Scott H. Biram: “The Bad Testament” (2017) – di Capitan Delirio

Non c’è da stare allegri, se una delle prime uscite musicali del 2017 si intitola: un cattivo testamento. State tranquilli, però: questa volta non muore nessuno, anzi, il musicista in questione, il texano Scott H. Biram, dimostra di essere vivo e vegeto. Soltanto a un sopravvissuto come lui, poco più che quarantenne, può venire in mente di redigere un testamento, forse perché ha visto la morte in faccia in ben due occasioni. La prima volta, quando con la moto si scontrò con un Tir gigantesco su un’autostrada texana nel 2003; la seconda, quando è scivolato in una pompa di benzina in Francia; e adesso ha più placche di metallo in corpo che ossa. Soltanto a uno che ha avuto il coraggio di presentarsi sul palco durante un concerto in sedia a rotelle e con la flebo al braccio, poteva venire in mente di combinare uno scherzo così ai suoi ascoltatori. Il suo, d’altronde, non è un testamento normale, il suo è “The Bad Testament”; che viene dopo album come “Nothin’ But Blood” del 2014 o “Bad Ingredients” del 2011
“The Dirty Old One Man Band” uscito 2004, forse il suo capolavoro, quel che lo fa apprezzare dalla critica per la sua attitudine a fare tutto da solo: chitarra, percussioni, armonica. Il suo è sempre stato un atteggiamento diretto, rude, senza filtri, e forse è uno dei pochi che può maltrattare la chitarra, venendo ricambiato con amore dal suo strumento.
A dire la verità, il disco non sembra neanche un testamento, sembra più una raccolta di polverosi comandamenti. Il primo è Set Me Free, un pezzo veloce, rotolante, un Rock ‘n’ Roll vecchio stampo, che si impatta come un sasso scagliato sulla successiva Still Around, perché non c’è niente di meglio di una schitarrata per liberarsi dalle angosce. La terza traccia è Red Wine, un blues lento in cui è ancora la chitarra a ricamare fraseggi ubriachi come se vaneggiasse imbevuta di vino rosso. Anche questo, a ben vedere, è un comandamento per ascoltatori maledetti. Arriva il momento in cui Scott non può fare a meno di tenere a bada il suo spirito punk e dar vita a una raffica di distorsioni e a tutta l’energia rabbiosa che viene convogliata in TrainWrecker; è il quarto comandamento: non lasciarsi passare le cose addosso. Molti degli altri brani del disco, composto da tredici tracce, si orientano verso atmosfere Country e Blues, e sono innervate talvolta da fremiti punk, come nel caso di Long Old Time e Hit The River, o si aprono verso sonorità gospel, come nel caso di True Religion, perché uno dei comandamenti è che nessuno può tralasciare il proprio lato spirituale. In “The Bad Testament” ci sono tutte le passioni musicali di Biram, riproposte con la formula ormai consolidata che è possibile apprezzare anche negli album precedenti. Nessun bisogno di stravolgere la tradizione, perché Scott H. Biram sa proporsi con personalità: è verace, ironico, graffiante, ti parla del lato marcio della vita con un Whisky in una mano e un Vangelo nell’altra. L’ascolto del disco, infatti, produce talvolta la sensazione di farsi un cicchetto in compagnia di un vecchio amico che ti racconta i pensieri turbolenti che lo animano; e non si sa come andrà a finire la serata, se verso la Swift Driftin’ (veloce deriva) o sulle Rightoues Ways (giuste vie) due ballate, queste, in cui si passa dall’aspro al malinconico in solo giro di vite. Comunque sarà, sarà una bella esperienza e What Doesen’t Kill You (ciò che non ti uccide) finisce per renderti forte: è questo l’ultimo comandamento del vecchio saggio e folle Scott H. Biram.

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