Scott LaFaro: Quella maledetta voglia di dialogare – di Gabriele Peritore

Il contrabbasso ha sempre avuto un ruolo di accompagnamento agli altri strumenti, a sostegno della batteria. Nel Jazz ci sono stati e ci sono ancora grandi contrabbassisti che hanno un bel senso del tempo, un bel swing, con la personalità e il feeling necessario a supportare il brano musicale in esecuzione, facendo in modo che non scenda il livello della base mentre un sax si lancia in un assolo, o il pianoforte o la chitarra improvvisano fraseggi astratti. Scott LaFaro era uno di quei musicisti dotati di questa personalità e di questo sentimento ma riuscì anche ad andare oltre. Fu il primo contrabbassista con una tecnica tale da poter sovvertire le partiture e iniziare ad usare un linguaggio simile a quello degli strumenti “nobili”. Iniziò a improvvisare pizzicando con passione le quattro corde, scrivendo frasi melodiche complesse in grado di dialogare allo stesso livello con strumenti quale il pianoforte o il sax. Dopo di lui il contrabbasso non sarà più lo stesso di prima. Bill Evans rimane folgorato dal suo talento e con lui instaura una sintonia totale, tanto da presentare un trio, con il batterista Paul Motian, in cui i tre strumenti hanno la stessa importanza (è la prima volta in assoluto nell’ambito jazzistico) sia dal vivo che nelle incisioni e il contrabbasso non figura come semplice accompagnatore; e pensare che il contrabbasso non è neanche il suo primo amore musicale. Figlio di un musicista di chiare origini italiane, il suo nome completo è Rocco Scott La Faro (o Lo Faro) ma lui amerà firmarsi come Scott LaFaro. Nato a Newark ma trasferitosi con la famiglia a Geneva, respira e s’impregna di musica fin da bambino. Suona il pianoforte ma a meno di sedici anni sa esprimersi perfettamente con il sax e il clarinetto. La propensione verso l’arte lo porta ad esibirsi nei locali notturni della sua città dove inizia l’amore per il contrabbasso. Per un periodo suona in un complesso che propone prevalentemente R’n’B, ma non è il suo genere. Si iscrive al college ma non è la sua strada. Un incidente sportivo, che gli procura una ferita al labbro, gli impedisce di esercitarsi al sax per qualche settimana e per lui è drammatico, perché ogni attimo è fondamentale per allenare l’estro. Il suo periodo di disorientamento però non dura molto; nel 1956 conosce Chet Baker ed entra a far parte del suo quintetto.
Scopre che il Jazz è il suo genere e il contrabbasso il suo strumento. La frequentazione di musicisti più esperti gli permette di affinare la sua tecnica, sviluppando una notevole precisione d’intonazione e irrigogliendo il frasario d’improvvisazione. Il suo talento ben presto lo mette in risalto e dal 1957 inizia un vorticoso periodo di collaborazioni che lo vede suonare accanto a quasi tutti i più grandi jazzmen di quegli anni, riuscendo ad imporre a ognuno di loro la sua maledetta voglia di dialogare a livello musicale e di non figurare mai come un semplice comprimario. Registra “Latinsville!” con Victor Feldman. Partecipa alla registrazione dell’epocale “Free jazz” di Ornette Coleman. Suona nelle orchestre di Pat Moran, Stan Getz, Stan Kenton, Tony Scott, Benny Goodman, solo per citarne alcuni.
La sintonia maggiore, però, la prova con Bill Evans che, appena lasciato il quintetto di Miles Davis, può così proporre la sua idea di Jazz, in cui gli strumenti sono tutti protagonisti allo stesso modo, con Scott appunto e Motian alla batteria. LaFaro, grazie alla sintonia instaurata con Evans e Motian, può mettere a punto la sua teoria di composizioni simultanee che porterà alla produzione di tre album, considerati capolavori del genere: “Portrait in Jazz” del 1959 e, nel 1961, “Sunday at the Village Vanguard” e “Waltz for Dabby”, in cui compaiono le uniche composizioni realizzate dallo stesso Scott LaFaro. Quando Bill Evans riceve la notizia dell’incidente stradale che toglie la vita a Scott, rimane talmente scosso che non riesce a suonare per un anno; è il luglio del 1961 e Scott LaFaro ha soltanto venticinque anni. La sua vita è bruciata in fretta, così come ardeva potente il suo genio che in un brevissimo lasso di tempo è riuscito a cambiare il modo di suonare il contrabbasso per sempre.

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