Sergio Endrigo: “La Casa” (1969) – di Lorenzo Scala

Il corpo nudo tra le foglie sembrava tutt’uno con il terriccio, la pelle color mogano della donna andava a confondersi con le sfumature delle foglie autunnali, sfumature marroni, arancioni, bordeaux e giallo marcescente. Nell’istante in cui Mirko scorse la donna, presumibilmente svenuta (nella migliore delle ipotesi) era ormai in viaggio da sette mesi, da quando Piccola Gemma, il suo villaggio sul versante est del piccolo lago salino alle porte della grande vallata, fu annientato da un mandria di cani sciolti, per lo più predoni mutanti alla deriva, in cerca di viandanti o piccoli villaggi isolati con cui banchettare. Tra le storie e le leggende che venivano tramandate oralmente nei grandi falò della domenica, spesso fiabe nere e cruente per esorcizzare la precarietà del loro presente, ce n’era qualcuna in cui si evinceva con un certa inquietudine che questi predoni, probabilmente, fossero anche cannibali e dediti all’incesto. Il giorno in cui il suo mondo venne rigirato come un calzino e gettato nel fuoco, Mirko fece una cosa semplice: scappò senza voltarsi indietro cercando, senza riuscirci, di non ascoltare le urla caotiche e gelide degli abitanti di Piccola Gemma mentre venivano sbattuti dalle armi rudimentali, spesso mazze ferrate, dei mutanti, come gattini chiusi in un sacco e lanciati contro un muro.
Da quel giorno il suo peregrinare non è stato scandito solamente dalle intemperie e dalle stagioni, ma ad accompagnare ogni passo, corrodendolo dentro, era inevitabilmente il senso di colpa, granitico e ineluttabile come una piccola morte nel cuore. Fu così che il suo vagare divenne una redenzione ipnotica sempre lontana dallo sbocciare. Almeno fino a quel pomeriggio autunnale, quando un corpo inerme, muto e statico mescolava le sue forme con quelle del suolo boschivo. Mirko si chinò su di lei e cominciò, delicatamente, a toglierle le foglie dal viso. La donna aveva la piccola curva del naso breve e sottile, labbra carnose e cineree, lineamenti morbidi, una fronte levigata e modesta, folti capelli neri e scompigliati come tenebre danzanti. Sia la terra che l’aria, in quell’anfratto ombroso, erano impregnate di umidità, così la prese in braccio lasciando cadere le foglie che la ricoprivano e lasciando emergere tutta la sua nudità, dopodiché l’adagiò nuovamente al suolo, qualche metro più avanti, in un punto in cui filtrava pallido il sole. La donna respirava a fatica ma sembravano più che altro i suoi ultimi respiri.
Mirko prese a darle dei piccoli colpetti sul viso con il palmo della mano, lentamente la donna sollevò a fatica le palpebre e lasciò fluire flebile un soffio di voce: “Padre… i miei giorni sono andati”. Ormai il sospetto divenne conferma, quelli erano i suoi ultimi istanti. Mirko le prese la mano, pervaso da un misto di tenerezza e fatalismo, avvicinò la bocca al suo orecchio sinistro e sussurrò: “Tranquilla, piccola, stai tranquilla”. “Padre…”, continuò la ragazza dai capelli corvini e i minuti agli sgoccioli, “cantami una canzone, una canzone che non sia troppo triste, una canzone per il viaggio verso gli astri, padre mio…”. Il ragazzo orfano rimase sorpreso dagli arabeschi del destino: proprio a lui un’ignota creatura dei boschi morente chiedeva un canzone! Proprio a lui, nipote dello stregone di Piccola Gemma, lo stregone in grado di esplorare mondi ignoti di altre realtà, tramite portali scaturiti dal potere della sua mente speciale. Quando era piccolo amava ascoltare le storie di suo nonno, detto Caronte Boccalarga. Amava sentirlo raccontare di mondi alieni e delle usanze e stramberie che vi abitavano.
Una sera gli cantò una canzone imparata sul pianeta terra, scritta da un uomo chiamato Sergio Endrigo. Mirko aveva ascoltato molte canzoni dalla bocca di suo nonno ma questa era semplice, simile a una filastrocca, così gli rimase impressa facilmente. Mirko si schiarì la voce e cominciò a cantare con voce tremante, gli specchi degli occhi appannati da un sottilissimo velo liquido: “Era una casa, molto carina, senza soffitto, senza cucina, non si poteva entrarci dentro, perché non c’era il pavimento. Ma era bella, bella davvero, in via dei Matti numero zero”. La donna del bosco, misteriosamente e mortalmente ferita, sorrise e guardano il cielo tra i rami, educatamente e senza troppe cerimonie, spirò. Mirko pianse e in qualche strano modo celebrò un’epifania, perché le sue lacrime non erano solo per la donna che era stata e non sarà più, pianse invece tutte le lacrime dei mondi, per il suo villaggio e per tutte le vittime calpestate dalla violenza dei mostri, ovunque presenti e ovunque spietati.

Era una casa molto carina / Senza soffitto, senza cucina
Non si poteva entrarci dentro / Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto / In quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare pipì / Perché non c’era vasino lì
Ma era bella, bella davvero / In via dei matti numero zero
Ma era bella, bella davvero / In via dei matti numero zero
Era una casa molto carina / (Senza soffitto, senza cucina)
Non si poteva entrarci dentro / (Perché non c’era il pavimento)
Ma era bella, bella davvero / (In via dei matti numero zero)
Ma era bella, bella davvero / In via dei matti numero zero
Era una casa molto carina / Senza soffitto, senza cucina
Non si poteva entrarci dentro / Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto / In quella casa non c’era il tetto
Non si poteva far la pipì / Perché non c’era un vasino lì
Ma era bella, bella davvero / In via dei matti numero zero
Ma era bella, bella davvero / In via dei matti numero zero.
(Vinicius De Moraes / Sergio Bardotti©)


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