Sean Noonan Pavees Dance: “Tan Man’s Hat” (2019) – di Maurizio Pupi Bracali

Interamente concepito e composto dal pirotecnico e inarrestabile batterista americo-irlandese Sean Noonan, con la collaborazione ai testi del cantante afro-americano Malcom Mooney (già fondatore nel 1969 degli imprescindibili krautrocker, Can“Tan Man’s Hat” (RareNoise Records / Goodfellas 2019), si avvale inoltre delle presenze fondamentali della chitarrista californiana d’avanguardia Ava Mendoza (collaborazioni con Nels Cline e Fred Frith), del bassista jazz, Jamaaladeen Tacuma (Ornette Coleman) e del tastierista Alex Marcelo (già con Yusef Lateef). Diciamo subito che si tratta di un album travolgente e bellissimo in tutte le sue sfaccettature che sono molteplici e variegate. C’è tanto jazz, ma c’è anche tanto tribalismo africano, c’è il rock convulso e feroce di Girl From Another World con, grazie a Mooney, echi degli indimenticati Can, e c’è, in poche parole, della grande musica che sfugge a ogni classificazione. Un quintetto straordinario, quindi, dove la chitarra di Ava Mendoza sa essere Frippiana al punto giusto (Boldly Going) o rumorista come quella di Arto Lindsay ai tempi gloriosi dei primi Lounge Lizard (Martian Refugee), mentre Alex Marcelo si divide tra organo e piano elettrico e, se col primo si limita, magnificamente peraltro, a sbandierare ventose folate di accordi come nella convulsa Gravity And The Grave, col secondo tocca vertici di particolare delizia con cascate di note che sembrano colare come gocce di piombo fuso sulla tavolozza del jazz come in The End Of The Inevitable, brano meraviglioso e forse vetta più alta dell’album o, come in Martian Refugee che dovrebbe situarsi sul pianeta rosso ma che su ben altro pianeta, ci fa ritrovare con il suo andamento umoristico-canzonettaro diviso tra Frank Zappa e Daevid Allen (from Planet Gong) che ritroviamo nel cantato strascicato di Malcom Mooney anche nella bellissima e già citata Girl From Another World. Il brano che titola l’album, Tan Man’s Hat, comincia e finisce come una lenta ballata Dylaniana, salvo la parte centrale convulsa come un brano dei Living Colour, mentre Turn Me On parte come un scanzonato e allegro vaudeville giostrarolo, per poi alterarsi in un blues oscuro e trasfigurato con chitarra protagonista. Conclusione più che splendida con la dolcissima ballad Winter Inside che sembra tolta di peso dal songbook di Robert Wyatt e non fa assolutamente rimpiangere il Maestro di Canterbury. Un album bellissimo e variegato, quindi, dove convivono arazzi sonori tra tribalità e psichedelia, sperimentazione e tradizioni etniche, avanguardia jazz e i funambolismi percussivi del leader della Band. Da esplorare a fondo per apprezzarne ogni meravigliosa sfumatura.

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