Sergius Golowin: “Lord Krishna von Goloka” (1973) – di Gianluca Chiovelli

Eroe della controcultura svizzera (studioso delle culture marginali, fra cui quella zingara, nonché di folclore ed esoterismo, protettore di Timothy Leary e tanta altro ancora, Sergius Golowin (19302006), prima che musicista, fu un colto cosmopolita in cui confluivano, in virtù della propria infanzia avventurosa e delle proprie ascendenze di sangue, le più varie suggestioni della cultura europea. Nato a Praga da genitori russi e svizzeri (lo scultore Alexander Golowin e la poetessa Alla von Steiger), a pochi anni d’età riparò assieme alla madre a Berna, separandosi dal padre, stabilitosi a Parigi. Tali vicissitudini lo accostano bizzarramente alla figura centrale dell’induismo, Krishna, che fu partorito segretamente (e nascosto al padre), vagò ramingo (si rifugiò a Goloka), ma visse serenamente, in una comunità di giovani pastori, l’amore per Radha (Golowin visse sulle Alpi svizzere con tre mogli, in una placida indifferenza fra anarchismo, socialismo e libertarismo bucolico). Non è, quindi, da scartare, da parte di Golowin, la voluta identificazione, dai ricaschi autobiografici, con la deità Krishna-Visnu. “Lord Krishna von Goloka” (1973) rientra in una trilogia produttiva (ordita da Rolf Ulrich Kaiser) che comprende “7up” (Ash Ra Tempel e Timothy Leary) e “Tarot” di Walter Wegmüller, di poco precedente e di cui condivide parte della formazione. Il disco è articolato in lunghi brani, Der Reigen (16’57’’), Der Weisse Alm (6’09’’) e Die Hoch-Zeit (19’38’’) accompagnati dai recitativi di Golowin. Diversamente da “Tarot”, “Lord Krishna von Goloka” tralascia i toni più scoperti da Kosmische Courier (anche se, a tratti, l’organo di Klaus Schulze riporta la rotta musicale da quelle parti): le composizioni sono strutturate in lentissime distese sonore, sottolineate da flauto, tastiere e chitarre acustiche, e somigliano a pacate e fluviali meditazioni. Ogni pezzo si prende tutto il tempo disponibile: non esistono qui forzature, non v’è l’urgenza, dettata dalla moda, di assecondare i gusti più triti del pubblico; mancano gli effetti più banali, la strofa ammiccante. Può intuirsi che la musica germanica, in quel decennio mirabolante, scaturisse da una salda filosofia, teorica e di vita, nata dall’impasto fra la politica libertaria dei Settanta (influssi orientali inclusi) e un secolare retaggio culturale amante dei chiaroscuri, di passioni assieme ardenti e trattenute, e di ineffabili nostalgie (nostalgie per qualcosa di cui si stenta a comprendere la causa); un’attitudine gravida di quell’anelito alla totalità e di quel disprezzo dei compromessi già identificati dallo storico Tacito nel capolavoro “Germania”. “Lord Krishna von Goloka”, sotto le mentite spoglie d’una saga orientale, si dimostra l’ennesima concrezione sonora dell’anima di un popolo.

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