi sono più oscuri, trattano tematiche più complesse rischiarate soltanto dalla luce del dubbio sul presente, perché questi tempi sono appesantiti dalla mancanza di comunicazione, dalla totale assenza di rispetto reciproco, dal trionfo della tecnologia senza controllo e che prende il controllo delle nostre vite, delle vite dei nostri figli; in altri momenti invece torna la tipica ironia corrosiva, che non risparmia i suoi colleghi musicisti, che millantano popolarità fantomatiche sui social networks, né l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ed i suoi atteggiamenti sessisti. La voce è sempre intensa e riconoscibile, forse un po’ meno sexy di quando accumulava quantità esagerate di residui di tabacco bruciato sulle corde vocali, ma adesso ha smesso di fumare, ha trovato una nuova limpidezza, molto lineare, in grado di scendere in note più profonde, tanto da accompagnare gradevolmente l’ascolto di ogni brano: molto vicina all’anima, quasi accarezzandola. In alcune tracce la chitarra di Gary Clark Jr. tesse un bel tappeto di accordi, innalza il musicista a ruolo di esperto timoniere che guida lungo le undici tracce modellando un sound originale e adatto ad esaltare la voce della cantautrice. La sfida che ha deciso di combattere, indossando nuovamente i guantoni da box, è molto più ardua nel panorama musicale attuale, che è completamente diverso da quello degli anni novanta ma, probabilmente, a lei la grinta non manca e ha tutte le carte in regola per fare parecchia strada. In bocca al lupo Sheryl.

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