Shelby Earl: “The Man Who Made Himself a Name” (2017) -di Capitan Delirio

Spesso il processo creativo è legato ad un evento negativo, alla metabolizzazione interiore del dolore poi espulso all’esterno in eventuali forme d’arte, mentre nel caso dell’album “The Man Who Made Himself a Name” succede esattamente il contrario: la quasi totalità dei brani è frutto di un’onda energetica positiva estremamente coinvolgente. L’autrice, Shelby Earl, rivela di aver voluto riversare su questo lavoro i suoi attuali momenti di gioia e di ottimismo, per differenziarlo dai due precedenti album più duri e sofferti. Shelby Earl è più in forma che mai… si vede e si sente. A volte basta poco per tirare fuori un brano dal senso compiuto e godibile all’ascolto; basta una buona idea, una bella melodia e l’adeguata intensità nell’espressione. A volte la bellezza che si bea della semplicità. Poi (anzi prima) sopra ogni cosa c’è la voce, la voce della cantante che veicola al meglio i testi di sua composizione. Una voce limpida e comunicativa, capace di toccare svariate sfumature; sa essere seducente e ironica, grintosa e riflessiva e, quando deve innalzare una preghiera, raccoglie tutta l’intima profondità, per accarezzare l’essenza più spirituale, per poi tornare alla sensualità della materia, per duettare in perfetta sintonia con Josiah Johnson nel brano Like I Do. L’Artista per questo progetto si è affidata all’esperta produzione di Martin Feveyear, mago degli effetti al sintetizzatore che sa riportare l’energia del live nella registrazione in studio, arruolando i musicisti più eclettici della scena indie rock di Seattle, uggiosa cittadina che da circa un trentennio ci regala perle artistiche di livello mondiale. Aaron Benson (percussioni), BC Campbell (basso elettrico/chitarra/percussioni), Eric Howk (chitarre) e Nick Shadel (pianoforte, tastiere) creano gli arrangiamenti più congeniali per guidarla in atmosfere pop rock dal ritmo sostenuto, ballabile (James, The Vapors) o verso sonorità soul, gospel (Strong Swimmer, Call Her Mercy) o in distorsioni acide (Chemical Hearth) sempre con il giusto equilibrio tra musica e voce. La sua indole da songwriter, pur se in un momento gioioso, non le permette comunque di non affrontare tematiche impegnate. Nel brano che dà il titolo e apre l’album, The Man Who Made Himself a Name, coglie il risvolto in qualche modo spiacevole di farsi un nome. La celebrità mette davanti a delle responsabilità non sempre facili da affrontare. Il ritratto è un autoritratto in cui Shelby Earl per dispettoso istrionismo si definisce uomo. In questo ultimo full lenght Shelby Earl ha voglia di divertirsi e divertire e la natura briosa che pervade tutto il disco è piacevolmente contagiosa. Da ascoltare, da ballare.

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