Sergio Leone: “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966) – di Benedetta Servilii

Ciao amico mio, l’emozione di ricevere le tue lettere ha il sapore dei ricordi degli anni in cui la nostra corrispondenza è iniziata. Eravamo poco più che bambini e il pensiero del tuo trasferimento in un’altra città ci sembrava davvero la fine del mondo.  E invece eccoci qua, a tener viva una tradizione che continua a farci sentire vivi e ancora vicini nonostante il tempo e i chilometri. Avrai intuito che oggi mi sento particolarmente nostalgica, sarà che compio 35 anni e le immagini convenzionali di una 35enne non corrispondono affatto a quella che sono io. E’ vero, questa non è una novità … forse siamo stati sempre così, felicemente non al passo con i tempi. Quando eravamo piccoli, i bambini si dividevano in due categorie: quelli che guardavano solo cartoni animati e quelli come noi che erano ipnotizzati dai western, dai paesaggi deserti, dalle vallate, dalle pistole e dai duelli. Quante volte abbiamo visto “Il buono, il brutto e il cattivo”? Era il nostro preferito, ricordi? Eravamo inconsapevoli della genialità di un regista come Sergio Leone e del connubio perfetto con la grandezza della colonna sonora di Ennio Morricone. I ricordi non riescono a scindere immagini e musica, la memoria non riconosce le une senza l’altra ed è una sensazione bellissima. La vista di ogni scena, di ogni fotogramma non avrebbe avuto la stessa bellezza se non fosse stata accompagnata da quella musica. E poi c’erano le sfumature, quelle di cui ci siamo sempre nutriti, come la scelta che ogni personaggio avesse il suo tema musicale e il suo strumento sulla base di un’unica melodia: il flauto soprano per il Biondo, la voce umana per Tuco e l’arghilofono per Sentenza. Ascoltando solo la musica avremmo potuto raccontare il film ad occhi chiusi. Tutto ci lasciava la costante sensazione che ci fosse un filo rosso che li legasse inevitabilmente tra loro e che ognuno non avrebbe potuto fare a meno dell’altro, una sensazione che mi porto dentro da allora, che ho interpretato da grande, oltre la trama, i dialoghi e le pistole. I nostri genitori ci guardavano divertiti e soddisfatti, consapevoli che tante cose non potevamo comprenderle, eppure a noi sembrava già tutto perfetto così… ah, che belli gli occhi vergini dei bambini! Amavo Tuco, non riuscivo a capire come lo avessero scelto per il ruolo del brutto, io lo trovavo anche carino. Eli Wallach aveva il fascino dell’istinto e dell’ironia, di chi si mette nei guai ma sa che, in qualche modo, ne uscirà. Ti ricorda qualcuno? Iniziavo a ridere dall’elenco dei reati mentre lui si proclamava ostinatamente “un pover’uomo che non ha fatto mai male a nessuno” e io gli credevo. Ero dalla sua parte insieme ad un laconico ma sempre presente Biondo, dopo l’incontro con suo fratello al convento… una scena che mi ha sempre ricordato il senso profondo dell’amicizia: un amico è quello che fa finta di credere che stai bene e rimane lì al tuo fianco, magari lasciandoti un po’ del suo sigaro per alleggerirti l’animo: Tieni questo, fuma, ti aiuterà a digerire”.  Quante volte lo hai fatto per me? Sono stata sempre un osso duro, sempre con la filosofia del “chi mi frega e poi non mi ammazza non ha capito niente…”, un lusso che ho potuto concedermi solo perché sapevo che tu ci saresti stato, sempre e comunque, facendo in modo che qualsiasi corda non mi stringesse troppo il collo. Per questo, non ti ringrazierò mai abbastanza. Il personaggio del buono, in fondo, aveva un po’ il ruolo dell’angelo custode e Clint Eastwood era semplicemente perfetto nei suoi panni: un cacciatore di taglie senza nome, impenetrabile, imperturbabile, cinico ed essenziale, taciturno e ironico, l’uomo giusto al momento giusto. Adoravo la cura dei dettagli… quella lenta e calma camminata, il sigaro sempre in bocca e quello strano modo di poggiare il fucile sul braccio sinistro prima di sparare lo rendevano una figura quasi ultraterrena che così com’era apparsa, sarebbe nuovamente svanita lasciando l’incognita di una futura meta o di un’altra possibile storia. E poi c’era lui, Sentenza, il personaggio preferito di tuo padre. Ricordo che mi piaceva molto la prima scena in cui appare: il bambino al pozzo con il mulo e lui che arriva a cavallo, con elegante andatura sulle note di una dolce melodia, si guarda intorno e poi si volta in un meraviglioso primo piano che riesce a racchiudere in pochi secondi tutta la potenza delle sue caratteristiche. L’ espressione cupa, pensierosa, gli occhi socchiusi dal colore diverso hanno reso Lee Van Cleef lo stereotipo ideale del cattivo. Sentenza sembrava un deus ex machina che lavora nell’ombra, quell’alone di negatività che ha vita propria e che ha il potere di farsi vivo sulla strada di Tuco e il Biondo in momenti strategicamente rilevanti. In fondo, è così anche nella vita fuori dallo schermo, lo sappiamo bene che prima o poi bisogna scontrarcisi, anche se certe forze sembrano camminarci sempre un passo avanti ed avere costantemente un vantaggio. Ma la resa dei conti, alla fine, arriva… e la differenza possiamo farla solo noi. Il celeberrimo Triello a Sad Hill mi ha sempre fatto pensare a questo.  Quel climax di tensione e batticuore che inizia con la corsa di Tuco tra le tombe sulle note dell’Ectasy dell’oro, culminano, infatti, con i sette minuti più belli della storia del cinema. Sette minuti senza alcun dialogo, con una musica che arriva dritta al cuore e lascia eloquentemente parlare solo gli sguardi. Quei sette infiniti minuti sembrano dare il tempo agli occhi dello spettatore di cambiare prospettiva e rivolgerla verso se stesso. Come disse lo stesso Sergio Leone, parlando dei tre protagonisti, “Io sono fatto di tutti e tre”… l’effetto, per me, è stato sempre questo. Una profonda sensazione di smarrimento, nella consapevolezza di non riuscire a capire da che parte stare, perché non ho mai percepito nessuno dei tre così distante da me. Da bambini non riuscivamo a stare fermi e ci inginocchiavamo in terra davanti alla televisione, come se dovessimo far parte anche noi di quel cerchio perfetto… era la vittoria del bene sul male. Ho continuato a guardare quella scena milioni di volte, soprattutto nei momenti confusi, la tensione che  provavo da piccola si è trasformata negli anni in concentrazione e ripeto la frase del saggio Biondo come un mantra ad ogni bivio che incontro: “Il mondo si divide in due categorie: c’è chi ha la pistola carica e chi scava”. Ho capito che per molti scavare è una strada rassicurante, anche quando si hanno armi e munizioni a disposizione. Noi ci siamo sempre ricordati a vicenda di parlare poco, pulire e caricare le armi la sera prima di qualsiasi duello perché, in fondo, “quando si spara si spara, non si parla”. Lo faccio anche stavolta perché so che questo non è un buon periodo. “Ogni pistola ha la sua voce” e io voglio tornare a sentire il suono della tua.

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