Sean Penn: “Il tuo ultimo sguardo” (2016) – di Eleonora Rossi

Un anno circa dopo l’uscita in sala di “Il tuo ultimo sguardo” (the last face), quinta e ultima fatica cinematografica di Sean Penn, è logico chiedersi se la sgradevole accoglienza tributatagli a Cannes e le impietose recensioni di gran parte della stampa specializzata abbiano effettivamente colto nel segno o se invece avrebbero potuto, quantomeno, essere ridotte. Nove anni dopo “Into the wild”, spendido affresco naturalistico intimo e selvaggio, Penn si cimenta in un progetto al quale probabilmente non pensava; Matt Palmieri, il produttore, lo coinvolge dopo aver saputo che Erin Dignam, autrice della sceneggiatura e regista in pectore, ha scelto di abbandonare l’idea. Sicuramente affascinato dal tema trattato Sean aderisce probabilmente con entusiasmo, e si mette a disposizione di un soggetto alquanto difficile, di quelli da prendere con le pinze, ribadendo l’immagine di artista da sempre impegnato civilmente e socialmente. Raccontare gli orrori e la quotidiana attitudine alla sofferenza di un gruppo di medici impegnati tra Liberia e Sudan, alle prese con gli eterni orrori delle sanguinarie e a tratti irreali guerre d’Africa, è cosa assai complicata, e il rischio di sbagliare l’approccio a prescindere, è elevato. Eppure il film non è girato male, anzi; raccontare l’orrore partendo dal rapporto improvviso ed essenziale che si sviluppa tra i due protagonisti è un buon punto di partenza, e la scelta di Javer Bardem e Chalize Theron appare del tutto giustificata. Certo, sostituire in un sol colpo il regista e i due interpreti originali non è cosa da poco. Inizialmente i protagonisti dovevano essere Ryan Gosling e Robin Wright, ma Javier e Charlize hanno sicuramente il carisma necessario all’impresa e anche il giusto physique du rôle. La regia è patinata, e forse proprio per questo il film non è piaciuto a tutti coloro che si attendevano un altra opera selvaggia e americana, almeno nella concezione visiva dei termini: Penn invece sceglie un diverso approccio, e contrappone la cruda e aspra realtà del sangue alla algida e patinata coreografia degli alberghi di lusso, delle cene di gala, delle raccolte fondi. Il suo sguardo, attonito e stupefatto come quello di un uomo qualunque che si trova immerso in immagini reali che distano anni luce dalla sua quotidianità, si mantiene al di sopra di tutto, limitandosi a registrare frammenti di vita, echi di sofferenza, problemi personali mai risolti e quant’altro possa contribuire alla costruzione di personaggi complicati alle prese con situazioni difficili. La contrapposizione risulta efficace, e la storia d’amore che scorre sullo sfondo, tormentata come la logica lascia supporre, calza a pennello ai volti dei protagonisti, con Javier sempre uguale a se stesso e una Theron che presta la sua luminosa bellezza all’alternanza tra l’eleganza necessaria al suo ruolo istituzionale e la sconvolgente figura di un medico che opera nell’Africa subsahariana. Il film non ci mostra scenari inediti, non ha la pretesa di svelare alcunché, limitandosi a scrutare con attenzione, quasi in punta di piedi, sull’abisso che separa due mondi che nulla hanno in comune, se non la disperazione che deriva dalla consapevolezza di non poter arginare il tragico orrore che costituisce il vivere. “Il tuo ultimo sguardo” non passerà alla storia come un capolavoro, ma merita comunque di essere visto, lasciando per strada pregiudizi e concezioni che troppo spesso festival e stampa specializzata inopinatamente costruiscono.

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