Shawn Phillips e la trilogia ritrovata (1970-1971) – di Pietro Previti

Nel panorama della musica pop dei Sessanta appare assolutamente unico il percorso umano ed artistico del texano Shawn Phillips, classe 1943. Capelli lunghissimi e biondi, barba, molto alto, modi gentili, è un hipster che non passa di certo inosservato. Il padre è uno scrittore di racconti gialli con la fissa di cambiare sovente dimora, tanto da trasferire la famiglia a vivere a Tahiti; uno zio è un alto funzionario alla CIA forse invischiato nell’assassino di Lee Harvey Oswald, il presunto killer di John F. Kennedy a Dallas. Shawn trascorre un’infanzia non convenzionale. Inizia a suonare prestissimo la chitarra, a ventun anni è già un virtuoso delle sei e dodici corde, suona il sitar e dispone di un’estensione vocale formidabile, che in seguito verrà paragonata a quella eterea di Tim Buckley. Non ha ancora inciso album ma gode di una ristretta e qualificata notorietà come promettente folk-singer, essendosi esibito in club in compagnia di Tim Hardin e Lenny Bruce. A Saskatoon, in Canada, incontra una ragazza che lavora in un bar ma nutre ambizioni da cantautrice.
Si chiama Joni Anderson, futura Lady Canyon” Joni Mitchell, e sarà proprio Shawn a mostrarle i primi rudimenti chitarristici. In quello stesso 1964 decide di intraprendere un viaggio iniziatico per una meta lontana, l’India, che considera tra le sue fonti d’ispirazione spirituale. Ha previsto una sosta di qualche giorno a Londra, dove alcuni amici gli hanno organizzato una esibizione ad una festa privata destinata a raccogliere fondi per la prosecuzione del viaggio. Caso vuole che ad ascoltarlo vi sia anche il produttore indipendente Denis Preston. Questi ne rimane colpito, gli fa sottoscrivere un contratto con la Columbia Records che pubblicherà i suoi primi due 33 giri, “I’m a Loner” (1964) e “Shawn” (1965). Le vendite non sono particolarmente significative, anche se compaiono le sue prime canzoni autografe. Tra queste, tratta dal primo album, emerge Little Tin Soldier, di lì a breve incisa da un giovanissimo Donovan inizialmente come singolo in quello stesso fatidico 1965.
Proprio con il Menestrello di Glasgow Phillips comincia una proficua attività di accompagnatore, che lo vedrà comparire in dischi come “Fairytale” (1965), “Sunshine Superman” (1966) e “Mellow Yellow” (1967). Conosce George Harrison e diventa suo mentore nelle tecniche di approccio al sitar; questi a sua volta lo invita a partecipare ai cori di Lovely Rita dei Beatles. È il 1968 e Phillips intende continuare la carriera solista; ha già composto numerose canzoni con l’idea di pubblicare un triplo album. L’idea è quella di alternare canzoni a pezzi strumentali ed a versi recitati. Idea non nuova tutto sommato, se non fosse per la scelta di non abbracciare un genere musicale unico quanto piuttosto di approcciarne diversi, tutti distanti tra loro. Dal pop al jazz, dal folk ai raga indiani, dalla musica classica al funk e alla psichedelia, stili apparentemente incompatibili, ma che convogliano in un unico caleidoscopio di suoni e sensazioni. Phillips appare in anticipo sui tempi, pretende che i musicisti invitati a partecipare interiorizzino la sua musica.
Possono approcciarla in libertà come se partecipassero a delle jam ma devono farlo con sincerità, al termine di un percorso introspettivo. Lo scopo è amalgamare più anime, più visioni, in maniera da arrivare ad un unico flusso di coscienza. È un progetto ambizioso e complesso, nonché costoso, trattandosi di un triplo. Certamente molto distante dai primi due album, riconducibili ad una proposta di folk tradizionale. È come se si trattasse di un nuovo debutto; nessuna casa discografica se la sente di rischiare così tanto con Phillips. Shawn però non si abbatte. Tutt’altro. Comincia a comporre ed a scrivere tanto. Dispone di molto credito in ambito musicale, è benvoluto tra i musicisti. Chiama a partecipare Steve Winwood, Chris Wood e Jim Capaldi, già affermati come Traffic, Jim Cregan dei Blossom Toes, Poli Palmer dei Family e tanti altri ancora. Tra questi, all’inizio della loro carriera artistica, spiccano Paul Buckmaster e J. Peter Robinson che, da quel momento, resteranno tra i suoi collaboratori più fidati, oltre che a rientrare tra gli amici più cari di sempre.
Le cose si complicano quando gli scade il permesso di soggiorno in Inghilterra. Da un evento negativo arriva un’altra svolta di vita decisiva. Il songwriter texano si sposta inizialmente a Parigi e subito dopo in Italia, dove scopre Positano, la perla della Costiera Amalfitana. È un colpo di fulmine. Decide di trasferirsi e vivere lì, all’estrema periferia dell’industria discografica. Allestisce in casa uno studio di registrazione, continua a sperimentare, a suonare, a comporre, ad andare in giro in tour. Quando non suona si mantiene principalmente grazie alle lezioni di yoga e di immersioni subacquee. A febbraio 1969 ritorna a Londra per un breve periodo. Ha scritto le musiche per uno spettacolo tratto da “Vagina Rex and the Gas Oven“, un controverso testo che la regista Jane Arden ha in programma al Drury Lane Arts Lab di Londra. Nel frattempo giunge una buona notizia. La A&M Records, grazie ai buoni uffici del nuovo produttore Jonathan Weston e dell’editore musicale Dick James, prossimo a lanciare Elton John, si dichiara interessata a pubblicare il suo lavoro a condizione di farne tre dischi singoli in maniera da sondare il mercato con la prima uscita.
Viene così pubblicato “Contribution” (1970), long-playing che già dal titolo omaggia il ruolo dei musicisti coinvolti nel progetto. Ritornato in Inghilterra per partecipare come spettatore al Festival dell’Isola di Wight di quello stesso anno, viene invitato dagli organizzatori a esibirsi in un momento di vuoto tra le esibizioni di John Sebastian e Joni Mitchell (toh, chi si rivede). È la consacrazione definitiva. Poche settimane dopo esce “Second Contribution” e, nel 1971, “Collaboration“. Gli album godono anche di una discreta radiodiffusione. In Italia ci penserà Raffaele Cascone, conduttore della storica trasmissione di RadioRaiPer voi giovani“. Se non le conoscete, cercate di recuperare canzoni come la delicatissima e intensa L Ballad, la lunghissima Withered Roses dal complesso virtuosismo, la trascinante Screamer For Phlyses dall’andamento acido, l’energica Song for Mr. C, la magia senza tempo di Song for Sagittarians e la folk song The Ballad of Casey Deiss, dedicata allo struggente ricordo di un amico prematuramente scomparso. Chiudete poi con Steel Eyes e fatevi cullare dagli arpeggi della Gibson acustica a 12 corde e dai silenzi di Shawn. Non vi resta che chiudere gli occhi e sognare.

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