She Owl: la musica, le fiabe e le altre storie – di Ignazio Gulotta

Mentre erano in tour per le strade d’Europa siamo riusciti a intercettare Jolanda Moletta e Demian, il duo She Owl del quale abbiamo presentato qui su Magazzini Inestenti il loro ultimo video, Glass. Ne è venuta fuori un’intervista che ritengo molto piacevole e interessante, uno sguardo più dall’interno alla musica affascinante e misteriosa che ci hanno regalato in questi anni. Si parla di fiabe, viaggi, filosofia, magia, mondo animale e naturalmente musica. Ringrazio i musicisti per la disponibilità, la gentilezza e per il modo esauriente e intrigante con cui hanno risposto alle mie domande. Buona lettura.
Ciao Jolanda e Demian, per prima cosa volete presentare il vostro gruppo, tracciarne una breve storia? 
“Ciao! She Owl nasce nel 2013 a San Francisco, con la registrazione dell’album omonimo. Noi amiamo viaggiare, scrivere e suonare in giro per il mondo. San Francisco ci ha adottato musicalmente, lì abbiamo trascorso parecchi mesi all’anno per molti anni. Jolanda ha sempre scritto e cantato in inglese, e l’opportunità di collaborare con musicisti madrelingua ci ha contaminato definitivamente. Da allora abbiamo vissuto una vita quasi nomade, suonando ovunque in Europa e negli Stati Uniti, soprattutto in California, Francia e Germania, cercando di confrontarci e imparare da ogni straniero, imparando ad essere stranieri, tornando sempre volentieri in Italia. Si vive, e si scrive di quello che si è vissuto”

Siete di Torino, oggi avete base a Lipsia, i vostri dischi sono spesso registrati a San Francisco e passate buona parte dell’anno in tour: cosa significa per voi girare, quanto gli ambienti, i viaggi. Le diverse culture influenzano la musica che fate?
(Jolanda) “Viaggiare è il mio stato naturale, sarà perché ho scoperto di avere origini gitane, da parte della nonna materna. Viaggiare all’inizio ti apre, segui una mappa e poi cominci a scrivere la tua, la concezione del mondo si dilata: impari lingue nuove e grazie a quello impari di più sulla tua. Da quando viaggiamo abbiamo più vita. La vita influenza la musica e viceversa. Entrambe migliorano e non c’è tempo per annoiarsi. Quando parti non torni mai veramente indietro… quando parti davvero”.

La civetta è un animale dalla simbologia complessa, per i greci era simbolo di saggezza, filosofia, Hegel dirà che rappresenta il tramonto di un mondo e l’annuncio di uno nuovo, per altre culture è simbolo di morte, per alcuni di fortuna per altri di disgrazia, è associata alle streghe o a Lilith, è simbolo esoterico, nel vostro nome cosa rappresenta?
(Jolanda) “La civetta è un animale che può vedere quando intorno è completamente buio, si muove silenziosamente con precisione. Per noi rappresenta la ricerca continua di qualcosa che è nascosto, qualcosa che non sta sotto i riflettori, qualcosa di estremamente prezioso da scoprire, o riscoprire. Questo è un lavoro da fare in silenzio, in ascolto. Molte nostre canzoni nascono al buio, lontano dal rumore”.

(Demian) “Simbolicamente parlando, quando compare una civetta chi ha paura del buio parla di morte e disgrazia, chi fa lo snob parla di esoterismo. Noi filosofi, che amiamo la saggezza ma non la possediamo (come dice Sting, ‘se ami qualcuno lascialo libero’) ci chiediamo spesso: ‘cosa penserà di noi la civetta, guardandoci col suo occhio animale?’
Ci sono spesso nei testi frequenti richiami al mondo animale, avete dedicato una canzone all’usignolo, una ai lupi, un’altra si intitola Animal Animal, e nel secondo disco, “Animal Eye”, poi ci sono continui riferimenti al mondo della natura, ai mesi, ecc. quale valore date a questo aspetto?
“La prospettiva dell’occhio animale è quella dell’istinto, dell’immediatezza, della fisicità e della sintonia con la natura. Spesso vorremmo nascondere o addirittura negare di avere un occhio animale. Viviamo dentro a società basate sulla negazione: neghiamo ciò che siamo, i nostri bisogni, neghiamo la vecchiaia, la malattia e la morte, neghiamo la nostra solitudine, la violenza subita e quella che facciamo subire. Ma soprattutto neghiamo che la nostra natura sia la nostra vera nazione, che siano l’aria e il cibo a mantenerci in vita, non l’orgoglio né l’indignazione”.

Quanto è importante nella vostra musica la dimensione del sogno, del mistero, della fiaba? 
(Demian) “Quando trovi qualcosa di prezioso lo vuoi condividere, ma allo stesso tempo lo vuoi proteggere. La dimensione del mistero va a braccetto col principio di indeterminazione di Heisenberg: sognare è cambiare la propria vita”.
(Jolanda) “Oggi tutto è condiviso immediatamente, tutto vien messo alla luce, ma per crescere, sedimentare, decantare o conservarsi, certe cose vanno tenute lontano dalla luce diretta: chi scava sottoterra per guardare un seme che sboccia rischia di disturbarlo. C’è un tempo per il mistero e uno per l’ovvio. Certe cose sono meravigliose grazie alla loro intimità. Che tutto possa essere immediatamente, universalmente comprensibile, è un sogno. Riguardo a quest’ultimo, rispondiamo con una canzone di Peter Gabriel, Mercy Streets: “Looking down on empty streets, all she can see / Are the dreams all made solid, are the dreams all made real / All of the buildings, all of those cars / Were once just a dream in somebody’s head”. Tutto quello che ci circonda è stato prima un sogno, la visione della mente di qualcuno. Parlando di fiabe, il libro preferito di Demian è “La Storia Infinita” di Michael Ende, mentre il mio libro di riferimento è “Donne che Corrono con i Lupi” di Clarissa Pinkola Estés, un’analista junghiana che da decenni lavora sulla simbologia delle fiabe. Negli ultimi anni ho assistito a una vera e propria demonizzazione delle fiabe. E’ interessante quello che Neil Gaiman ha scoperto partecipando alla prima convention sulla fantascienza e il fantasy tenutasi in Cina. Uno dei temi era la mancanza di creatività: dopo tanti anni di messa al bando della letteratura ‘fantastica’, si è scoperto da uno studio sui creativi californiani che un punto forte in comune era la lettura di libri di fantascienza, fantasy e fiabe. Chi non riesce a viaggiare in un mondo fantastico sembra dunque penalizzato nel mondo reale”.
Quanto c’è di influenze letterarie nei tuoi testi?
“Molta letteratura, molta poesia, molti saggi, molto cinema. Ultimamente sto cercando di scrivere da un luogo di silenzio, da un centro, da un punto di introspezione, da raggiungere per sottrazione”.

Ascoltandovi si ha la sensazione di una musica senza tempo, che si libra lontano dalle meschinità del quotidiano.
“E’ molto utile distaccarsi dall’immediato e contemplare il mondo da una stella. E’ un buon esercizio, ti fortifica. Non è facile, a volte ci si sente un po’ soli. E’ bello e altrettanto utile ritornare nel quotidiano e cercare di condividere il proprio viaggio. Per questo ci piace suonare dal vivo”

Quanto è importante la dimensione malinconica, dark nella vostra musica?
“Trovo una bellezza profonda nella musica che chiamiamo ‘malinconica’, negli accordi minori, nella dimensione notturna. Questo da sempre. Non c’è stata una scelta da fare, è venuto naturale”

She Owl è un duo, anche nella vita, e nei vostri emozionanti live si respira quanto profondo sia il vostro legame, quanto è importante questo aspetto nella creazione artistica? Come organizzate il lavoro quando create una canzone dalla scrittura alla registrazione?
“Le idee arrivano a Jolanda. Quando un’idea è abbastanza forte da venirti in mente mentre stai camminando per strada o quando lavi i piatti, quando ti perdi nel quotidiano, viene arrangiata e proposta a Demian che fa da primo ascoltatore e propone un arrangiamento. Da qui in avanti si procede per tentativi, e possono trascorrere cinque minuti, o… cinque anni! L’ultima parola spetta a Jolanda, perché è lei che deve ‘dare voce’ al testo e alle note”.

Nei vostri live c’è molta cura nella gestualità, un po’ quello che accade in alcuni video e in particolare nell’ultimo Glass, quasi a voler rendere lo spettacolo una sorta di rito, di cerimonia.
“Curiamo molto la gestualità, sia nei live che nei nostri video. Il nostro punto di partenza è Pina Bausch. Il punto di arrivo – per ora – è il video di ‘Glass’: per noi è stato molto intenso, a cavallo tra quello che siamo, che sappiamo di essere, e quello che vogliamo rappresentare. Il corpo aiuta lo spirito a risuonare o si fa da parte. Non potevamo chiedere a nessun altro di recitare in quel video, dovevamo metterci in gioco in prima persona.” 

L’ultima volta che vi ho visto dal vivo, dicembre 2016 all’ex cinema Aurora di Livorno, hai usato una loop station, prevedi nel prossimo futuro un sempre maggiore uso di apparecchi elettronici?(Jolanda) “Uso più che altro la loop station per creare dal vivo dei loop di percussioni. Non credo useremo l’elettronica per questo progetto, almeno non nel prossimo futuro”.
(Demian) “Anche il cuore ha bisogno di elettricità, ma non più del necessario”.
Che musica ascoltate durante gli spostamenti nei vostri tour?
“A dir la verità, ultimamente ascoltiamo tantissimi audiolibri. Abbiamo dischi che ascoltiamo quando ci serve energia – al mattino presto, prima di una lunga tratta o quando stiamo per arrivare dopo tante ore di viaggio – e poi i nostri classici, per evadere dal presente della coda in autostrada. The The, My Brightest Diamond, Dead Can Dance, Tim Buckley, The Cure, Jeff Buckley, Erik Satie, Hélène Grimaud, Emiliana Torrini, Fabrizio de Andrè, Low, Gus Ring, Dead Weather, Quiet Domino, Matt HopperDalva, Marissa Nadler, Agnes Obel, Tune-Yards, Miles Davis, Bat for Lashes, Bohren & Der Club of Gore, Fela Kuti. Ce ne sarebbero altri cento almeno”.

Percepite una differenza nel modo di accogliere la vostra musica fra il pubblico dei diversi paesi?
“L’acustica di una sala non è solo fisica, è anche uno stato mentale. Finora siamo stati abbastanza fortunati da avere un buon numero di persone in ascolto, sintonizzate su di noi, ovunque suoniamo. In Germania per esempio c’è un silenzio totale, sul palco si possono costruire architetture fantastiche in uno spazio enorme, si può lavorare con le dinamiche. Negli Stati Uniti ci sono occhi spalancati, partecipazione e commenti spontanei, come in una messa gospel. In Francia per ringraziarci ci hanno scritto delle poesie, in Repubblica Ceca ci hanno regalato delle calze di lana fatte a mano. Ovviamente, abbiamo anche vissuto le solite situazioni allucinanti che prima o poi tutti i musicisti incontrano. Quello che alla fine riusciamo a trovare ovunque è la voglia di vivere e di condividere un’esperienza insieme, la voglia di parlare, di comprendersi, anche solo per un momento”

Domanda finale d’obbligo: cosa riserva il prossimo futuro?
“L’8 Marzo 2019 esaudiremo uno dei nostri grandi desideri, e condivideremo il palco con Brendan Perry dei Dead Can Dance a Lipsia. Stiamo lavorando a un video nuovo, forse due. Forse tre. Non così presto entreremo in studio e ne usciremo con un disco nuovo. Continueremo con il nostro lavoro ogni giorno, in silenzio, nella penombra, sogneremo e viaggeremo tanto, ogni tanto leggeremo una fiaba, impareremo a respirare, a guardare la pioggia, a cucinare, a vivere”.

Foto Michele Faliani © tutti i diritti riservati 
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