Sex Pistols: “Anarchy in the U.K.” (1977) – di Francesco Picca

Nell’estrema periferia londinese, tra gli studi di violino e di pianoforte, si è formato il giovane Chris Thomas. Non riesco a immaginare cosa abbia potuto condizionarne le scelte musicali successive, forgiando anche la sua formidabile lungimiranza commerciale. E’ lui che nel 1973, a soli ventisei anni, cura il missaggio di “The dark side of the moon”. Lo sguardo curioso del giovane Chris continua a setacciare il panorama britannico alla ricerca di nuovi talenti e di nuove strade sonore. Il 17 ottobre del 1976, alla soglia dei trent’anni, ospita negli studi della Virgin Records una squadraccia di giovani musicisti inguainati nella pelle borchiata. Insieme al collega Bill Price lavora sulle tracce dell’album “Never mind the bollocks” che uscirà nel 1977. La voce di Johnny Rotten, sovrapponibile allo spettro sonoro di una smerigliatrice scassata, segna il passo delle incisioni. I suoi occhi sgranati conducono la band lungo i 3 minuti e 31 secondi delle schitarrate e del testo di Anarchy in the U.K.. Questo brano, insieme a Good save the Queen, rappresenta ancora oggi un indiscusso manifesto del punk, magari non in senso assoluto, ma sicuramente per quell’ambito percettivo superficiale dell’opinione pubblica che ha autonomamente colorito e colorato questi due brani, mitizzando tutto ciò che si poteva mitizzare, creando una legione di icone che ancora oggi, a distanza di quarant’anni, alimentano un immaginario diffuso e condiviso. Concordo con chi sostiene che questo album, così come gli stessi Sex Pistols, non rappresentino il miglior prodotto della musica punk: i limiti della tecnica strumentale sono infatti evidenti e i testi non appaiono omogenei per incisività ed efficacia. Resta tuttavia indiscutibile la portata fenomenologica della produzione e delle alterne vicende di una band che ha preso a sportellate la cultura musicale e, un po’ meno, quella socio-politica. La propaganda anarchica si affianca al look, provando ad autoalimentarsi e a divenire, almeno negli intenti,  un filo conduttore, un marchio identificativo. In verità la musica dei Sex Pistols, i loro atteggiamenti provocatori, lo sputare, il “pogare”, le loro pratiche nichiliste di autolesionismo, hanno ben poco da spartire con le lotte politiche e di classe che animavano il panorama europeo di allora. Era una società in crisi quella degli anni 70 che, individuato e additato il nemico del giorno, reclamava soluzioni concrete. Se c’è una band che ha incarnato questa necessità, facendosi testimone musicale con testi davvero scomodi, quelli sono i Clash: ben altra musica, ben altra storia. Non trascurabile è stato anche il contributo dei Crass e del loro anarco-punk ligio al pacifismo e ispirato da un anarchismo genuino. Tuttavia la teatralità dei Sex Pistols rappresenta ancora oggi un volano formidabile per rievocare i simbolismi e lo spirito più immediato di quel movimento… e il punk, in certo immaginario collettivo, ha dato nuova connotazione a quella tradizione musicale anarchica che sino ad allora si era espressa attraverso i canti popolari e la canzone d’autore. La controcultura della disobbedienza ha così tentato di abbandonare la metafora velata e le liriche ovattate per affidarsi ai decibel degli amplificatori. Quella stessa disobbedienza che la penna di Erich Fromm aveva trattato come un problema psicologico e morale, storicamente cristallizzato nella cultura tradizionale attraverso l’adagio “l’obbedienza è una virtù e la disobbedienza è un vizio”. Non so se, tra birra ed eroina, gli scritti del sociologo tedesco abbiano fatto capolino nei garage e nelle cantine britanniche e, prima ancora, in quelle della East Coast americana; e non so nemmeno se le sue teorie sulla disobbedienza abbiano rappresentato un fondamentale primo brogliaccio per l’anarchismo musicale contemporaneo. Sicuramente è doveroso mantenere distinti il fenomeno anarchico declinato in musica rock e punk da un lato e il pensiero filosofico e politico dall’altro. L’analisi di Fromm è netta ed impietosa: la storia dell’uomo comincia con un atto di disobbedienza che lo conduce all’indipendenza e alla libertà, e la stessa evoluzione dell’uomo è un percorso che si snoda attraverso numerosi e significativi atti di disobbedienza; però, all’orizzonte, in un futuro molto prossimo, si intravede il suicidio dell’umanità. C’è allora da capire quanto di strutturale e di strutturato ci sia nella narrazione adolescenziale di certo “essere contro” che, nel fenomeno punk, al netto di una smorfia e di un dito medio offerto alla corona di turno, lascia troppe questioni irrisolte. In soccorso della comune comprensione arriva lo stesso Fromm, distinguendo tra schiavi, rivoluzionari e ribelli: gli schiavi sanno solo obbedire; i ribelli sanno solo disobbedire, mossi da collera, disillusione, risentimento, privi di convinzioni e spogliati di ogni principio. La ribellione della prima peluria sul viso ha toccato noi tutti, chi più chi meno. Se non ci ha segnati, ci ha perlomeno sfiorati, almeno una volta, e ci ha parzialmente affascinati. Resta però deficitario il conteggio di chi e di quanti abbiano realmente contribuito al cambiamento con prese di posizione marcatamente rivoluzionarie, con atti di obbedienza esclusiva alle proprie ferree convinzioni e alla propria ragione, con la formulazione e la difesa di “no” decisi e perentori rispetto alla volontà del potere precostituito. Ed è qui il nodo, il limite individuato dallo stesso Fromm: popoliamo una società ipocrita che proclama la libertà ma, al tempo stesso, bandisce la disobbedienza. L’esempio che offre per chiarire questa teoria è fortemente simbolico e assolutamente scomodo per la coscienza dell’intera umanità contemporanea: il gerarca nazista Adolf Eichmann e l’aberrazione della sua condotta. Il carnefice si proclama innocente, come farebbe chiunque. Perché chiunque, nella sua posizione di individuo organico al sistema, avrebbe obbedito. Perché Eichmann, inquadrato, intruppato, indottrinato, ha perduto non solo la capacità di disobbedire ma anche la stessa consapevolezza di questa sua incapacità. Ma se con la mano destra Fromm ci indica la strada per affrancarci dall’ordine precostituito, la sua mano sinistra è poggiata sulla nostra spalla e, paternamente, ci fa compagnia in attesa della fine della stessa civiltà, la cui sopravvivenza è aggrappata unicamente alla capacità residuale del singolo di dubitare, di elaborare una critica e di disobbedire. La storia per lo più fallimentare dei grandi sistemi sociali organizzati ha svuotato la politica di ogni prerogativa fattuale, smascherando l’imbroglio della rappresentanza e relegando i politici alla banale funzione di certificatori degli inarrestabili e progressivi step della tecno-economia. È forse questa la fine della civiltà indicata da Fromm. Proprio per questo motivo la contestazione urlata in faccia al perbenismo abbottonato, così come la stessa forma caricaturale del ghigno beffardo di Sid Vicius mentre scorrono le parole “non so quello che voglio / ma so come ottenerlo”, non possono essere degnamente rappresentativi della fiamma anarchica. L’anarchia, come ogni declinazione estrema di un percorso sociale, paga dazio agli stereotipi… e quello che associa l’utopia anarchica al caos e al disordine è il più grossolano degli stereotipi, perché elude lo spirito radicalista e ignora quell’apertura mentale e quella massiccia dose di coraggio che necessitano all’anarchico per affrancarsi dalla fenomenologia terroristica e sovversiva. È faticoso e doloroso scavare nell’orto brullo della nostra società malandata alla ricerca di quei cadaveri sepolti dai nostri stessi limiti ideologici e umani. Pioniere, in tal senso, è stato il politico e filosofo Etienne de La Boétie che, a metà del XVI secolo, appena ventenne, elaborava il suo “Discorso sulla servitù volontaria” (1576): una lucida, dirompente e impopolare denuncia sulle derive tiranniche delle democrazie moderne in cui si evidenzia come l’uomo sia l’unico animale che tende a soggiogarsi da solo accordando ai tiranni quella forza che in realtà non hanno. Se il punk ha un limite è sicuramente quello di non essersi mai schiodato da un ambito di subcultura, di non aver approfondito le tematiche, di aver solo graffitato slogan ed anatemi, di aver titolato un fenomeno senza svilupparlo, senza applicarlo alla società e senza nemmeno contare sull’appoggio di quest’ultima che, omologata e sonnacchiosa, non è stata mai ritenuta degna di ricevere un appello. Indegni erano i padri operai e indegne erano le madri timorate di dio, non dissimili dalla “Queen”. Il punk ha soltanto scimmiottato la “rivoluzione” e si è fermato al piano sottostante, quello della ribellione. Accantonando il punk e le sue molteplici declinazioni, diventa arduo sintetizzare la storia dell’anarchismo, inclusa la componente musicale e la sua lunga tradizione. Un esercizio utile sarebbe quello di abbandonare una volta per tutte la sponda ludica e adolescenziale stimmatizzata nei poster, nelle magliette e nelle linguacce. E sarebbe utile anche non cedere al fascino di una idea di anarchismo asettica, acritica, oltranzista, magari anche un po’ cialtronesca, sguainata e brandita come una lama di luce, colpevolmente lontana dai suoi reali fondamenti ideologici e storici. La nostra politica paga un dazio pressoché quotidiano alla “non cultura” e alla “non conoscenza”. Il consenso si muove a ondate e lavora di pancia. Si nutre di slogan e di falsi miti, di eroi estemporanei, di leader sfuggenti e poco coraggiosi. Sorge il dubbio che nessuno di noi, in realtà, possa fare a meno della gerarchia e del potere. Forse sarebbe utile, per noi tutti, cominciare a coltivare una cultura dell’approccio morbido, dell’avvicinamento lento. Sarebbe meritorio applicare consapevolmente questo metodo a tutte le nostre attività: allo studio, allo scambio culturale, alla condivisione civica. Nel caso del movimentismo anarchico, sarebbe riduttivo e ingeneroso riassumere in poche righe il suo lunghissimo ed articolato percorso. Limitandoci alla storia nostrana e partendo proprio da essa potremmo, però, leggere il discorso di Sante Caserio pronunciato di fronte al tribunale francese che, nel 1894, stava per condannarlo alla ghigliottina per aver ucciso il presidente francese Marie François Sadi Carnot. Un discorso lucido e appassionato che parte da una critica feroce ad una società disorganizzata che genera soltanto miseria e poi prosegue con affilate accuse sia all’aristocrazia nullafacente e sia alla nascente borghesia, denunciando le disuguaglianze e il loro brutale ed inarrestabile incedere, per finire con una strenue difesa del proletariato rurale. E poi potremmo ascoltare le parole di Pietro Gori, scritte e musicate qualche anno dopo in memoria dello stesso Caserio, con il testo che riprende alcuni passaggi del suo discorso: “nostra patria è il mondo intero / nostra legge è la libertà”. Versi dirompenti, universali, oltremodo acuti e scomodi rispetto alle cronache di questi giorni, rispetto alla dolorosa presa d’atto di un progresso che tale forse non è, di una umanità monca, incompleta, in piena crisi e in fase regressiva, che un po’ meschinamente celebra la memoria senza tuttavia esercitarla.

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