“Seppelliamo l’Hippie!” – di Maurizio Fierro

Accadde, infine, e così doveva accadere, suppongo. Un funerale, una marcia funebre in piena regola che celebrava la morte dell’hippie, con un attore adagiato in una bara agghindata di fiori, a recitare la parte del cadavere. Il corteo partì da Haight Ashbury e arrivò al Buena Vista Park. Era il 6 ottobre del 1967. L’hippie era morto, evviva l’hippie. Sì, perché poi quell’ultimo atto simbolico compiuto dai Diggers, una delle comunità più rappresentative di San Francisco, era un invito a rinascere per non morire ingabbiati. Dalle ceneri dei “figli devoti creati dai Mass Media” sarebbero risorti degli uomini consapevoli della propria libertà, pronti a uscire dal perverso cerchio magico che li costringeva a essere quasi una sineddoche dello star system. Si ispiravano agli omonimi contestatori inglesi vissuti nel XV secolo, i Diggers. Intorno al 1650 un gruppo di agricoltori esponenti del protestantesimo più radicale abolirono il concetto di proprietà privata e quello di compravendita, organizzandosi in tante piccole comunità agricole coordinate fra di loro e anticipando, nella prassi, il comunismo anarchico che sarebbe stato teorizzato dal principe russo Pietro Kropotkin. Trecento anni dopo, lo spirito dei predecessori britannici fu recuperato a San Francisco, dove moderni Diggers crearono attività ispirate al concetto di free city. Cibo gratuito al Golden Gate Park e prodotti di vario tipo distribuiti per chi ne aveva necessità nei free store. Anche l’arte divulgativa faceva parte di questa sorta di paniere ponderato alternativo. Free theatre, quindi, con i Diggers a esibirsi nei parchi cittadini mettendo in scena rappresentazioni dissacranti invise alle autorità. Al pari della Mime Troupe dell’attore Ronald Davies, celebre per le rappresentazioni del “Candelaio”, l’opera scritta da Giordano Bruno nel 1582. Poi quel 6 ottobre 1967 l’hippie morì, lo Zeitgeist mutò, e anche l’insegna dello Psichedelic Shop, uno dei luoghi simbolo di quella stagione, fu seppellita. I fratelli Thelin avrebbero considerato infatti chiusa l’esperienza del loro negozio alternativo – luogo di aggregazione per tutta la comunità di Haight Ashbury, con tanto di spazio riservato alla meditazione e dove campeggiava una lavagna su cui tutti potevano scrivere annunci, messaggi e comunicazioni. Fu un “tana libera tutti”, quello proclamato dai Diggers, che si diffuse come un tam tam nella Bay area. Oggi si parlerebbe di influencer da social media. La Family Dog non avrebbe più organizzato le sue storiche serate dance a tema, e il Fillmore Auditorium di Bill Graham avrebbe terminato di organizzare eventi musicali di beneficenza. Anche Michael Bowen, icona della controcultura e fondatore del “San Francisco Oracle”, avrebbe salutato tutti e sarebbe scappato in Messico. San Francisco, la capitale del pensiero alternativo di scrittori e poeti come Richard Brautigan, Allen Ginsberg, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti; di comici come Dick Gregory e di artisti come Jerry Rubin, con i suoi motivi paisley a tinte fluo, si sarebbe allora svegliata dal Californian dream, iniziato ufficialmente a mezzogiorno di sabato 14 gennaio 1967 al Golden Gate Park quando, davanti a trentamila partecipanti, dopo aver intonato un lungo mantra, Allen Ginsberg urlò “siamo tutti una cosa sola”. Poi, l’eccentrico professore di Harward, Timothy Leary, esortò alla realizzazione di se stessi mediante una rinnovata consapevolezza interiore invocando il suo Turn on, Tune it, Drop out e, a turno, i poeti della beat generation presero la parola assistiti dal maestro Zen Suzuki Roshi. Fu un memorabile evento liberatorio che, fra marijuana, cori inneggianti “Hare Krishna”, gadget psichedelici e freaks, ebbe come sottofondo le note dei vari Jefferson Airplane, Quicksilver Messanger Service, Grateful Dead, Big Brother and the Holding Company, Great Society e Mystery Trend. Per quel pomeriggio, anche i terribili Hell’s Angels si trasformarono in angeli dall’aspetto gentile, e l’aquila rampante cedette il passo alla scritta Pow Wow, la festa che celebra la spiritualità dei nativi pellerossa del Nord America. In ricordo di quella storica giornata i Jefferson Airplane composero Saturday Afternoon. Nel successivo mese di maggio l’hit San Francisco: be sure to wear flowers in your hair, scritta da John Phillips dei Mamas & Papas e cantata da Scott McKenzie, avrebbe preannunciato il prestigioso prologo alla Summer of Love: Il Monterey International Pop Festival. La stagione ecumenica del Peace&Love era iniziata. Jerry Garcia e Country Joe McDonald, i radical di Berkeley e il Flower power, Allen Cohen e Jack Kerouac, Ken Kesey, Neal Cassidy e i loro allegri burloni, i Merry Prankster, in bilico fra situazionismo e follia creativa. All in. Tutto in una stagione. West is the best cantava Jim Morrison… ma forse non poteva essere altrimenti, visto che in quell’estate l’unica congiunzione Urano-Plutone del XX secolo raggiunse il suo apice. Nel suo “Cosmo e Psiche” Richard Tarnas scrive che la libertà e il cambiamento associati al pianeta “prometeico” Urano, incontrando l’evoluzione e l’eros che caratterizzano Plutone, hanno fanno sì che gli anni Sessanta del Ventesimo secolo rappresentassero un ideale proseguimento di precedenti ère di progresso dell’umanità, dalla Rivoluzione francese ai motti rivoluzionari del 1848, altri esempi di allineamenti Urano-Plutone avvenuti nel passato. Robespierre e Saint-Just come Jimi Hendrix e Jim Morrison. La rivoluzione attraverso la manifestazione dei soppressi, e i pianeti nella Dodicesima casa astrologica a simboleggiare l’esplosione della controcultura nella poesia, nell’arte, nelle filosofie orientali e nella musica; la contestazione dei valori del consumismo, e gli aneliti egalitari… ma non solo: anche la congiunzione Venere-Giove nel segno di fuoco del Leone simboleggiata dall’utopia di Light My Fire dei Doors, e la Luna in congiunzione con Urano, Plutone e Nettuno, a esprimere la ricerca interiore sublimata in una sorta di misticismo indotto dalle droghe psichedeliche. Già, la psichedelica, termine che deriva dal greco antico e può tradursi in “anima pura”. Fu lo psichiatra Humphrey Osmond a coniarlo per primo negli anni Cinquanta, dopo che il chimico svizzero Albert Hoffman aveva sintetizzato l’Lsd nei laboratori della Sandoz negli anni Trenta. Poi, Leary si divertì in quel di Berkeley nel 1965, quando, aiutato dai suoi studenti, distribuì nel giro di 48 ore trecentomila dosi di Lsd da 305 microgrammi ciascuna. L’eco della vicenda si diffuse, e si assistette a una sorta di crociata di drop out: giovani, e personaggi di ogni genere che, in tutti i modi, a piedi o in autostop, arrivarono a San Francisco affollando il quartiere di Haight-Ashbury. Da quel momento tutto diventò psichedelico, e l’Lsd fu la nuova divinità laica a cui i vari dr. Shulgin, Aldous Huxley Captain Trips, alias Alfred Hubbard, Oliver Sachs, Ernest Junger, Staninlav Grof e Alan Watts offrirono I loro riti sacrificali. Finchè un giorno Art Cleps fondò una chiesa, la New American Church che, con l’occhio benevolo di monsignor James Pike, il Vescovo episcopale di San Francisco, somministrava dosi di Lsd durante le funzioni religiose. Poi arrivò quel 6 ottobre 1967. L’hippie fu seppellito, e quella marcia, quel beffardo rito funebre, fu l’ultimo chiodo sulla bara dei sogni di una generazione che non cambiò il mondo ma lo rese un posto migliore. Da quei sognanti Sixties, tante stagioni della vita seguirono. Dopo le comuni hippie e le ribellioni beat, i movimenti dei diritti dei gay e le battaglie del Black Panther Party. Dall’Lsd alla Silicon Valley, dalle superstrade a Google Maps e dai sensi alterati degli acidi alla potenzialità della realtà virtuale. Dopo gli Human Be-In e i Free Speech Movement, i 280 caratteri di Twitter, e dopo i circoli beatnik, la grande piazza virtuale di Facebook. Finiti i tempi della creatività e dalla stravaganza naïve, ecco quelli del silicio e degli algoritmi… è accaduto, e così doveva accadere, suppongo: In attesa del prossimo allineamento Urano-Plutone.

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