Sebastián Lelio: “Disobedience” (2017) – di Maurizio Fierro

Infrangere le regole. Rifiutare la tradizione e non piegarsi alle imposizioni di una legge che si ritiene ingiusta. Allontanarsi dalla comunità in cui si è cresciuti. In una parola: disobbedire. È stato questo il libero arbitrio di Ronit Krushka (Rachel Weisz), di professione fotografa, trasferitasi a New York e che ora torna in famiglia dopo aver ricevuto la notizia della morte del padre. Non un padre qualsiasi, ma il rabbino capo della comunità ebraica ultraconservatrice di Stamford Hill, quartiere a nord di Londra, dove risiede il più grande conglomerato di ebrei ortodossi d’Europa. Romit viene ospitata da due amici con i quali in gioventù formava un sodalizio inscindibile, Dovid (Alessandro Nivola) e  sua moglie Esti (Rachel McAdams), e l’incontro fra le due donne riaccende la fiamma di una passione segreta che proviene dal passato. Diretto dal regista argentino Sebastián Lelio e tratto dall’omonimo romanzo autobiografico della scrittrice londinese di origine ebraica Naomi Alderman, fin dal titolo, “Disobedience”, assume lo sguardo di Ronit Krushka per osservare da una prospettiva critica l’ecosistema Frum, il mondo a parte dell’ortodossia ebraica, un ambiente cristallizzato ai valori della tradizione e commensurato a quello che i padri si aspettano dai figli: obbedienza… e separazione fra i sessi, simboleggiata plasticamente dalla mechitza, il divisorio utilizzato per separare gli uomini dalle donne (fu per primo il profeta Zaccarialibro di Zaccaria 12:12-14 – a invocare la necessità di una separazione dei sessi in occasione della celebrazione del lutto conseguente alla guerra tra Gog e Magog. In seguito, i rabbini del Talmud ne estesero la necessità anche ad altri eventi, dai matrimoni ai Bar/mitzvah, fino alla celebrazione del Simchat Beilt HaShoeivah, nel Tempio di Gerusalemme). Una tensione alla separazione ancora drammaticamente attuale, come dimostra la recente presa di posizione dei membri dell’ortodossia Haredi che, con la rigidità tipica dell’intolleranza dottrinale, reclamano posti separati sui bus e nei voli aerei. Proprio la rigidità è protagonista in assenza della pellicola diretta da Sebastián Leilo, rigidità dei corpi e dei pensieri che sembrano oppressi da una sorta di forza di gravità sprigionata da una divinità severa e ammonitrice. La legge della Torah scritta e orale, il rigore della tradizione, l’austerità dei costumi, l’inflessibilità del rituale, una disciplina del vivere che non sa sconfinare dal proprio angusto campo visivo… e poi la distanza: una distanza dei corpi che, come un argine di separazione dal mondo, riflette la distanza da culture non ebraiche. Attraverso lo sguardo di Ronit, la camera del regista di Mendoza ci fa osservare la liturgia della recitazione delle preghiere che esprimono l’alleanza con Jahvè; ci introduce alla cerimonia della Shivah, la fase successivo al lutto; ci fa assistere allo Shabbàt, con la recita del Kaddish davanti a una coppa di vino prima del pranzo rituale con cibi kosher… in un’ortodossia religiosa che è anche un’ortodossia dell’autocontrollo, e dove, al matrimonio come imposizione sociale e al sesso di venerdì, fa da contrasto la passione ritrovata che lega Ronit ed Esti, quel perdersi e ritrovarsi nel contatto carnale che si avvicina a uno stato di esaltazione condivisibile, un atto potente e misterioso, un’eccezione alla rigidità personificata da Romit, eccezione che Esti (insegnante e moglie devota, che ha accettato un matrimonio imposto perché in fondo Dovid “è una brava persona”) accoglie come una sorta di stato di grazia terreno. Nel vietare le “mesolelot”, le pratiche sessuali fra donne, la principale preoccupazione talmudica è che le responsabili continuino a possedere intatta la facoltà di poter sposare un religioso, rimanendo il dubbio sull’integrità del loro status verginale. Mosè Maimonide suggerì un’interpretazione benevola, e la legge talmudica si limitò a prevedere la flagellazione come pena per il lesbismo rispetto alla condanna capitale prevista per l’omosessualità fra uomini, considerata una violazione della legge mosaica al pari dell’omicidio. Non temono punizioni fisiche, Esti Romit, ma la flagellazione morale di una comunità legata da una catena di tacita complicità può rivelarsi altrettanto dolorosa. Esti, che vive in un ambiente che non sa lasciare e in cui non sa restare allo stesso tempo, viene richiamata dalla preside della scuola dove insegna dopo essere stata denunciata per aver baciato Ronit e, quando poi scopre di essere incinta, è divisa fra l’amore per l’amica e i doveri di una moglie Frum… ed è questo il momento in cui la sua compostezza esteriore vacilla e cede sotto la spinta di un tumulto interiore che la spinge a supplicare il marito: “Restituiscimi la mia libertà!”… e lui lo fa e, nel farlo, in una scena di rara intensità che si svolge durante la cerimonia che dovrebbe designarlo come successore del Rav Krushka, Dovid evoca proprio le ultime parole del padre di Ronit che, sul letto di morte, ha messo in discussione il concetto di scelta e di libertà, “perché niente è più tenero e autentico della reale sensazione di essere liberi. Liberi di scegliere!”. È una pellicola che fa riflettere “Disobedience”, giocata sull’arduo concetto di libero arbitrio, una tensione drammatica che accompagna l’essere umano nel suo percorso terreno. Già, il libero arbitrio, una faccenda umana, molto umana. Come la tenerezza, che non è un difetto nel quadro del mondo Frum, ma una virtù che possono scorgere solo coloro che sono forti d’animo… e tenero è l’abbraccio che unisce Dovid, Romit ed Esti in una delle scene finali del film. Un abbraccio del “qui e ora”, una presa di coscienza antimessianica che è un vivere nella verità, un abbraccio che lega esseri umani in evoluzione verso un progetto futuro, e che ha maglie più larghe di quelle che stringono e costringono la loro comunità. In questo dare alle proprie vite una nuova centratura nel segno del no della “disobedience”, il dire sì alla propria coscienza, diventa allora il loro rinnovato centro di gravità, che è poi la posizione esistenziale di chi trasgredisce l’egemonia culturale di un sistema chiuso. Dovid rinuncerà alla carica e non diventerà la guida spirituale della comunità. Romit deciderà di non restare, tornerà a New York… e forse l’ultima fotografia scattata sulla tomba del padre finirà nel suo album più importante: quello della memoria. Esti insegnerà alla creatura che porta in grembo il valore della libertà, ma abdicherà al ruolo di moglie devota e obbediente. Perché poi il destino è quello che decidi di non essere.

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