Sex Pistols: “Never Mind The Bollocks” (1977) – di Maurizio Pupi Bracali

Verso la metà degli anni settanta del secolo scorso l’ipertrofismo musicale, soprattutto delle band di progressive rock, e le opere sbiadite e opache dei gruppi storici inglesi non più all’altezza dei capolavori del passato, e che denotavano una notevole perdita di freschezza e di ispirazione rispetto ai primi album, ebbero come causa il provocare un senso di stanchezza nel pubblico che cercò nuove emozioni in altre direzioni. I concerti jazz videro per la prima volta un pubblico giovane non più ingessato ed elitario ma formato da grandi masse variopinte e lisergiche, cosa impensabile fino a pochi anni prima. In ambito rock, contemporaneamente, si alzava il vento (bufera?) del punk rock che, inserito in un contesto fenomenologico sociale, prospettava il nichilismo anarchico delle nuove generazioni, il famoso “non m’importa”, e la voglia di spazzare via tutto il vecchiume imperante non soltanto nella musica ma anche nel costume
Pur esistendo fin dal 1975 i Sex Pistols, pilotati da un manager scaltro e accorto (leggi: furbetto) quale Malcom McLaren, diedero alle stampe “Never Mind The Bollocks” solo nel 1977, anno fatidico per il rock mondiale che non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Corredato da una copertina iconica e riconoscibilissima come poche altre nella sua indovinata sinergia tra layout e lettering, l’album può fregiarsi a pieno titolo del termine epocale. Le dodici canzoni, (ma la prima tiratura di sole mille copie, oggi ambita rarità collezionistica, ne conteneva solo undici: Submission fu inserita nelle ristampe successive), brutte, sporche e cattive, sembrano un po’ tutte uguali ma poco importa. Importa invece l’urgenza di dimostrare che si può fare musica con gli ormai famosi soli tre accordi o addirittura senza saper suonare, come dimostrerà ampiamente Sid Vicious strapazzando il suo basso quasi senza costrutto nei due soli brani in cui appare in questo disco (Bodies e Holidays In The Sun), mentre le altre canzoni vedono la presenza al basso di Glen Matlock, di Johnny Rotten alla voce, di Steve Jones alla chitarra e Paul Cook alla batteria. Importa anche far capire che in un paio di intensi minuti si può dire qualcosa di bruciante senza gigantismi e virtuosismi recuperando un’essenzialità energetica naturale accompagnata dalla forza e dall’eversività che certo rock dovrebbe sempre avere. 
La voce sguaiata, strascicata e dalla erre arrotata di Johnny Rotten (John Lydon) è tra le cose più emozionanti di quegli anni, così come la sua figura lacerata e aggrappata al microfono, coi capelli dritti dipinti di arancione e gli occhi spiritati che paventano il “no future” che esce disperato e urlato dalla sua gola. L’album scorre via veloce e per una volta non è un difetto; quattro o cinque di quelle dodici canzoni sono e resteranno degli inni memorabili… citiamo la trascinante Pretty Vacant ma non solo: God Save The Queen, Anarchy In U.K., e Holidays In The Sun sono le altre  perle di un album pietra miliare nella musica rock, un angolo di svolta, un simbolo di inversione di tendenza, una nuova invenzioneJohn Lydon, dopo lo scioglimento dei Pistols e questo praticamente unico album (il successivo “The Great Rock’n’Roll Swindle” (1980) è una colonna sonora) scriverà pagine molto più belle, interessanti e di valore e qualità infinitamente superiori con i suoi Public Image Ltd., ma certamente di inferiore importanza epocale. “Never Mind The Bollocks” è un album da far riscoprire alle giovani generazioni che credono che il punk sia quello finto, edulcorato e 
socialmente immotivato dei Green Day, degli Offspring e dei tanti come loro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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