Otto anni fa… l’inferno – di Ginevra Ianni

Sei aprile 2009 ore tre e trentadue la terra trema sotto le teste delle persone addormentate e all’improvviso si spalancano le porte dell’inferno che ingoia trecentonove innocenti: giovani, vecchi, uomini, donne incinte e bambini che precipitano nella bocca dell’orrore portando stretto al cuore i loro sogni candidi destinati ad essere eterni… poi il rumore mostruoso del sisma finisce, le fauci insanguinate si richiudono e di inferno ne comincia un altro. Al buio totale e al freddo  comincia l’inferno dei sopravvissuti che hanno visto l’orrore e all’improvviso non hanno più niente tranne il pigiama che avevano addosso quando sono scappati, tranne la paura e la disperazione, persi nel vuoto e lo sgomento, storditi dal rumore mostruoso e ruggente che saliva dal centro della terra per divorare tutto.
Da quel preciso momento è finito l’inferno dei morti ed è cominciato quello dei vivi che nell’oscurità, dopo essere stati scacciati dal tepore dei loro letti, vagavano senza senso come spettri  e continuavano ad abbracciarsi per strada urlando ad ogni nuova scossa, inermi, al freddo, nudi, al buio.
I superstiti da quel momento sono stati condannati a vivere con il peso di trecentonove fratelli morti nel cuore, con il senso di colpa per essere sopravvissuti ad un destino crudele ed insensato che quella notte ha deciso chi doveva vivere e chi doveva morire. 
L’inferno è cominciato così per chi si è salvato, costringendolo ad ingegnarsi subito a trovare l’acqua per bere, dove e come lavarsi, dove trovare cibo e dove cucinarlo, dove trovare riparo al freddo feroce dell’oscurità.
L’inferno è cominciato con trecentonove bare in fila, piccole e grandi, che per contenerle tutte c’è voluta la piazza d’armi di una caserma. L’inferno è stata la diaspora che ha sparso tutti gli aquilani per il mondo come chicchi di grano buttati a caso dalla mano indifferente del fato, destinati ad abbracciarsi e ritrovarsi fratelli in mezzo a persone che parlavano un altro dialetto, occhi comprensivi e braccia aperte ma che non riuscivano a capire il buco nero dentro il cuore di chi è sopravvissuto a quella notte. L’inferno è stato non sapere cosa fare, con questa esistenza inutile in un tempo vuoto e dilatato che non passava mai. Il terremoto non è durato ventitré interminabili secondi, il terremoto dura da sette lunghi incomprensibili anni in cui ognuno ha vissuto un’esistenza a testa in giù, dove il giusto è sbagliato e l’assurdo è logico, dove ad ognuno è stato concesso di capire che la vita era comunque finita per tutti quella notte, vivi e morti,  e che il domani sarebbe arrivato solo perché il sole si sarebbe alzato comunque e di nuovo ma sulla polvere, sul dolore e sulle rovine di una vita sfarinata e dissolta per sempre.
E’ scomparsa una città intera, da sette lunghi anni non esiste più, è cambiata la vita della sua gente, sono cambiate le persone che comunque portano sulla pelle e sul cuore il marchio feroce e indelebile del sopravvissuto, il peso insopportabile del ricordo della visione dell’inferno. Troppa morte, troppo orrore.
C’è chi non ce l’ha fatta, non ha retto allo sfacelo, soprattutto gli anziani, e si è addormentato una notte nelle tende dei ricoveri, in mezzo alle file degli altri lettini occupati e non si è svegliato più. C’è chi era malato, ha deciso che non valeva più la pena lottare e, come una nave che lascia il porto, ha sciolto gli ormeggi verso un altro orizzonte. Ci sono stati funerali celebrati per strada, sotto la pioggia battente e nessun prete per la funzione, disperso chissà dove nel marasma generale, irreperibile, se sopravvissuto.
Da quella notte L’Aquila è diventata la prima città in Italia nel consumo di psicofarmaci.
E’ un dato, un segnale… è aumentato il consumo di alcool e droga, normale, quasi fisiologico: si esce la sera per incontrare qualcuno e si cerca di tornare in centro storico, lungo il percorso obbligato dell’asse centrale del corso cittadino, l’unico illuminato mentre a destra e sinistra si aprono inquietanti gli scuri budelli di quelli che prima erano vicoletti colorati e pullulanti di gente. Lì hanno riaperto solo bar e locali, non c’è niente altro da fare che camminare, bere, stordirsi e se si vuole anche drogarsi, perché da quei vicoletti bui esce anche quella roba adesso. L’Aquila è una tra le prime città  a livello nazionale nell’uso e abuso di slot machine. 
Da sette anni non ci sono più gli amici, i posti in centro dove ritrovarsi a chiacchierare, la casa accogliente di luci la sera, l’odore diverso delle sua stanze, l’angolo preferito dove rintanarsi, la nicchia nello stipo dove si nascondevano i cioccolatini per andare a rubacchiarli di nascosto, le abitudini quotidiane che incollate una dopo l’altra fanno la storia di una vita, di un essere umano. Non c’è più niente e sui ricordi coperti dalla macerie nasce assurda nuova erba selvatica, indisturbata, indifferente alle urla rimaste imprigionate tra i cumuli di pietre, di chi è morto e di chi è scappato quella notte.
Dopo quella orribile notte e per sette lunghissimi, interminabili anni tutto deve essere ricominciato, ridisegnato, riscritto, ridesiderato, risognato. Ma dietro tutti questi -ri- si nasconde un dolore di vivere che prima non c’era, un’amarezza inconsolabile che cambia il sapore di tutte le cose, che spegne tutti i colori che sono arrivati dopo. 06.04.2009 è la data di morte sulla tomba di ognuno di noi, che abbiamo chiuso gli occhi al sonno quella notte e li abbiamo riaperti senza poterli più chiudere dopo la visione dell’inferno su una vita assurda che non abbiamo cercato.

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