“Seduto sotto la pioggia ho avuto a che fare col Diavolo” – di Bartolo Federico

L’insonnia ci imbratta di grigio i giorni, le settimane, gli anni… e rende la vita un inferno. Ci si alza con la bocca impastata d’amaro e si sprofonda lentamente verso l’abisso; è in quei momenti che comprendiamo che l’esistenza è davvero troppo corta per capire ogni cosa… allora si resta esitanti lì fermi nel buio. La famigliola aveva trovato alloggio sulla carcassa bruciata di un vecchio furgone Volkswagen. Chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro gli aveva invece pignorato la casa e gettati senza pietà nella disperazione più cupa. Si dice che quando gli avvoltoi si posano su un albero quell’albero comincia a morire. “Arrangiatevi!” ripeté il solerte funzionario dell’Agenzia di Stato, non trattenendo un ghigno di soddisfazione verso quella donna che lo supplicava, già chiedendosi come avrebbero fatto adesso senza più una dimora. I poveri sono sempre lasciati da soli. Essere soli è come allenarsi a morire. Del resto, anche il mondo fa sempre finta di avere comprensione per i poveri, ma, se sparissero in un botto, i ricchi farebbero salti di gioia. Insomma, ci sarebbero meno esseri spregevoli in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina, a vivere di espedienti. Perché ai poveri nulla è concesso se non di crepare. Sono esseri depressi, irritabili, pulciosi. Gente che scivola nell’alcool, che ruba e cammina sbandando. Che non si lava e puzza maledettamente. Solo ad alcuni di loro è concesso di lavorare e così questi disgraziati fanno di tutto per piacergli, per lasciarli contenti a quelli benestanti. Sperando in chissà cosa. Ci vogliono uomini tristi per cantare il blues. C’è la fila lì fuori. A Jackson, in Tennessee,  la giornata di lavoro si spegneva là dove iniziava, tra le piante di cotone. Sul lato opposto del campo calava la notte. Ogni volta diversa, ogni volta la stessa. John Lee Williamsom a soli quindici anni lasciò la casa dei genitori e si recò a Brownsville dove c’era una florida attività musicale. Qui si unisce ad alcuni musicisti, vagabondi anche loro e come lui poverissimi. Sleepy John Estes, YankRachell, Big Joe WiIliams e Robert Nighthawk gli fanno guadagnare ben presto il soprannome di “Sonny Boy”, nomignolo  che diventerà celeberrimo per ogni armonicista blues. Dopo essere stato un po’ di tempo a Memphis, suona con Sunnyland Slim e, nel 1937 si sposta a Chicago dove la sua fama si diffonde in fretta e lui diventa uno dei bluesman più richiesti della scena musicale. Tanto da collaborare con Big Bill Broonzy, Tampa Red, Big Maceo, Blind John Davis. Fu il suo immenso, folle, geniale talento che fece fare passi da gigante a quel piccolo strumento, fino ad allora considerato troppo semplice da suonare. Sonny Boy inizia a usare fraseggi complessi e articolati con uno stile molto pulito, che colora con effetti propri. Adopera l’armonica come un prolungamento della voce ed è il primo ad inspirare invece che soffiare dentro la griglia, utilizzando,  come mai nessuno, le mani e la lingua per modulare le note. Ne esce fuori un suono selvaggio, riconoscibile da subito. Sonny Boy Williamson, insieme a Blind Lemon Jefferson, Robert Johnson e Blind Boy Fuller, fu uno di quei Re del Blues che morirono giovani. Lo trovarono per strada, riverso in una pozza di sangue, con un punteruolo per ghiaccio conficcato nella tempia. Quel sorriso contagioso che spandeva quando suonava si era tramutato in una smorfia di dolore. Chi lo vide per l’ultima volta raccontò che stringeva ancora l’armonica tra le mani. Con il successo Sonny Boy stava ringiovanendo dentro, stava perdendo per strada le menzogne e quella paura di dovere obbedire che gli era stata inculcata sin dalla nascita nei campi di cotone. Troppa grazia per uno nato povero e per di più di colore. Laggiù nel Delta dicevano: Uccidi un negro ne trovi un altro; uccidi un mulo ne compri un altro..”. (Complete Recorder Vol. 1-5,  Sonny Boy Wiliamson Vol.1 1937-1939). Quel giorno era come se non ci fosse, appannato com’era, sotto i banchi di pioggia. Al centro di riabilitazione per ex alcolisti, mi avevano suggerito che dovevo ripartire da quello che avevo, che dovevo fermarmi, perché la strada mi avrebbe consumato. Me lo ripeterono all’infinito di piangere quanto ero capace… stando a loro mi avrebbe fatto bene. Tornando a casa posteggiai l’auto e, non so per quale strano motivo, mi sedetti sulla banchina sotto la pioggia con il bavero della giacca alzato. “Il blues è la musica più difficile da suonare, se non lo conosci a fondo rischi di eseguire per due ore sempre la stessa cosa”. Così aveva sentenziato un giovane Eric Clapton, uno che era stato sotto il diluvio; un musicista che aveva scritto pagine di musica bellissime (Cream, Derek and the Dominos) e che si era inzuppato l’anima nei grandi King del Blues… Albert, Freddie e B.B., nel 1970 emerge come solista con un sound personale e moderno, ispiratogli da quel cane randagio di J.J. Cale. Clapton sa convogliare magnificamente il country blues e il blues elettrico, vestendo le canzoni con melodie romantiche e seducenti. Dalla sua Fender tira fuori un suono dolente e morbido, pigro  come quei pomeriggi passati a dondolarsi senza far nulla. Quei pomeriggi senza fretta di tanti anni fa, quando il tempo non ti rincorreva mai poiché eri tu a tentare di afferrarlo. Un figlio del diavolo Eric, che si era lasciato andare a tutte le passioni e a tutti gli eccessi che la vita consente. Quando nel 1974 uscì 461 Ocean Boulevard”, si era da poco disintossicato dall’abuso di eroina… ed  è in questo disco che riesce a portare il blues dal filo spinato del Delta a sotto il cielo dei Caraibi. La musica, il suono delle chitarre, e la sua voce pacata e gentile creano un atmosfera di totale abbandono che fa venire la voglia di starsene sdraiati su una battigia illanguidita dalle onde del mare. Le canzoni sono come sogni sognati ad alta voce. Così, mentre guardo le nubi minacciose che incombono nuovamente nel cielo, la melodia struggente di Please Be With Me mi fa credere di essere come davanti a uno specchio offuscato dal vapore che quando con un panno lo togli ti offre il tuo riflesso.
“E’ l’amore o sono io a cambiarmi così velocemente? Guardo fuori, mi sento libero, mi siedo sul letto, immagino le cose che sono state. Ho detto che ci avrei pensato su ed ho perso la testa. Vorresti leggere i miei segni? Sii una zingara e parlami delle cose che spero di trovare nel mio profondo…”
Gli Allman Brothers con Stormy Monday stavano ottenendo un grande successo mentre T-Bone Walker, era relegato in un letto d’ospedale per un brutto incidente d’auto avuto insieme al suo amico Eddie “Cleanhead” Vinson. Era un periodo difficile quello per il “magro”. Poco tempo prima aveva contratto anche la tubercolosi, ma la sua voglia di suonare era rimasta immutata e stava lentamente rinascendo. Quell’avvenimento, però, lo sentiva come una vera iattura. Sdraiato sul letto del nosocomio gli venne in mente quando il suo maestro Blind Lemon Jefferson gli disse che, prima o poi, il diavolo avrebbe bussato alla sua porta reclamando il conto; ma allora aveva solo dodici anni e non poté capire. A Dallas, in Texas, le cose gli andavano a rilento. Tutto quello che aveva fatto durante la sua vita era attraversare il mondo portando al collo la sua chitarra come fosse un talismano. Un vero Maestro di blues, T-Bone Walker, che aveva esplorato fino in fondo le possibilità della sei corde. Il suo modo di suonare era ricco e variegato, sapeva enfatizzare qualsiasi passaggio ed era dotato di una voce piena e ben impostata. Poteva suonare complessi accordi e, indifferentemente, stare con una Big Band o con gruppi più ridotti… ma non sempre gli altri musicisti erano in grado di andargli dietro. Era uno dei pochi chitarristi apprezzato anche dai jazzisti più esigenti. Nel 1935 elettrificò il suo strumento e fu uno dei primi a farlo. I chitarristi B.B King, Freddie KingAlbert King, Buddy Guy, Otis Rush, Jimi Hendrix, Eric Clapton, Stevie Ray Vaughan, gli sono tutti debitori. Per sopravvivere quel fuggiasco senza riposo aveva fatto di tutto. Sapeva come guadagnarsi la pagnotta da quando girava con i carrozzoni itineranti  e si improvvisava ballerino o mimo. Poi cominciò ad esibirsi anche come cantante e chitarrista. Suonava con lo strumento dietro la schiena o tra le cosce, e si lanciava in spaccate vertiginose. Chuck Berry prese spunto dai suoi gesti per il suo famoso  passo d’anatra. La strada lo aveva forgiato duramente. Quando si è poveri, andare avanti è durissima. Così qualche compagnia sbagliata lo aveva messo nei guai con la giustizia. Sentì arrivare l’attacco di tosse e il dolore gli lacerò il petto. Su quel letto d’ospedale, al di là del vetro guardava la gente andare e venire nella pioggia. L’alcol gli piaceva, era il suo demone. Aveva imparato a bere adolescente, nel tempo in cui andava in giro per le strade di Deep Ellum insieme a Blind LemonJefferson e Lightnin’ Hopkins. T-Bone, sfruttando il suo enorme talento, aveva provato ad uscire dalle umiliazioni, dalla mediocrità,  e cercato di mettersi al passo con il mondo… ed in parte c’era riuscito. Ma i nostri errori ci disarmano e restiamo muti a fissarli quando ci travolgono. “Il magro” tirò dalla sigaretta e il vento gli portò via il fumo a fior di labbra. Restò a fumare lì sulla porta del club. Aveva appena finito di far piovere poesia con la sua magica chitarra, sempre addosso, sempre il suo portafortuna. Quando finì di fumare, con un gesto brusco lanciò via la cicca che, sbattendo sul muro, formò un fascio di scintille che gli sembrarono piccole stelle. S’incamminò sulla stradina laterale e nel buio pesto della notte sparì per sempre. C’è solo un ultimo favore che vi chiedo. C’è solo un ultimo favore che vi chiedo. C’è solo un ultimo favore che vi chiedo. Badate che la mia tomba sia tenuta pulita” (See That My Grave Is Kept Clean – Blind Lemon Jefferson. The Bluesway Session – T.Bone Walker). 
Lei trafficava in cucina preparando la cena, quando, ad un tratto, disse senza guardarmi: “non avrei mai pensato che la nostra vita potesse ridursi a questo”. Stavo alla finestra scrutando la pioggia cadere e mi sentii impotente e vuoto come un tamburo. Così me ne restai in silenzio ad ascoltare il rumore dell’acqua che batteva sul colatoio di metallo. Eravamo stati giovani, ribelli, pieni di speranza e fiduciosi. Tutte cose che il tempo forse si era inghiottito in un botto. Cenammo senza dire niente. La pioggia non aveva smesso di ruzzolare e dall’altra parte del vetro non si vedeva più nulla. Sapevo che niente era più al suo posto, che tutto era cambiato. I soldi se ne vanno alla svelta quando non ne entrano altri. Così l’acqua alla gola ce la si trova all’altezza del naso. Forse mi sarebbe bastato lavorare di più in estate e tutto sarebbe andato per il meglio. Dicono che quando piove è la volta che un uomo ha il Blues.” (Rainy Day Blues – Lightnin’Hopkins). Appena finito di cenare mi sedetti vicino alla finestra e accesi una sigaretta. Soffiai il fumo sul vetro che si intorbidì e, nel silenzio di me stesso, quasi fosse un gospel, cantai i versi di quel blues, quel vecchio blues che mi portavo appresso come un talismano: Il sole splenderà sulla mia casa un giorno, il vento si alzerà e porterà via il mio blues, porterà via il mio blues…”

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