“Scrittore, diceva…” – di Maurizio Fierro

New York, ai nostri giorni. Infine Marley Allison si era deciso, e ora, mentre parlava al dottor Peter Brooks nello studio privato all’istituto psichiatrico, sentiva di aver fatto la cosa giusta. “Scrittore, diceva”Marley si sentiva leggero: ecco, si”. Finalmente era riuscito a confessarlo. A se stesso, innanzitutto. Perché sì, da anni quel pensiero albergava in una stanza della sua mente: eppure mai, mai che gli fosse venuto in mente di provare ad aprire la porta e farci i conti. Era un discorso di chiavi, in definitiva. “Uno scrittore, quindi. Lo dice quasi si vergognasse”, disse il medico a Marley: 
“Beh, in un certo senso, è proprio così, dottore. Insomma, sapevo di volerlo fare: intendo scrivere. Ma per molto tempo non ho saputo come farlo”. Il medico lo incalzo… “Poi, invece..”
“Poi trovo le chiavi”, disse Marley“Le chiavi, dice. Ecco, me ne parli”Marley aggrottò le sopracciglia e cercò di concentrarsi. “Sa una cosa buffa?”, disse, “Una volta un’amica mi ha detto questa frase, forse era un aneddoto, non so: Quando guarderai col cuore, troverai chiavi che apriranno altre porte. Ci ho pensato a lungo, ha presente quando ha un pensiero per la testa e non riesce a liberarsene?” Mentre il dottor Brooks prendeva appunti, Marley fu attratto dal quadro posto sulla parete di fronte a lui, una riproduzione della “Malinconia” di Munch. Poi chiuse gli occhi nel tentativo di riordinare i pensieri. “Vede, dottore, poi il tempo trascorre e nella tua vita accade qualcosa. Ora non voglio farla troppo lunga, ma una mattina ti alzi e ti imbatti in chiavi che pensavi di non possedere, ecco tutto. Sì, lo so, l’ho detta male, ovviamente intendevo dire che..”.
“No, stia tranquillo, è stato chiaro”, lo interruppe il dottor Brooks, “mi piace la metafora delle chiavi. Piuttosto, perché non vuole farla troppo lunga, per usare la sua espressione? La sintesi è un dono, tuttavia ci sono circostanze in cui è necessario proprio farla lunga, sa?” 
Dopo alcuni secondi di reciproco imbarazzo, il dottor Brooks ruppe gli indugi sollevando gli angoli della bocca e rivolgendo a Marley un sorriso rassicurante. “Ok, dottor Brooks. Da dove vuole che cominci? Vediamo, ah sì, il dolore e i suoi rimedi, ecco. La scrittura, un rimedio contro il dolore dell’anima. Le piace, come definizione?”. Il medico rispose: “Direi di si, però vorrei che non ci limitassimo, come dire, solo all’effetto anestetico, signor Allison. Vorrei provare ad affrontare con lei anche quello terapeutico, che ne pensa?”
“Per essere il nostro primo incontro ci stiamo già spingendo al largo, dottor Brooks, non trova?”
“Crede? E’ che trovo inutile eludere il proprio demone, Marley. Le dispiace se la chiamo semplicemente Marley? Piacere, io sono Peter”Il dottor Brooks si protese verso Marley Allison e la stretta di mano risultò più calorosa rispetto a quella formale di inizio seduta. Marley pensò che gli piaceva quello strizzacervelli. Gli piaceva l’aura che lo circondava, così distante dalla professionalità algida degli altri che aveva incontrato, prima di lui. “La scrittura. Un lavoro per anime notturne. E solitarie”, sussurrò Marley. “Peter, lei mi ha sorpreso, sa? Glielo devo confessare. Sì, è una vera sorpresa ascoltare da lei quella parola: demone. Perché sono fermamente convinto che l’unico scopo che giustifichi il nostro passaggio terreno sia proprio il riconoscimento del proprio demone… e lei lo ha incontrato, Marley?” 
“Bella domanda. Volevo però dirle che ha ragione: intendo sul farla lunga”Marley si allentò il nodo della cravatta e si schiarì la voce. “Vediamo, ecco, direi che si scrive per volersi un po’ di bene in più, innanzitutto… e poi sì, anche per essere amati, certo. Ma quello viene dopo… e come se si bussasse a una porta interiore e…” 
“Ancora quell’immagine, Marley”, disse il dottor Brooks, “una porta, una porta interiore chiusa. Rifletta. Mi scusi, l’ho interrotta”
“Cerchi un contatto con te stesso, Peter. Voglio dire, e come se cercassi il tuo nucleo originario. La famosa stanza, oppure, se le piace un accostamento musicale, tenti di percepire qual è il giro di basso costante che accompagna il tuo canto terreno… 
Il demone, Marley? 
Il demone, Peter In tutto questo, il percorso artistico che posto occupa nei suoi pensieri?” 
“Oh dottore”, protestò Marley sorridente, tradendo però una punta di irritazione. 
“Marley, mi spiace, l’ho turbata?” 
“Niente di che. Non è stato niente di che, Peter”, disse Marley pentito e con un’aria lievemente mortificata. “Irrilevante, Peter. Del tutto irrilevante, comunque. Non ho alcuna consapevolezza artistica”
“Quindi l’arte del raccontare la ritiene una definizione vuota di significato?”
 
“Come le ho detto, non ne ho consapevolezza. Cerco un viatico per lo spirito e un pensiero preponderante per la mente… sa cosa penso veramente, Peter?”, aggiunse Marley, “che scrivere è un piccolo gesto di ribellione anarchica, ecco. Scrivi per scoprire qualcosa di te che ancora non conosci. Getti un’àncora, ti immergi e scandagli un po’ la zona. Una cosa così. O no?” 
“Un’altra immagine efficace, Marley. Mi permetta però di tornare sulla scrittura come atto di ribellione. L’ha definita una ribellione anarchica, giusto?” 
“Eccome! Una riappropriazione. Ci si riappropria di spazi di intimità. Una cazzo di riconquista, Peter, mi capisce? Loro cercano di rubare il tuo tempo, tu te ne riappropri. Loro cercano di ottenebrarti con le immagini, tu persegui una tua personale iconoclastia. Se c’è una nube tossica che ti circonda, che fai? Indossi la tua brava maschera antigas. Bene, la mia maschera è la scrittura. Lì trovi il tuo silenzio, e in quel silenzio, Peter, cerchi le parole giuste da far risuonare. Non lo ritiene un atto anarchico, in definitiva?” 
“La ribellione individuale del signor Allison. Mi piace. Ma io vorrei portarla più in là. No, non mi fraintenda, non pensi che io voglia indirizzarla da qualche parte: mi creda, Marley. La nostra conversazione non ha regole prefissate… è che… sì, mi piacerebbe sentir risuonare il demone insieme a lei. Mi ascolti, Marley, come potrebbe definire lo scarto fra il prima e il dopo? intendo, prima di trovare le chiavi e…”
“La distanza”, quasi urlò Marley Allison. “Mi scusi, Peter”
“Non si preoccupi, Marley. La distanza, diceva?” 
“Sì. Forse la farò un po’ lunga, ora”, sussurrò Marley accennando a un sorriso. Poi chiese se poteva fumare e, senza aspettare la risposta del dottor Brooks, con un movimento lento, sfilò una sigaretta dal taschino della giacca e, senza accenderla, se la portò alla bocca. “Soffri, e ti chiedi come utilizzare quella sofferenza”, attaccò Marley,  “poi scrivi, e trovi il modo per riconoscerla, metterla a disposizione e un po’ venderla, in definitiva. Poi, certo, le distanze sono fondamentali, Peter. Con la sofferenza, è tutta una questione di distanze. Le accorci e poi le aumenti, quasi come avere una piccola diga, dentro: quando l’acqua dell’incredulità ha raggiunto il punto di guardia, la richiudi, almeno per un po’”
“Continui, Marley”
“Ecco, mi viene da pensare alla disperazione, a una certa disperazione… e al dargli forma, in un certo modo”
“Una disperazione creativa, quindi”, aggiunse Peter.
Marley osservò il dottor Brooks con aria sorpresa. “Sa che non ci avevo pensato? Però mi piace, una forma di disperazione creativa, ha detto? Sì, perché no”
“Scrivere come destino, Marley”
“Il destino. Percepire il proprio destino è far risuonare il demone, Peter?” Il dottor Brooks accennò un sorriso. “Sono felice!”, disse all’improvviso Marley Allison rivolgendosi a Peter con un’urgenza che non riuscì tenere a freno. “Sono proprio felice e sa perché? Perché mi accontento di essere una persona normale, con una vita tranquilla, senza cercare chissà che. E ora che finalmente non ho paura di vedermi nella stanza, intento a scrivere, so che la scrittura è la mia terapia. La mia personale terapia anarchica”Marley osservò Peter fissarlo a lungo, ed ebbe quasi la sensazione che gli stesse scattando una fotografia dell’anima. Poi, il volto del dottor Brooks si aprì in un sorriso sincero. “Sa che le dico, Marley? lei sta benone. Sì, mi ha sentito bene, lei è sano come un pesce, Marley Allison. E non ha bisogno di tornar da me, in questo triste edificio. Sì, perché un po’ triste lo è. Lo guardi. D’accordo, un ospedale psichiatrico non può assomigliare a un circo, però, suvvia, un pochino di allegria in più non guasterebbe. Comunque, le ripeto, lei s-t-a  b-e-n-o-n-e”, compitò infine il dottor BrooksMarley osservò Peter, e intuì che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto. Si alzò, e senza riuscire a mascherare un velo di commozione sussurrò un grazie. Poi abbracciò il dottore e uscì dallo studio. Rimasto solo, Ben prese l’agenda degli appuntamenti e la ripose nel cassetto. Poi si tolse il camice bianco, lo ripiegò con cura e lo sistemò sulla sedia. Infine, prese il foglio su cui aveva preso appunti e lo inserì nel distruggidocumentiCiò fatto uscì e si incamminò verso il reparto. A metà corridoio si imbatté nel dottor Brooks che, a grandi passi di marcia, sforbiciava l’aria in direzione del suo studio, con in volto la preoccupazione per il ritardo accumulato per qualche imprevisto. Entrato in reparto, Ben Ripley incontrò Tod, il suo compagno di stanza che, accennando un inchino, gli si rivolse con queste parole: “Illustrissimo Hemingway, buongiorno”
“Caro Roosevelt, i miei omaggi”, rispose Ben, cercando di indovinare dal profumo intenso che proveniva dalla cucina cosa lo attendesse per pranzo.

Tratto da “Racconti Lombardi” edito da Historica Edizioni 2017

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