Savoy Brown: “Witchy Feelin” (2017) – di Claudio Trezzani

Ecco una band che non ha mai raccolto nel suo lunghissimo percorso artistico, cominciato nel lontano 1965 a Londra, ciò che meritava in termini di riconoscimenti di vendite e di critica. i Savoy Brown sono di fatto tra i capostipiti del movimento British Blues, assieme ai Fleetwood Mac, Yardbirds ed Eric Clapton e, negli anni, questo viscerale amore per la “musica del diavolo” li ha portati a trasferirsi nel paese dove nacque tutto… gli Stati Uniti e ad avere lì un discreto successo ma dopo aver virato più verso il boogie-hard rock che verso il blues classico, soprattutto negli anni 80. La Band ha nel leader e cantante Kim Simmonds l’unico elemento che negli anni è sempre rimasto nella line-up originale, mentre il gruppo è diventato, purtroppo aggiungerei, famoso per un susseguirsi infinito di cambi di membri; davvero un elenco incredibile di musicisti si è avvicendato agli altri strumenti, senza mai dare stabilità e una direzione precisa al loro lavoro. Tutto ciò ha certamente “aiutato” lo star system a dimenticarsi, a volte, di una band di assoluto valore e che, come possiamo ascoltare in questo ultimo “Witchy Feelin”, ha ancora qualcosa da dire. In maniera senza dubbio brillante. Sin dalla copertina (mitiche le loro copertine fin dall’inizio) e dal titolo, si intuisce che Simmonds ha preso alla lettera la definizione di “musica del diavolo”. Ci sono chiarissimi rimandi al macabro e al “male”, mentre il suono è quello sporco blues-rock che gli aveva permesso di emergere nella grigia terra natia ormai 52 anni fa. Nessun rimando o quasi alle derive hard rock degli anni americani. Forse solo in qualche raro caso come in Guitar Slinger, dove il suono sembra ispirato più al guitar-rock americano che al blues. La title-track è un fulgido esempio di questo suono “vintage” (come si usa dire oggi): un lento blues che trae ispirazione lirica e musicale dai “Padri Fondatori” del Delta, chitarra tagliente, basso ipnotico e voce bassa e strisciante. Bellissimo pezzo. Così come bellissimo è Memphis Blues, movimentato blues-rock che nel titolo è tutto un programma di come sarà la canzone nel suo incedere, così come il brano intitolato Livin’ on The Bayou ha chiare derive swamp-blues,: l’umido della palude impregna tutta la canzone a partire dal titolo fino alle chitarre lancinanti. Un bel disco senza sbavature, un gradito ritorno per una band veramente longeva che merita senz’altro una considerazione ben diversa da quella avuta sinora. Dopo aver ascoltato questo riuscitissimo lavoro, consigliamo il recupero di qualche album dal loro immenso catalogo, magari proprio i primi, dove la passione in quegli scantinati londinesi era il motore di tutto. Buon ascolto.

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