Segnali dal Pianeta Gong (dal Maggio Francese alla Reunion del Quarantennale – part one) – di Pietro Previti

1969: la nascita  I Gong pubblicano per la lungimirante BYG Records, l’etichetta di riferimento per tutti i jazzisti afroamericani Free-oriented di passaggio in Francia, il loro primo lavoro intitolato “Magik Brother, Mystic Sister”. Il 27 ottobre esordiscono dal vivo partecipando al Festival di Amougies in Belgio, affiancando band affermate come Pink Floyd, Captain Beefheart, Caravan e Soft Machine. L’avventura dei Gong era iniziata già un po’ di tempo prima, sul finire del 1967, a seguito del mancato rinnovo del visto di soggiorno all’australiano Daevid Allen, che doveva rientrare in Gran Bretagna al termine di un tour con il gruppo dada-rock Soft Machine in terra francese. A partire da questo incidente di percorso, che segnerà la fuoriuscita definitiva da quella band, avvengono due incontri che segneranno profondamente la vita di Daevid. Inizialmente c’è l’incontro a Parigi con la poetessa e docente alla Sorbona Gilli Smyth,  proprio nei frangenti di maggiore vigore del Maggio Francese e della protesta studentesca del ’68. I due, malgrado non più giovanissimi (Gilli, 33 – Daevid, 30), partecipano alle manifestazioni e ad alcune riprese del film-maker Jérôme Laperrousaz; da questo momento risultano segnalati alla polizia locale che potrebbe espellerli dalla FranciaDaevid e Gilli, nel frattempo innamoratisi, decidono di anticipare i tempi e togliere il disturbo, sparendo a Dejà, paesino di poche centinaia d’anime nell’isola di Maiorca, dove era fortemente radicato un ambiente hippy, certamente a loro più congeniale. Lì fecero amicizia – ed ecco il secondo incontro – con Didier Malherbe, altro spirito aperto e libertario e, soprattutto, raffinatissimo ed eclettico fiatista. A questo punto il primo nucleo dei Gong era formato. Fra il 1973 e il 1974, con il contributo del nuovo chitarrista Steve Hillage, proveniente da importanti esperienze con Arzachel e Khan, band facenti parte del calderone canterburiano,  i Gong incisero la Trilogia di Radio Gnome Invisible, composta dagli album “Flying Teapot”, “Angel’s Egg” e “You”. Generalmente considerata da critica e fans come l’apice artistico del gruppo, va ricordato che le tematiche liriche della Trilogia erano già presenti in nuce nei due album precedenti, entrambi pubblicati nel 1971“Camembert Electrique” “Bananamoon”, quest’ultimo successivamente accreditato al solo Allen. Terminato questo lavoro Allen e Hillage abbandonano la band per intraprendere carriere soliste. I Gong resteranno in vita qualche altro anno, principalmente sotto la guida del sensazionale percussionista Pierre Morlen. Malgrado un’accresciuta capacità dei singoli ed un’apprezzabile, riuscita mistura di jazz rock, appare chiaro che la magia di un tempo è persa per sempre. “Shamal” (1975), “Gazeuse!” (1976) ed “Expresso II” (1978) sono dischi suonati da virtuosi, come testimonia la presenza di Allan Holdsworth, ma che alla lunga restano freddi e segnano, comunque sia, una rottura definitiva con la insuperabile stagione precedente. Molti fans, infatti, ricorderanno queste pubblicazioni come le prime uscite dei Pierre Moerlen’s Gong. 
2009: quarant’anni dopo – Per celebrare la ricorrenza nella maniera più degna possibile, i Gong  decisero di entrare, nella primavera del 2009, in sala di registrazione per un nuovo album che avrebbe riunito, per la prima volta dai tempi della Trilogia, la formazione originaria (quasi) al suo completo. Non ancora ultimato il lavoro ma nell’ottica di rodare l’intesa tra i musicisti, soprattutto tra le due teste pensanti Steve e Daevid, che non collaboravano più tra loro dai tempi di “You”, i Gong intrapresero una tournée internazionale che ebbe inizio il 5 giugno proprio in Italia, al Teatro Kennedy di Fasano, inseriti nel cartellone del locale festival jazz che già da alcuni anni si mostrava attento alla Scena Canterburiana. Per la gioia di tutti i fans, la line-up riuniva Gilli Smyth, Steve Hillage e Miquette Giraudy, finalmente insieme dopo oltre trentacinque anni. A completare la band l’ottimo fiatista Theo Travis (all’epoca già autorevole presenza nel giro canterburiano e crimsoniano), l’esordiente bassista Dave Sturt (in sostituzione dell’annunciato altro membro storico Mike Howlett, presente nelle date successive) e l’ormai collaudato batterista Chris Taylor. I Gong quell’anno ebbero un rapporto molto stretto con la nostra Penisola. Tornarono nuovamente in Italia per altre date estive (4 luglio a Sarroch, il 5 luglio a Roma, il 6 a Livorno, il 31 luglio a Catania ed il 1° agosto a Trieste) e tennero un’ulteriore coda autunnale a Bologna, Milano ed ancora Roma. Chi ha avuto la fortuna di assistere a quei concerti ricorderà che la band, non solo aveva mantenuto lo smalto psichedelico, visionario ed anarchico degli anni d’oro, ma aveva – incredibilmente – ampliato e  ringiovanito le proprie sonorità facendo tesoro delle innumerevoli esperienze soliste del folletto Allen e dello stesso Hillage. Discorso a parte per quanto riguardava Allen in azione ne aveva ancora da vendere in termini di creatività ed energia malgrado l’anagrafe (71 compiuti). Il nuovo album, oramai insperato ai più, si intitolava semplicemente “2032”, anno in cui, come inizialmente indicato nella Trilogia Radio Gnome Invisible, il Pianeta Gong avrebbe preso pieno contatto con la Terra grazie ad un perfetto ed armonico allineamento astrale. Si trattava, quindi, di un concept-album che segnava un nuovo capitolo nella saga del mitologico Pianeta abitato dai Pot Head Pixies, con le loro teiere volanti e dai Dottori dell’Ottava. Il disco, posto in vendita nelle versioni CD e doppio LP per una scaletta di quattordici brani e una durata complessiva di 75 minuti, venne pubblicato nel mese di settembre di quel 2009 per la G-Wave, un’etichetta affiliata alla A-Wave fondata da Steve Hillage. La band risultava composta da Daevid Allen (voce e chitarra), Steve Hillage (chitarra), Gilli Smyth (voce e sussurri spaziali), Miquette Giraudy (sintetizzatori), Mike Howlett (basso elettrico), Chris Taylor (batteria) e Theo Travis (sax e flauti). In pratica la formazione originaria, atteso che da alcuni anni il povero Pip Pyle era scomparso mentre il membro storico Didier Malherbe (duduk, sax e flauti) partecipava nelle vesti soltanto di ospite insieme a Yuji Katsui (violino el.), Elliet Mackrell (violino) e Stefanie Petrik (cori). “2032” è un lavoro sorprendente, scritto e suonato oltre ogni più rosea previsione, frutto non di una reunion occasionale ma del ritrovarsi di musicisti (Daevid e Steve) che in tutti quegli anni  avevano sì  smesso di suonare assieme, ma non avevano mancato di progredire ed aggiornare il proprio sound, anche in campi distanti dal proprio originario ambito psych-space rock.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *