Sergio Beercock: “Wollow” (800A Records 2017) – di Nicola Chiello

Il nostro obiettivo da ascoltatori incalliti di musica come arte (e in quanto tale, per fortuna, varia) è da molto tempo quello di trovare un equilibrio utopico tra melodia e parola e, avendo in quest’ultimo periodo ascoltato prevalentemente musica punk, quest’equilibrio ci è venuto un po’ a mancare. Niente paura, alla parola “Punk” basta cambiare una lettera e aggiungere il nome di un bluesman americano (strano che nella buona musica ci sia sempre di mezzo il blues no?) e il gioco è fatto. Nonostante però l’ultima frase verrà presa come un oltraggio da qualche lettore dell’era punk (ci viene in mente l’immagine in bianco e nero di Steve Jones con la famigerata maglietta “I hate Pink Floyd”), bisogna ammettere che loro questo equilibrio l’avevano egregiamente raggiunto, come nel capolavoro “Dark side of the moon”. In questo articolo però non vi vogliamo parlare né dei Sex Pistols né dei Pink Floyd ma di Sergio Beercock, un artista che armato solo di chitarra, voce e loop station e a soli 24 anni, ha raggiunto quell’equilibrio, in modo diverso e aggiungendo l’affascinante esperienza del TeatroSe sui due piatti di una bilancia magica ci fossero i Pink Floyd e Sergio, i primi sarebbero i chili d’oro di uno splendido lingotto; l’altro, invece, chili di piume, così tante e leggere che ci si potrebbe costruire delle ali come Icaro e Dedalo ma, attenzione a non volare troppo vicini al sole… Di questo parla il nuovo pezzo di Sergio Beercock non ancora inciso… The Thunder And The MothsCi spiega il Nostro durante la sua prima data a Torino lo scorso 19 giugno al Birrificio delle Officine Ferroviarie: “E’ una canzone che ho scritto per rispondere alla domanda: perché scrivo?”. Un fulmine squarcia l’oscurità, un gruppo di falene attratte dalla luce lo abbracciano e sanno che moriranno… “Ma c’è luce, ed è questo l’importante” canta in inglese Sergio, con i lampi dei fulmini negli occhi. Un inglese perfetto, essendo lui per metà britannico e per l’altra siculo: uno strano e simpatico incrocio il suo. Nato e cresciuto in due isole diverse, la musica di Sergio Beercock ci fa sentire appunto come se fossimo su un’isola, col solo suono delle onde che ci culla e oscilla. Parla infatti di oscillazioni il suo album d’esordio “Wollow” (2017). Lo stesso titolo è un’oscillazione, un palindromo, una parola inventata e pensata proprio per la musica dell’incisione. Album che sulle sue sonorità psichedeliche ci fa viaggiare da un’isola a una collina, dove siamo nudi, in contemplazione e ascolto, come nella canzone Naked. Il viaggio continua fino ad un faro che gira e rigira, come l’ipnotico loop di chitarra di Lighthouse. Segue il singolo Battle For Attention, che a un primo ascolto parla della sua vita fra famiglia e amici, ma mettendola sotto un punto di vista più ampio, la “battle for attention” è fra lui e i suoi migliaia di colleghi cantautori. Battaglia che merita di vincere e che per nostra gioia sta vincendo, visto il successo inaspettato che sta avendo in Europa, anche grazie al suo talento nel songwriting, che ci conferma nel primo pezzo del disco, Reason, la cui piacevolissima melodia di chitarra e voce rimane subito in testa. Nel sesto brano cogliamo l’amore di Beercock per la tradizione letteraria britannica: Century è un’antica storia di guerra e amore riadattata al nostro secolo, anche se la musica e la letteratura tradizionale è evocata nella chitarra di quasi tutti i brani, contaminata dalla sua voce quasi soul e da quelli che sono i suoi gusti musicali (rock, blues ecc.). Dalla tradizione e dalla Storia Sergio non estrapola solo storie ma anche un personaggio, il suo personaggio, il giullare… e qui il Teatro la fa da padrone. Primo pezzo in scaletta nel live di Torino, penultimo per ordine ma non per importanza nell’album, Jester  (giullare, appunto) è una folle scena teatrale (soprattutto dal vivo) che diventa poi chiassosa improvvisazione e virtuosismo con gli assoli di voce da pelle d’oca di Sergio. Infine dopo l’orgia di suoni prodotta dalla loop station, Silencio, l’ultima traccia, stavolta in lingua spagnola. Si tratta di una poesia, anzi di una serie di haiku e, come suggerisce il titolo, le parole non sono accompagnate da alcuno strumento, situazione che ci permette discoprire meglio la profondità sorprendente della voce di Sergio Beercock. Queste le perle di “Wollow”, un’incisione che è una perla anch’essa nella sua complessità e cura. Non è finita qui: l’album contiene altre quattro tracce di cui vi consigliamo vivamente l’ascolto, ne vale la pena.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *