Sherpa: “Tigris & Euphrates” (2018) – di Ignazio Gulotta

Con questa opera seconda, lo stile della band abruzzese degli Sherpa si delinea in modo più preciso rispetto a quanto accadeva con “Tanzlinde”, l’album di esordio del 2016. I Nostri si fanno infatti alfieri di una psichedelia ipnotica e trasognata, nella quale le influenze pop e showgaze sono meno presenti che in passato. “Tigris & Euphrates”, che esce come il precedente per la tedesca Sulatron Records, è un concept sull’evoluzione umana, il che spiega il titolo che fa riferimento alle terra fra i due fiumi dove è nata la civiltà occidentale. Come loro stessi dichiarano: “Le canzoni sono incentrate sul tema dell’evoluzione del linguaggio dell’uomo attraverso le ere e come il linguaggio ha cambiato profondamente le relazioni fra la gente, in meglio o in peggio”. L’atmosfera del disco tende decisamente verso i toni scuri, evidenziati dagli ipnotici drones della chitarra di Axel Di Lorenzo che imprime ai brani una cadenza ipnotica, iterativa, indolente; dal canto monocorde, ieratico, dai toni sovente sussurrati e sofferti, di Matteo Dossena; dalle atmosfere rarefatte, sognanti, introverse create dall’elettronica, dal basso profondo di Franz Cardone e dalla batteria di Pierluca Michetti mai invadente, ma determinante nel dare quel ritmo lento, disteso che è caratteristico del disco. Sei brani lunghi come mantra cupi e oscuri, nei quali si fanno sentire le influenze d’Oriente, che scandagliano nei meandri nascosti delle vicende dell’umanità… ne esce fuori una visione pessimista della condizione umana che soltanto verso la fine del disco lascia trasparire dei tenui momenti di luce e di speranza. L’iniziale Kim (((o))), omaggio probabile ai Sunn (((o))), si regge su un ipnotico drone di chitarra e sulla cantinelante voce che recita le frasi brevi ed immaginifiche (“Time has just covered you / with your shit”) di un testo dai contorni apocalittici che nel finale si accende con sonorità tipiche dell’indolenza shoegaze. Creatures From Ur inizia su ritmi catatonici mentre i synth disegnano atmosfere irreali e malinconiche sottolineate dal breve testo (“Fields of saffron wet with tears”), nel finale violino,synth e chitarre innestano il trip psichedelico. Molto belle e affascinanti le melodiose atmosfere di Equiseto (brano dedicato a una delle più antiche piante del nostro pianeta) che rimandano a gruppi come gli Om, un nome che riecheggia lungo i solchi del disco. In Abscent in the Mother of Language la musica diviene lirica, ma poi si incupisce, rallenta, richiama lo stoner, la lingua sembra non avere parole per descrivere quel che siamo, e gli ultimi versi della canzone ci precipitano nell’angoscia (“Blood, crimes / in the end of light / We are.”). Overwhelmed si ammanta di sonorità orientali con un sitar che ci trasporta verso orizzonti lontani. Chiude Descent of Inanna to the Underworld in un crescendo di drones verso una conclusione di forte suggestione. “Tigris & Euphrates” conferma quanto di buono la Band abruzzese aveva fin qui mostrato anzi, ce la consegna ancora più matura e consapevole, riuscendo credibile nella non facile impresa di realizzare un concept dalle complesse implicazioni tematiche e filosofiche, anche grazie alla scelta musicale di una psichedelia ipnotica, occulta, ammantata di inquietudine e mistero nella quale si compenetrano influenze folk, post rock, shoegaze, stoner.

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