“sexual abuse“ – di Cinzia Pagliara

“Please, sit down” e mi indicò una sedia rigida, davanti alla sua scrivania. Ero pronta ad una predica sul cattivo comportamento dei miei alunni all’interno del college cattolico in quella piccola cittadina irlandese; ero pronta a scusarmi, a garantire che non si sarebbe ripetuto più, di qualunque cosa mi stesse per parlare. Il direttore del college era giovane e magro, con capelli scuri e la pelle molto chiara, l’espressione severa e rigida. Tutto sembrava rigido e severo in quel college, un tempo centro religioso, tutto sembrava costretto dentro uno schema, perfino il giardino bellissimo, dove non c’era nulla fuori posto, perfino la lunga siepe del campo sportivo che pareva non avere ondeggiamenti: era una linea retta, delimitante. Lo guardavo con soggezione e il suo sguardo non accennava al minimo sorriso di cortesia, mentre parlava di qualcosa che aveva a che fare con “sexual abuse“ e io, che mi ero distratta dietro la sua severità, ritrovai l’attenzione dovuta. “Sexual abuse”, mica uno scherzo. “Your son…” lo guardavo senza capire. Mio figlio (otto anni allora, e con disabilità certificata) che ruolo aveva? Capivo solo che non era la vittima, il che mi tranquillizzò comunque, mentre il viso del direttore si faceva sempre più rigido, più giudicante, più severo. Il mobilio scuro sembrava uscire dalle pagine di Jane Austen, o di Dickens; dalla tenda si intravedeva appena il giardino sottostante, perfettamente ordinato e immobile. Sulla parete dietro di lui, un crocifisso di legno scuro.
Via via che parlava diventava chiaro che il “sexual abuse“ erano le pacche che mio figlio aveva dato a due giovani inservienti (fastidiose e fuori luogo, ovviamente – mio figlio ha avuto una lunga scia di atteggiamenti fuori luogo – ma pur sempre le pacche di un bambino che giocava e non sapeva comunicare a parole). Come potevano due ragazze vedere “sexual abuse“… come poteva un direttore veder “sexual abuse“… lo fissavo, in silenzio. “May be you don’t understand” cominciò a scandire le parole lentamente, pensando che io non capissi, spiegandomi che era una situazione spiacevole, grave e che ne avrei dovuto rispondere. Lo interruppi, con presunzione e arroganza di mamma ferita: “I perfectly understand…”. Lo guardavo immobile come lui ma non rigida, mentre gli spiegavo che anche quello che lui stava affermando era spiacevole, e grave, e che ne avrebbe dovuto rispondere. Poi, senza aspettare oltre, mi alzai. Nessuno di noi due disse “I’m sorry”, a nessuno di noi due dispiacevano le parole che avevamo appena pronunciato. Se fosse stata la pagina di un romanzo, avrei detto che il Cristo del crocifisso mi parve più rilassato, quasi contento di vedere rotti gli schemi. Uscii con una gran voglia di trasgredire, di essere veramente meritevole di rimproveri, così calpestai un’aiuola su cui troneggiava “keep off the grass” e colsi un fiore. Poi, felicemente colpevole, tornai dai miei alunni e dal mio pericoloso “sexual abuser” che doveva fare merenda.

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Un pensiero riguardo ““sexual abuse“ – di Cinzia Pagliara

  • Aprile 26, 2017 in 8:55 am
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    Episodio triste. Ma la cosa veramente triste è che una stessa azione possa essere interpretata in modo diverso a seconda della cultura, della sensibilità, del credo ….. di chi la osserva. Al di là di tutto quello che manca è il semplice buonsenso.

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